Giornata della vita consacrata
Cattedrale, 2 febbraio 2021
Come abbiamo detto nella introduzione liturgica a questa celebrazione, sono già passati quaranta giorni dal Natale e oggi la Chiesa celebra la Festa dell’Incontro con Gesù, “l’Angelo dell’alleanza che entra nel tempio” di Gerusalemme, secondo le parole del profeta Malachia (3,1-4); di fatto si tratta dell’incontro del Signore col suo popolo rappresentato dai due anziani Simeone e Anna.
Un incontro suscitato, ci dice più volte l’evangelista Luca, dallo Spirito Santo. Simeone aspettava la consolazione di Israele; lo Spirito Santo era su di lui; “lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore”; e “mosso dallo Spirito si recò al tempio”. Ed ecco l’incontro con Gesù.
L’incontro col Signore non è mai qualcosa che avviene a caso; non è mai un incontro fortuito quello che noi stessi, nella nostra vita, abbiamo avuto col Signore. Non è un incontro per caso quello che è avvenuto nel nostro battesimo, come non è un incontro per caso quello che è avvenuto nella chiamata alla vita consacrata, alla vita di profonda relazione con il Signore che voi suore, voi religiosi, noi preti, abbiamo avuto nel nostro percorso. Non è a caso; c’è sempre un disegno di amore; c’è sempre un disegno di salvezza che Dio vuole realizzare in noi e, attraverso di noi, con quanti vivono con noi. C’è un disegno di amore; un disegno di dì salvezza.
Credo che la prima considerazione da fare sia proprio questa: cioè che siamo chiamati tutti quanti, ciascuno personalmente, a prendere coscienza di questa chiamata, di questo appello, di questa opportunità che ci è stata offerta di incontrare il Signore, Occorre renderci conto che lui è venuto incontro a noi e che in questo incontro ha messo i suoi occhi di amore su di noi.
Non possiamo non fare riferimento a quell’espressione che troviamo nel Vangelo quando Gesù, incontrando un giovane, si dice: “lo fissò e lo amò”. Lo sguardo di Gesù fu uno sguardo di amore che evidentemente quel giovane percepì; uno sguardo di amore che entrò nel profondo del suo cuore e della sua vita. Così è stato anche per noi.
L’incontro vocazionale è stato un guardare da parte di Gesù nei nostri confronti e da parte nostra un renderci conto di questo sguardo di amore per un incontro non fuggevole, non di un momento soltanto, ma per un incontro che diventasse stabilità di vita, cammino da fare insieme, nostra partecipazione sempre più profonda con la vita del Signore Gesù. Accogliendo quindi questa disponibilità di amore del Signore ci siamo in qualche modo incamminati per essere anche noi luce per rivelare alle genti il disegno di amore di Dio per il mondo.
E’ interessante rileggere e meditare le parole che Simeone pronuncia quando accoglie Gesù fra le sue braccia e benedice Dio. Dalle parole di Simeone si può arguire che Simeone fosse già di una certa età, ma potrebbe essere anche un giovane: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”. Ora è realizzato pienamente ciò che tu mi proponevi, ciò che tu mi prospettavi, tutto ciò che già avevi instillato nel profondo del mio cuore attraverso il dono del tuo Santo Spirito!
“I miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Ciascuno di noi può dire a se stesso in quale momento con gli occhi interiori della fede, ha visto questa salvezza, cioè ha visto il Signore entrare nella propria vita per rimanerci. Non per stare con noi solo per un attimo fuggente, ma per accompagnarci costantemente nel nostro cammino. Una salvezza che, dice Simeone, è “preparata da te davanti a tutti i popoli”; cioè una luce attraverso la quale il Signore vuole rivelarsi a tutti.
Ed ecco una seconda riflessione: io la rivolgo a me stesso, ma ciascuno può rivolgerla a sé: in che modo noi consacrati siamo capaci di rivelare agli altri l’incontro che abbiamo fatto col Signore? In che modo la luce che ci ha illuminati può riverberarsi su altri? In che modo la nostra risposta alla chiamata di Dio può diventare incentivo perché anche altri rispondano al Signore e sappiano riconoscere la propria strada nel cammino della vita, cioè sappiano riconoscere la propria vocazione?
Ci lamentiamo un po’ tutti della scarsità delle vocazioni, del numero sempre più ridotto di giovani che si mettono alla sequela del Signore, sia nella vita consacrata, sia nella vita matrimoniale. Se non c’è la disponibilità di mettersi totalmente dietro al Signore, non sarà poi possibile trasmettere a tutti la luce con la quale il Signore ci ha illuminati. Come mai non siamo capaci di dare luce agli altri?
La domanda che dobbiamo porci è: mi lascio illuminare davvero dal Signore? So accogliere in me la sua luce? Permetto al signore di farmi illuminare nella profondità del mio essere perché poi questa luce che non è mia, ma del Signore, si riverberi sul prossimo, su ogni persona che incontro nella vita?
Questa luce deve riverberarsi prima di tutto là dove ciascuno vive, all’interno della comunità nella quale siamo inseriti. Qualche volta il rischio è di voler portare la luce senza averla e di non coglierla dove c’è. Quando c’è una fonte luminosa, questa illumina dappertutto a meno che non si metta qualche ostacolo e che non si alzi qualche muro.
Ecco dunque l’attenzione a far sì che non ci sia niente che fa schermo a questa luce che deve poter arrivare a tutti. Un’attenzione a far sì che questa luce illumini, riscaldi, purifichi anche, l’ambito di vita perché davvero non ci sia niente e non ci sia nessuno che non possa essere raggiunto anche tramite noi dalla luce del Signore.
Un’altra riflessione ci viene offerta dall’intervento della profetessa Anna. Una donna anziana, – ottantaquattro anni è già una bella età, – che Luca chiama profetessa; cioè una donna che aveva qualcosa da dire non di suo, ma qualcosa che chi l’ascoltava riconosceva venire dall’Alto, e che quindi annunciava non parole sue, ma parole che in qualche modo a lei stessa erano offerte perché le comunicasse agli altri.
Che cosa faceva questa donna? “Serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. E quando incontra Gesù che fa? “Si mette a lodare Dio e parlava del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.
Nel momento stesso in cui, l’angelo dell’Alleanza, come ha detto Malachia, entra nel tempio del Signore, ci sono anche altre persone che in qualche modo diventano annunciatori, messaggeri di Dio, preparando anche loro la strada al Signore che veniva incontro al suo popolo.
In che modo noi consacrati siamo capaci di annunciare, di dire a tutti che Dio è al primo posto, che vale la pena seguire lui; che Dio non può essere messo dietro a tutto il resto? Un compito oggi affidato alla vita consacrata credo sia quello proprio di riannunciare, riaffermare non a parole, ma con la vita, il primato di Dio. Dio è il primo e al primo posto. E se Dio è il primo e al primo posto anche tutto il resto va al posto giusto; anche tutto il resto potrà contribuire ad una pienezza di vita.
Chiediamo al Signore di rinnovare in noi la nostra capacità di donazione a lui. Lo faremo fra poco ringraziando Dio per il dono della vita consacrata. Non soltanto vogliamo dirgli grazie, ciascuno per sé, ma grazie perché attraverso questa chiamata è possibile anche per noi collaborare all’opera salvifica di Dio. Grazie a questa chiamata abbiamo ricevuto la luce che ci illumina e che possiamo trasmettere agli altri; grazie a questa chiamata abbiamo una missione per portare a tutti quel Vangelo di amore di cui il mondo ha bisogno, e che il mondo aspetta non di sentirsi ripetere soltanto con le parole, ma di vedere attuato nella nostra vita, con cui rispondiamo alla chiamata del Signore.
Che la Madre di Gesù e Madre nostra Maria, lei che ha risposto in pienezza a tutto questo, ci aiuti a camminare sulla via del Vangelo.
(da registrazione)
