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Lettera per il Rapporto Caritas 2020

Se la pubblicazione annuale del Rapporto Caritas sulle povertà è occasione preziosa per riflettere sulle attività caritative della Chiesa diocesana e per prendere coscienza di ciò che sta avvenendo nel mondo sempre più complesso e spesso sempre meno conosciuto delle fragilità vecchie e nuove, il Rapporto 2020 costituisce qualcosa di totalmente diverso rispetto al passato perché letteralmente, ci assale con la crudezza dei suoi dati, ma in qualche modo ci riscalda con il calore delle testimonianze raccolte nel tempo della pandemia che stiamo attraversando.

Prima di tutto la crudezza delle cifre. Siamo di fronte a dati numerici che nell’ultimo Rapporto non avremmo mai potuto immaginare. Da diversi anni, infatti, il trend dei contatti, degli interventi e dell’impegno caritativo si manteneva sostanzialmente in equilibrio; anzi, era invalsa l’aspettativa non ipotetica di contribuire fattivamente ad emanciparsi da situazioni di cronicità persone e famiglie che pensavamo avrebbero potuto rialzarsi dalle loro difficoltà, recuperando una dignità che deve essere ricchezza condivisa per tutti.

Proprio per la consapevolezza che i numeri, nel caso del Rapporto Caritas, corrispondono sempre a persone e a famiglie, anche leggere variazioni percentuali ci facevano “sognare” di poter contribuire soprattutto sulla distanza, ad un “riscatto” sociale che permettesse ad un sempre maggior numero di persone di non dover più ricorrere agli aiuti e al sostegno della Caritas; la pandemia, invece, ha sconvolto ogni aspettativa di riscatto, facendoci intravvedere scenari futuri sempre più devastati e quindi bisognosi di aiuti non soltanto occasionali o momentanei.

Ho scritto però anche di “testimonianze che riscaldano il cuore”. In effetti il Rapporto 2020, diversamente dal passato, contiene una sezione che se da un punto di vista scientifico, non può certamente competere con la rilevazione dei dati numerici della sezione precedente, nello stesso tempo, ci avvicina in maniera diretta al sentire, alla vita faticosa, alle attese e alle rassegnazioni della gente che si è rivolta ai nostri servizi caritativi, offrendoci altresì il polso di una situazione di disagio personale e sociale di cui non possiamo non tenere di conto.

In effetti, ancor più dei numeri, le testimonianze personali ci permettono di sentire sulla nostra pelle ciò che stanno vivendo tanti nostri fratelli e sorelle bisognosi che, da una parte vedono davanti a sé il buio di un futuro con le porte sbarrate; dall’altra la testimonianza dell’impotenza, da parte di chi pur si rende disponibile all’ascolto e al servizio dei più poveri, a dare risposte efficaci ai problemi che si presentano, che sono sempre ferite a volte nascoste quanto profonde, alle quali sembra quasi impossibile offrire una vera soluzione. Ciò che ne nasce è così un senso di delusione, di rassegnazione e magari anche di rabbia che accomuna tutti, sia chi chiede aiuto, sia chi si mette a disposizione per aiutare.

Ancora una volta, e, direi, più di sempre, al centro ci sono dunque le persone, nella loro individualità e nella trama complessa dei loro rapporti familiari e sociali; persone alle quali è possibile dare aiuto solo se chi è disponibile al servizio non si chiude nell’ “abbiamo sempre fatto così”, ma si apre anche a modalità nuove di incontro, di relazione e di scelte operative.

Credo che la lettura attenta del Rapporto Caritas porti proprio a questa conclusione: se pure ne eravamo convinti anche prima, ora però ne abbiamo avuto una prova provata: non si può più agire in ordine sparso; occorre riflettere, pensare e agire insieme, sia a livello di realtà ecclesiale, sia in relazione con tutte le altre realtà sociali deputate ai servizi alla persona, alla socializzazione interpersonale, alla tutela delle famiglie e della vita comunitaria. Ciò è possibile proprio a misura della capacità di ascoltarsi reciprocamente; di accogliersi nelle proprie differenze identitarie e, partendo da ciò che sta avvenendo, cogliere quali possono essere nel futuro le linee di tendenza verso punti di arrivo ai quali ci si sta dirigendo.

Proprio la sezione delle testimonianze sul tempo della pandemia ci permette di cogliere quali sono i punti di forza e di debolezza con i quali dobbiamo confrontarci e come il “segreto” di possibili soluzioni stia in ciò che con termine cristiano chiamiamo “comunione”.

La pandemia, da una parte ha accentuato quanto mai il senso della solitudine, della precarietà e quindi della ricerca individualistica di soluzioni dei problemi all’insegna di se stessi, nel momento stesso in cui, invece, ci si è accorti che solo lo sviluppo della condivisione, del servizio gratuito, del sostegno generoso che reciprocamente possiamo offrirci, è la carta vincente quando tutto il resto sembra liquefarsi come neve al sole.

C’è dunque da lavorare in questo senso, sia dentro che fuori la comunità cristiana. Un proverbio della sapienza dei nostri antichi dice che “l’unione fa la forza” e ciò è frutto del buon senso umano che è proprio di ogni persona che abbia un cuore capace di vedere realmente ciò che sta accadendo; a livello ecclesiale il proverbio può avere una nuova espressione: “la comunione è la nostra forza”. Sì, perché nella comunione di fede non siamo soltanto noi uomini e donne a proporre, a pensare e ad agire; bensì con noi c’è il Signore al quale, se siamo disposti a dare spazio, ci conduce con la forza della sua grazia su strade nuove e inedite che forse ancora nascoste all’intelligenza puramente umana, sono però chiaramente percepibili per chi ha occhi allenati alla disponibilità dell’amore.

Ringraziando la nostra Caritas diocesana che ancora una volta ci offre materiale prezioso per riflettere e per rispondere in maniera adeguata alle sfide che la povertà ci presenta, invito tutti a fare una rinnovata esperienza di comunione sul campo della fraternità e del servizio d’amore,  riconoscendo in chiunque incontriamo, un altro se stesso, perché ognuno sappia vedere nell’altro il volto amico di Gesù Buon Samaritano, il quale è sempre pronto a guardare con attenzione chi soffre, a fermarglisi accanto, a provvedere per quanto è possibile alle necessità emergenti e poi ancora a coinvolgere altri, nella comunione dell’amore, ricordando che solo insieme si riescono a portare pesi più grandi di noi stessi e soprattutto si riesce a rendere esplicito quanto il Signore dice: “Tutto quello che avrete fatto ad uno di questi piccoli nel mio nome, l’avete fatto a me!

+ Giovanni Paolo Benotto

Arcivescovo