il portale della Chiesa Pisana

Omelia della Giornata del Malato 2026

Memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes Cattedrale di Pisa 11 febbraio 2026




La memoria della Vergine di Lourdes ci convoca oggi come Chiesa pisana per pregare insieme ai nostri fratelli e sorelle malati. Mi piace sottolineare che oggi non preghiamo soltanto per loro, ma con loro sotto lo sguardo materno di Maria, salute degli infermi. È un momento di comunione profonda, che ci ricorda che «se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» (1Cor 12,26). Se siamo Chiesa, siamo un solo corpo, in cui salute e malattia, sofferenza e conforto, dolore e compassione sono condivisi in un continuo scambio reciproco. Qualche settimana fa sono andato a trovare un malato terminale. Pensavo di dovergli rivolgere qualche parola di conforto e di incoraggiamento. In realtà, mi sono trovato di fronte a una persona in pace, capace di trasmettere, lui malato a me sano, uno stato d’animo di profonda serenità e armonia. Ricordo di avergli detto: la tua malattia è stata un cammino di guarigione e ne ho ringraziato Dio con lui. Vedete allora quanto è importante pregare con i malati, stare con loro, imparare da loro una sapienza di vita, che invano cercheremmo nel nostro benessere.




Al centro della liturgia della Parola abbiamo ascoltato la parabola del Samaritano che si ferma per prendersi cura di un uomo che giace a terra ferito. Tradizionalmente diciamo che è la parabola del buon Samaritano. Buono indica una virtù morale, ma il vangelo in realtà non ci sta dicendo che il Samaritano era un uomo virtuoso, più virtuoso, più altruista del sacerdote e del levita che lo hanno preceduto nel cammino. Ci dice soltanto che in lui, nel profondo delle sue viscere è successo qualcosa: si è commosso al vedere un uomo sofferente. Ne ebbe compassione e gli si fece vicino. Ricordiamo che in quel tempo c’era una grande distanza tra ebrei e samaritani, una distanza colma di inimicizia, di diffidenza, di ideologia. Ma questo muro di divisione e di ostilità crolla in un nanosecondo nel momento in cui quell’uomo riconosce nell’altro uomo se stesso. Infatti, la parabola è raccontata da Gesù per spiegare che cosa significhi amare il prossimo come se stessi. Questo può avvenire solo in un modo: quando nell’altro riconosci te stesso. Allora ti prendi cura di lui come lo faresti di te stesso, anzi direi in modo ancora più pieno e gioioso, perché l’altro è colui che mi consente di non essere più solo e di dare un senso alla mia vita.

Il Samaritano non incontra solo un altro, ma incontra, anzi ritrova se stesso nell’altro e finalmente se ne prende cura, si prende cura di sé nell’altro, ciò che non avviene al sacerdote e al levita che vanno via soli, senza aver fatto questa esperienza di ritrovamento, di riconoscimento della propria umanità. È questa la vera differenza tra il Samaritano e gli altri due personaggi. Il Samaritano ha abbattuto la barriera tra sé e l’altro ed è diventato una cosa sola con l’altro. Tanto è vero che lo prende sulla sua cavalcatura e continua a portarlo con sé anche quando non sarà più fisicamente con lui, poiché lo affida all’albergatore fino al suo ritorno. Degli altri due, invece, sappiamo che sono passati oltre, ma in questo modo sono passati accanto a se stessi, senza vedersi, senza trovarsi, senza prendersi cura di se stessi, ma solo dei propri affari.

Il Samaritano, al termine della parabola, non è più definibile come un singolo: è diventato il prossimo dell’altro, colui che ha avuto compassione di lui. Ma proprio questa è la definizione dell’uomo, della persona umana. È colui che non basta a se stesso, che ha bisogno dell’altro per essere se stesso. Il malato, paradossalmente, ci restituisce l’immagine più sana dell’umanità: quella di colui che si affida all’altro. Nella sua infermità il malato guarisce la nostra visione autosufficiente dell’uomo. Quante volte la nostra cultura cerca di cancellare il dolore, la malattia, la sofferenza, senza accorgersi che così facendo sta cancellando l’umano!

Cari fratelli e sorelle, che questa giornata del malato ci riporti alla nostra umanità, così come Dio l’ha creata, a sua immagine e somiglianza. Dio non ha voluto essere solo e autosufficiente: ha voluto essere prossimo dell’umanità. Per questo l’ha creata e per questo l’ha redenta facendosi uomo come noi. Gesù dice allo scriba: «Va’ e anche tu fa’ così», così come ha fatto Dio nei nostri confronti.