Cattedrale, 23 maggio 2021
Viviamo insieme nella liturgia che stiamo celebrando quanto la prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli (2,1-11) ci ha proclamato. Cioè il momento nel quale cinquanta giorni dopo la Pasqua, nella casa in cui si trovavano insieme gli Apostoli, si verifica “un fragore come un vento che si abbatte impetuoso, e appaiono lingue come di fuoco che si dividono e si posano su ciascuno di loro”. Poi c’è un fenomeno che non si ripeterà più e cioè: gli Apostoli parlano e vengono percepiti da ciascun ascoltatore nella propria lingua nativa.
In questo modo viene messa in evidenza una universalità verso la quale la Chiesa nascente è chiamata. Gli apostoli vengono inviati non solo a Israele, il popolo di Dio, perché da questo momento tutti i popoli della terra, nelle loro particolarità e con le loro diversità sono chiamati a partecipare all’unica fede, la fede in Cristo Signore e Salvatore che riunisce tutti nell’unità e che permette a tutti di sentirsi parte di un’unica famiglia.
Potremmo dire che la Pentecoste è l’anti Babele; è il momento in cui si supera la frammentazione, la divisione, l’opposizione che era nata a Babele, quando l’unica lingua si divise in lingue che non si comprendevano reciprocamente, perché l’uomo, con la costruzione della torre che doveva toccare il cielo, di fatto, voleva sostituirsi a Dio.
Quando si perde il riferimento all’Unità, al centro gravitazionale che è Dio stesso, si finisce per frantumare ogni cosa. L’uomo frantuma la sua interiorità, la sua spiritualità e il suo rapporto con il prossimo semplicemente perché è stato frantumato il rapporto con Dio. Tolto di mezzo il rapporto con Dio che crea unità, non c’è altro che la divisione, il contrasto, il dare spazio, come ci dice la seconda lettura (Gal 5,16-25) alle opere della carne, cioè agli istinti, alle sopraffazioni e a quegli atteggiamenti di potere che siamo sempre tentati di esercitare gli uni nei confronti degli altri.
Faccio notare che nel testo della lettera ai Galati l’Apostolo Paolo usa il plurale per indicare “le opere della carne”, e usa il singolare per indicare “il frutto dello Spirito”. Di fatto però egli elenca un bel numero di opere della carne, ed elenca pure tutta una serie di atteggiamenti dello Spirito. Perché il plurale per le opere della carne e il singolare per le opere dello Spirito? Proprio per questa frantumazione che il seguire gli istinti e i desideri malsani che abitano nel cuore di ciascuno, provoca, mentre il seguire le mozioni dello Spirito significa raggiungere l’unità interiore, l’unità col prossimo, l’unità con Dio, l’unità del vivere insieme la stessa esperienza di fede.
Il testo del Vangelo (Gv 15,26-27; 16,12-15) ci permette di cogliere come questa esperienza di fede si va realizzando nel tempo attraverso i secoli. Si tratta di alcuni versetti che appartengono al capitolo 15 e al capitolo 16 del vangelo di Giovanni che è stato proclamato. Sono l’annuncio di ciò che il Paraclito, cioè il Difensore, lo Spirito che difende, che sostiene e che consola, vuole realizzare nella sua missione nel mondo.
Intanto si dice che è Spirito della verità. Lo Spirito che viene effuso nella Pentecoste e che noi riceviamo nei sacramenti, in modo tutto particolare nel sacramento della Confermazione, lo Spirito della verità che procede dal Padre, porta ciascuno che si lascia condurre dall’azione della grazia, alla comprensione della verità nella sua pienezza per quanto umanamente possibile.
Perché? Perché possiamo darne testimonianza! Cioè la conoscenza di Dio non è soltanto qualcosa che ciascuno di noi realizza e consuma per sé. La conoscenza di Dio è da trasmettere; l’esperienza che facciamo nella fede è da condividere, è da portare al prossimo, è da proporre a tutti, nessuno escluso, dando testimonianza del Signore, così come Gesù ha dato testimonianza del Padre. Abbiamo un modello davanti a noi: è Cristo. Come Gesù ci ha parlato e ci ha trasmesso le parole del Padre suo, così anche noi siamo chiamati a trasmettere le parole di Gesù che sono Parola del Padre. Lo Spirito che ci viene donato garantisce la nostra capacità di trasmissione.
E’ ovvio che lo Spirito di Dio viene dato a tutti personalmente, ma per non rischiare di andare fuori strada c’è bisogno sempre di cogliere ciò che unisce tutti nella stessa fede; cioè c’è bisogno di sperimentare insieme che cosa voglia dire comunione ecclesiale. Non è l’andare di ciascuno per conto proprio, perché si fa presto a andare fuori strada; è un andare insieme di tutto il popolo di Dio nella sua completezza, il che vuol dire ogni battezzato e ciascuno con la sua specifica vocazione e missione.
Lo Spirito Santo, ci ha detto Gesù, progressivamente, svela alla Chiesa e le fa comprendere sempre più profondamente la verità che è Gesù stesso e il suo Vangelo.
Dice Gesù: “molte cose ho ancora da dirvi – siamo nell’ambito dell’ultima cena – ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito vi annuncerà le cose future”. “Prenderà da quel che è mio e ve l’annuncerà”.
Queste parole esprimono una grande verità che ci offre serenità d’animo anche di fronte alle situazioni complesse, difficili, che la fede vive nella cultura del nostro tempo. Lo Spirito Santo non abbandona la sua Chiesa; lo Spirito Santo non viene meno nel suo compito di guidare la Chiesa, il popolo di Dio nella sua completezza. Lo Spirito Santo ci permette di cogliere in che modo è possibile rispondere alle sfide attuali proprio perché le domande del mondo, che il mondo pone alla fede e alla Chiesa a cui apparteniamo, non rimangano senza risposta. Dobbiamo avere questa certezza!
Qualche volta anche fra i cristiani serpeggia l’idea che siamo allo sbando. Non siamo allo sbando! Lo Spirito di Dio agisce e continua ad agire, sempre. C’è da vedere se siamo in ascolto della sua voce! Si tratta di vedere se la nostra consapevolezza interiore è una consapevolezza di fede, oppure è una consapevolezza soltanto a livello umano. Se manca una vera consapevolezza di fede non riusciremo mai a cogliere i suggerimenti dello Spirito e non sapremo nemmeno rispondere alle domande circa la fede che il mondo ci e si sta ponendo. Questa presa di coscienza circa l’opera dello Spirito Santo riguarda tutti.
Questo accompagnamento dello Spirito verso la pienezza della verità, non riguarda soltanto i grandi temi della fede che investono la comunità dei credenti nella sua globalità, bensì riguarda anche le nostre singole risposte alle sfide che incontriamo. E’ soltanto mettendoci in ascolto dello Spirito di Dio che siamo in grado di rispondere ai problemi che incontriamo giorno per giorno.
Ecco perché quando Gesù, e ce lo riferisce il vangelo di Luca, esorta i suoi discepoli a non aver paura di chiedere nella preghiera, dice: non vi contentate di chiedere il minimo, chiedete il massimo! E il massimo è lo Spirito Santo.
La preghiera di richiesta del dono dello Spirito è qualcosa che ci deve accompagnare ogni giorno. Una richiesta che siamo chiamati a rivolgere al Signore per tutta la Chiesa, ma anche per le nostre famiglie; una richiesta che è pure per la nostra personale risposta di fede alla proposta che il Signore ci fa col suo Vangelo. Chiedete il massimo; chiediamo lo Spirito Santo. Cioè a Dio chiediamogli Dio, tutto il resto viene dopo.
A volte, forse, abbiamo timore a chiedere il massimo e ci contentiamo del minimo. Il minimo non è mai quello che può dare pieno compimento al nostro cammino di fede e al nostro cammino di uomini e donne.
Che sia questa la nostra Pentecoste e la preghiera che facciamo al Signore quest’oggi per tutta la Chiesa che ha bisogno di un profondo rinnovamento interiore, ma non facendo cose strane, bensì sapendoci mettere sempre di più in ascolto dello Spirito che ci suggerisce la risposta giusta per la donazione di noi stessi al Signore, seguendo le vie del suo Vangelo.
( da registrazione )
