Il Concilio di Gerusalemme”
(At 15)
Santuario di Madonna dell’Acqua – Cascina – 13 maggio 2021
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Il testo biblico che viene proposto alla nostra riflessione è l’intero capitolo 15 degli Atti degli Apostoli, in cui si narrano le vicende legate al così detto Concilio di Gerusalemme in cui si dirime una controversia nata ad Antiochia fra cristiani provenienti dall’ebraismo e cristiani provenienti dal paganesimo, a proposito della necessità o meno di adottare le prescrizioni giudaiche anche da parte di chi, da pagano si faceva cristiano; nel caso specifico si trattava della circoncisione.
Non era una questione di poco conto, perché, di fatto, si metteva in discussione la gratuità della salvezza offerta a tutti da Cristo con la sua Pasqua, se per diventare discepoli del Vangelo fosse stato necessario aderire prima alla Legge di Mosè: “se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati”(At 15,1); così insegnavano alcuni fratelli venuti dalla Giudea. Di fronte a questo insegnamento “Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente”, così che viene stabilito che gli stessi “Paolo e Barnaba, insieme ad altri di loro, salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani, per tale questione”(At 15,3).
Si tratta di una vera e propria delegazione ufficiale che, dopo aver attraversato la Fenicia e la Samaria, “raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli”, giunge a Gerusalemme. Qui “fu ricevuta dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani” e riferì “quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo di loro”(At 15,4).
E’ interessante notare che la comunità di Antiochia, sconquassata dalla polemica, non si sia chiusa in se stessa, bensì abbia sentito il bisogno di fare riferimento agli apostoli e agli anziani di Gerusalemme e che l’incontro si sia svolto non solo con essi, ma con la Chiesa, cioè con l’intera comunità dei credenti. In poche parole si dice una cosa estremamente importante e cioè che apostoli e anziani, non sono altro rispetto al resto della comunità cristiana: essi sono all’interno della comunità, la quale, nel suo insieme, ha bisogno del servizio di unità e di comunione svolto da apostoli e anziani. Una consapevolezza che dobbiamo sempre coltivare per non rischiare di dividere il corpo di Cristo in pezzi separati gli uni dagli altri, perdendo di vista l’unità e la comunione che lega tra loro in maniera inscindibile membra diverse, e insieme complementari, servizi differenti e nello stesso tempo comunicanti gli uni con gli altri senza soluzione di continuità.
Nella assemblea di Gerusalemme, prendono per primi la parola, alcuni credenti che provenivano dalla “setta dei farisei”, affermando: “E’ necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la Legge di Mosè”. Si tratta di una affermazione perentoria che sembrerebbe non ammettere sconti: “E’ necessario!” Non dimentichiamo che ci troviamo in una comunità in cui la stragrande maggioranza, se non la totalità dei suoi membri sono credenti provenienti dal giudaismo che ancora frequentano il Tempio e che partecipano alla vita comunitaria ebraica del tempo.
Luca, usando la parola “setta”, sembra dirci che non è facile togliersi di dosso la pelle di cui ciascuno è rivestito; infatti ogni persona porta con sé la propria storia, le proprie esperienze, la propria mentalità, che riaffiorano soprattutto quando si pongono questioni complesse e nuove che si rischia di voler interpretare e dirimere con una strumentazione ormai obsoleta. Questo metodo, del ricorrere a unità di misura tipiche di mentalità ancorate a forme culturali inadeguate, crea spesso divisioni e spaccature, col rischio di fare leggere in maniera distorta fatti e avvenimenti che di per se stessi richiederebbero nuovi parametri interpretativi.
A questo punto c’è bisogno di ricorrere a qualcuno che possa fare discernimento e che offra soluzioni autorevoli e vincolanti per tutti. Gli Atti degli Apostoli dicono chiaramente chi è questo “qualcuno” che nella Chiesa deve svolgere questo servizio di comunione e di unità: “Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema”(At 15,6).
Luca ci riporta alcuni degli interventi degli apostoli e quale sia stato lo sviluppo della discussione. La cosa interessa non solo per i contenuti di questi interventi, bensì soprattutto per il metodo che viene proposto come modalità concreta che vale anche per la Chiesa di oggi e di ogni tempo.
Il primo apostolo che interviene è Pietro, il quale racconta l’esperienza di cui è stato protagonista e che già era conosciuta dai fratelli di Gerusalemme: “Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede”(At 15,7). Non si tratta solo di prendere atto di qualcosa che si è già realizzato per mezzo di Pietro, ma di comprendere quale sia la volontà di Dio: “Dio che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede”(v.8-9). Non siamo di fronte a forme interpretative umane, bensì c’è bisogno di accogliere e di comprendere la volontà di Dio che aveva già donato lo Spirito Santo in maniera imprevedibile anche ai pagani, così come era stata imprevedibile l’effusione dello Spirito sopra gli apostoli nel giorno di Pentecoste.
Pietro, se da una parte, fa riferimento alla esperienza di fede fatta sia da lui che da quanti provenivano dal mondo giudaico, come di un “giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare”(v.10), dall’altra parte afferma in maniera chiarissima: “noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo stati salvati, così come loro”(v.11).
In altre parole: come si riceve la salvezza? E’ una conquista dell’uomo grazie ai meriti che colleziona, o è dono d’amore che viene dal Signore Gesù? Credere nel Signore Gesù è infatti attività dell’uomo che accetta il dono di grazia che gli viene nella piena gratuità dell’amore di Dio, e non soltanto il risultato di pratiche da compiere o di gesti rituali da eseguire. La fede è grazia di salvezza che cambia il cuore e che lo purifica dal male e dal peccato.
Di fronte alle parole di Pietro, l’assemblea diventa silenziosa e Paolo e Barnaba possono “riferire quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro”(v.12). Luca non ci dice quali siano state le parole pronunciate da Paolo e Barnaba; però possiamo immaginarcele perché, nei capitoli precedenti, il libro degli Atti ci permette di accompagnarli nel loro itinerario apostolico e di assaporare con loro le grandi opere di salvezza compiute dal Signore proprio attraverso la loro predicazione. Luca, invece, preferisce soffermarsi sulle parole pronunciate da Giacomo. Infatti, se il discorso di Pietro aveva preso le mosse da avvenimenti di cui lo stesso Pietro era stato protagonista, il discorso di Giacomo offre al racconto di Pietro un articolato fondamento scritturistico.
Ciò che Pietro aveva fatto, infatti era in pieno accordo con le parole dei profeti. In particolare, Giacomo cita Amos 9,11-12: “Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore che fa queste cose, note da sempre”.
La volontà salvifica di Dio non era dunque soltanto tesa a salvare il popolo eletto, il popolo di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, bensì l’intera umanità. Una prospettiva di universalità, che lo sappiamo bene, si era fatta sempre più evidente, proprio attraverso le parole dei profeti, in particolare dell’ultimo Isaia quando afferma – è Dio che parla: “Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera (…) perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”(Is. 56, 6-7).
Da questa visione di universalità che Gesù stesso aveva ribadito prima di salire al cielo, quando aveva inviato i suoi fino agli estremi confini della terra, Giacomo deduce alcune norme di comportamento da adottarsi dalla comunità dei credenti in Cristo: “Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue”(v. 19-20).
Di fatto, Giacomo non entra nel merito dei contenuti della tradizione ebraica, perché “fin dai tempi antichi, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe”(v.21). Ciò che Giacomo propone è quel minimo di rispetto per uno stile di vita che fosse in sintonia e non in opposizione con la tradizione vivente osservata dai cristiani provenienti dall’ebraismo e che per aver abbracciato la fede in Cristo non avevano però abbandonato la tradizione di Israele. Per quanti provenivano dal paganesimo non c’era dunque da abbracciare in toto la Legge di Mosè bensì di comportarsi in modo tale da non suscitare scandalo all’interno della Chiesa, in cui la maggioranza dei fedeli continuava a praticare lo stile di vita ebraico.
In fondo si tratta di applicare nella concretezza della vita comunitaria un principio che lo stesso Paolo proclamerà nella prima lettera ai Corinzi a proposito degli idolotiti: “ Tutto è lecito! Sì, ma non tutto giova. Tutto è lecito! Sì, ma non tutto edifica. Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri. Tutto ciò che è in vendita sul mercato mangiatelo pure, senza indagare per motivi di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene. Se un non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: “E’ carne immolata in sacrificio”, non mangiatela, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza, della coscienza, dico, non tua , ma dell’altro (…) Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio”(1Cor 10, 23-29.32). Parole che vengono ulteriormente ribadite quando Paolo, sempre a proposito del mangiare la carne immolata agli idoli, afferma decisamente: “Se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò più carne, per non dare scandalo al mio fratello”(1Cor 8,13).
In altre parole, i suggerimenti di Giacomo hanno lo scopo di salvaguardare l’armonia della vita comunitaria con lo spirito della carità reciproca che spinge appunto a non cercare l’utile proprio, quanto il bene dell’altro e dell’intera comunità ecclesiale.
E’ a questo punto che l’assemblea di Gerusalemme sceglie alcuni degli intervenuti da inviare ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba. Si tratta di Giuda chiamato Barsabba e Sila “uomini di grande autorità tra i fratelli”. Ad essi fu affidata una lettera che riportava quanto era stato deciso comunitariamente: “E’ parso bene allo Spirito Santo e a noi, di non imporre altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!” (v.28-29).
La presa di posizione dell’assemblea apostolica di Gerusalemme, non è il risultato di una specie di contrattazione per trovare una via mediana in una vertenza che rischiava di spaccare la nascente comunità cristiana; si tratta invece di una decisione frutto di un serio confronto di tutta intera la comunità dei credenti in Cristo, guidata dagli apostoli e dagli anziani, sia con le esperienze che gli apostoli stessi insieme ai loro primi collaboratori avevano fatto nell’ambito dell’annuncio evangelico, nelle città e tra la gente in cui avevano seminato il lieto annuncio, sia contemporaneamente, con la Parola di Dio che era e rimaneva il riferimento indispensabile per la vita della giovane comunità dei credenti in Gesù. Una comunità giovane, ma nello stesso tempo estremamente consapevole di ciò che era in gioco e cioè che il cammino comunitario non poteva e non doveva essere guidato dal sentire soggettivo di qualcuno, ma che tutti dovevano mettersi in ascolto dello Spirito di Dio che Cristo risorto aveva donato ai suoi e che la Pentecoste aveva garantito quale dono permanente, perché nessuno rischiasse di andare fuori strada.
A questo proposito, sicuramente erano ben presenti a tutti le parole pronunciate da Gesù durante l’ultima Cena e riportate nel vangelo di Giovanni circa la presenza e l’azione dello Spirito Santo fra i discepoli di Cristo. “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”(Gv 14,16-17). E ancora: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”(Gv 14,26). “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me”(Gv 15,26). “E’ bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio , perché il principe di questo mondo è già condannato”(Gv 16,7-11). E ancora: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”(Gv 16,12-15).
Da queste citazioni, si comprende bene che anima del cammino dei credenti in Cristo, non è solo una sapienza umana, bensì la capacità di lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, il quale è il Paraclito, il Difensore, colui che intercede e suggerisce nel cuore dei credenti; è lo Spirito della verità; una verità che ha sempre bisogno di essere ulteriormente indagata e che ha il suo riferimento fondante nelle parole che l’unico Maestro, il Cristo, ha pronunciato e che corrispondono a ciò che Egli aveva udito dal Padre suo celeste. E’ dunque lo Spirito Santo che dona ai discepoli del Vangelo la possibilità di un autentico discernimento circa il bene e il male, perché ha il compito di “dimostrare la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio”.
Oltre a tutto questo è estremamente pregnante il fatto che l’azione dello Spirito non è solo qualcosa che si è compiuto nel passato, bensì è accompagnamento puntuale e fedele della Chiesa nella storia di generazione in generazione: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito ella verità, vi guiderà a tutta la verità” non insegnando cose alternative rispetto a quanto Cristo ha annunciato, bensì esplicitando tutto ciò che “avrà udito”, dal momento che “non parlerà da se stesso” bensì “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.
Si tratta di una verità che soprattutto nel nostro tempo spesso confuso e incline alla estemporaneità è necessario tenere presente, per non giungere a conclusioni che ci porterebbero fuori strada, sia per quanto riguarda il modo di impostare la nostra azione pastorale, sia per non rischiare di “congelare” al passato, ciò che ha bisogno di esprimersi nel presente con forme capaci di creare empatia e disponibilità verso quella “lieta notizia” che è il Vangelo, che invece assai spesso viene percepita da molti – specie in ambito giovanile – come inutile ripetizione di cose ormai vecchie e sclerotizzate.
Ritornando al testo di Atti 15, possiamo dedurre una serie di conseguenze che possono orientare e sostenere prima di tutto la nostra spiritualità presbiterale, personale e comunitaria, e sostenere la nostra azione pastorale tesa ad “integrare” nel contesto cristiano, un mondo che si trova a vivere e ad operare con modalità contraddittorie rispetto al messaggio evangelico.
Una prima osservazione è che il messaggio del Vangelo non può essere soggetto a riduzionismo. Sarebbe solo una perfida illusione del demonio se pensassimo che la gente potrebbe aderire con più facilità al Vangelo se questo venisse adattato alla mentalità corrente. Caso mai è proprio vero il contrario. Questo ce lo insegna tutta la storia della Chiesa. I grandi santi, come Francesco d’Assisi, o Domenico, o Ignazio, o Teresa D’Avila, o Caterina da Siena, o Giovanni Bosco, o Teresa di Calcutta non hanno mai fatto sconti né a se stessi, né al prossimo. Anzi hanno mostrato che solo un “Evangelium sine glossa” è capace di interpellare in profondità il cuore e la vita delle persone. La riprova è che proprio questi santi hanno contribuito in maniera determinante alla riforma della vita della Chiesa in momenti non certo più facili del nostro tempo ed hanno dato vita a percorsi di spiritualità che ancora segnano in maniera indelebile l’esistenza di innumerevoli cristiani e cristiane.
Una seconda osservazione riguarda la capacità di leggere in maniera adeguata la vita concreta delle persone e della società. Uno sforzo che il Papa sta chiedendo a tutta la Chiesa è proprio questo: c’è bisogno di avere grande attenzione, rispetto ed amore per la vita di ogni essere umano, perché solo un rapporto di “tenerezza e di affetto” (EG 288) è capace di mediare da cuore a cuore la forza liberante della verità evangelica.
Parlare di tenerezza e di affetto, significa mettere in movimento i sentimenti del cuore. Non si tratta di sentimentalismo, bensì di esprimere verso chiunque incontriamo l’attenzione alle sue ricchezze oltre che ai suoi limiti. Sappiamo bene che anche in mezzo allo sconquasso e al degrado che segnano la vita di tante persone, ci sono aspetti positivi sui quali occorre fare leva per attivare quei canali interiori che permettono di sintonizzarsi su frequenze spirituali e soprannaturali che non di rado sono del tutto sconosciute. In questo senso, la fatica più grande che ci attende, è proprio quella di diventare sempre più capaci di avvicinarci al prossimo e alle più diverse espressioni della vita sociale senza prevenzioni e pregiudizi, bensì con la capacità di ascoltare per capire e discernere il modo migliore per permettere a quella persona e a quell’ambiente di non chiudersi in maniera preconcetta all’azione della grazia.
Una terza osservazione riguarda la preminenza della Parola di Dio in questo cammino di accompagnamento e di confronto con la realtà di vita delle persone e della società del nostro tempo. Forse, avremmo bisogno di credere di più alla forza trasformante della grazia di Dio, invece che affidarci ai nostri schemi che rischiano di incasellare persone e situazioni che invece debordano ben oltre i limiti del nostro orizzonte.
A questo proposito mi sembra opportuno citare un brano del discorso che il Papa ha rivolto recentemente all’Azione Cattolica Italiana. Commentando il termine “Azione” il Papa ha detto: “Possiamo chiederci cosa significa questa parola “azione” e soprattutto di chi è l’azione. L’ultimo capitolo del vangelo di Marco, dopo aver raccontato l’apparizione di Gesù agli apostoli e l’invito che egli rivolse loro ad andare in tutto il mondo e proclamare il Vangelo ad ogni creatura, si conclude con questa affermazione: il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. Di chi è dunque l’azione? Il Vangelo ci assicura che l’agire appartiene al Signore: è Lui che ne ha l’esclusiva, camminando in incognito nella storia che abitiamo. Ricordare questo non ci deresponsabilizza, ma ci riporta alla nostra identità di discepoli-missionari. Infatti il racconto di Marco aggiunge subito dopo che i discepoli partirono prontamente e predicarono dappertutto. Ricordare che l’azione appartiene al Signore permette di non perdere di vista che è lo Spirito la sorgente della missione (…) e che la nostra capacità viene da Dio; che la storia è guidata dall’amore del Signore e che noi ne siamo co-protagonisti. (…) La pandemia ha mandato all’aria tanti progetti, ha chiesto a ciascuno di confrontarsi con l’imprevisto. Accogliere l’imprevisto, invece che ignorarlo o respingerlo, significa restare docili allo Spirito e, soprattutto, fedeli alla vita degli uomini e delle donne del nostro tempo”.
Questa doppia fedeltà alla Parola di Dio e all’opera dello Spirito e insieme alla vita della nostra gente, così come è, con tutte le contraddizioni che la stanno agitando, è proprio ciò che permette quell’ integrare al quale ci ha richiamato più volte il Papa, non solo nell’Amoris Laetitia , ma anche in diversi altri suoi documenti. Il verbo integrare non significa, voler incasellare o ingabbiare a forza qualcuno in schemi preconcetti, bensì aiutare, prima di tutto noi stessi e insieme, le singole persone e le nostre comunità, a mettersi in quella disponibilità interiore che è apertura del cuore e della mente alle sfide che il tempo presente ci pone e alle vie nuove che lo Spirito Santo non cessa mai di presentare alla sua Chiesa. Vie spesso inedite, e quindi di cui non abbiamo ancora fatto esperienza, ma che dobbiamo imparare a discernere per poterle percorrere con audacia, coraggio e grandissima umiltà, sempre pronti a modificare il passo e ad orientare sempre più precisamente il cammino guidati dalla bussola del Vangelo e verificando verso quali mete gonfia le nostre vele il soffio dello Spirito Santo.
Una ulteriore osservazione riguarda il camminare insieme, espressione che corrisponde alla parola che oggi viene sempre più usata e che è il termine sinodalità. Un termine che rischia di essere ripetuto come fosse uno slogan risolutivo di qualcosa che in realtà ci sfugge e di cui forse abbiamo anche timore e paura.
Se ci si pensa bene questo termine ha la sua esemplificazione chiarissima, proprio nelle modalità con cui si è svolta l’assemblea di Gerusalemme. Il problema posto ad Antiochia, che crea divisione e sconcerto, non si ferma solo all’interno di quella comunità, bensì viene portato a Gerusalemme, in quella che era la Chiesa madre, il grembo germinativo di ogni altra comunità di credenti in Cristo. E a Gerusalemme si ascolta la richiesta di Antiochia, si ascoltano le varie opinioni, anche quelle espresse dalla “setta dei farisei”; si ascoltano le testimonianze degli apostoli e le loro riflessioni alla luce della Parola di Dio; si prendono delle decisioni, tutti insieme, sotto la guida dello Spirito Santo, decisioni che vengono poi comunicate in maniera ufficiale alla comunità di Antiochia.
Credo che sia utile sottolineare che non si tratta di acquisire per la Chiesa ciò che nell’ambito civile si chiama “democrazia” partecipativa. Nella Chiesa il metodo è diverso da quello che si adopera nella società civile: in questa vale la forza dei numeri con la conseguenza di una maggioranza che vince e di una minoranza che perde; nella Chiesa si tratta di imparare a cogliere la voce dello Spirito che guida all’unità, che opera nella comunione; che parla anche attraverso i più piccoli e i meno importanti, umanamente parlando; che non cerca alleanze e non organizza lobby di pressione su chi ha la responsabilità della sintesi finale; che comunque opera sempre in modo che sia la Parola di Dio affidata alla Chiesa ad avere l’ultima parola su tutte le nostre possibili idee e i progetti più efficienti che possiamo elaborare.
Se tutto questo avviene o per lo meno se ci impegniamo a non eluderlo, siamo sicuri che nessuno potrà sentirsi escluso, ed anche se poi tante scelte operative non potranno essere attivate, non per questo ci sarà chi se ne va deluso, perché sarà sempre la carità a trionfare nel cuore dei singoli e nelle relazioni interpersonali e comunitarie. Dice infatti l’apostolo Paolo ai Corinzi “la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica. Se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere. Chi invece ama Dio è da lui conosciuto”(8,1-3). Si tratta dunque di coltivare con grande dedizione e spirito di umiltà questa “conoscenza d’amore” con Dio che porta a fare crescere anche un rapporto di conoscenza d’amore con il prossimo. E’ la sfida che ci interpella e che ci spinge a non perderci d’animo e non abbandonarci alla sfiducia. Solo se ciascuno di noi vive pienamente “integrato” nel mistero dell’amore di Dio, non mancherà di trovare le strade più valide e più sicure perché anche chi è affidato alle nostre cure pastorali sia aiutato a crescere nella sua “integrazione” nel Signore Gesù e nella Chiesa suo mistico corpo.
