Carissimo Arcivescovo,
dopo molta riflessione e anche qualche perplessità, mi sono decisa a scriverti in questo Natale 2020, segnato dolorosamente dal covid19.
Negli scorsi anni, sempre per Natale, Giuseppe, il mio sposo, noto a tutti per il suo silenzio, ti ha scritto per dare la sua testimonianza; si sono espressi anche gli animali che ogni anno fanno compagnia a me, a Giuseppe e al Bambino Gesù nel presepio. Tu poi, hai avuto perfino l’ardire di scrivere a Gesù appena nato, che sai bene, non avrebbe potuto risponderti se non con i suoi vagiti.
Questa volta sono io che prendo la penna in mano per dire a tutti ciò che da sempre conservo e medito nel mio cuore e che l’evangelista Luca aveva intuito, scrivendo di me per ben due volte nel suo vangelo: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”(Lc 2,19.51).
Tutto è iniziato nel silenzio della mia povera casa di Nazareth: si è manifestato l’Angelo di Dio; non saprei descriverti come, perché le parole non sono sufficienti a farti capire che cosa ho visto, che cosa ho udito e che cosa ho provato.
Mi sono sentita avvolta dal mistero dell’amore di Dio: sì, di un Dio ineffabile, ma non inaccessibile; non descrivibile, ma non sconosciuto. Ho avuto anche paura. E soprattutto ho percepito qualcosa che andava ben oltre le mie possibilità. Percepivo con sicurezza che in quelle parole che l’Angelo pronunciava si sintetizzava tutta la storia della salvezza, tutto ciò che i Profeti avevano annunciato. Anche se lì per lì non riuscivo a capire, sentivo però che tutte quelle cose erano vere: mi potevo fidare! E mi sono fidata della fedeltà del Dio di Israele.
Da quel momento è cominciata l’avventura che i vangeli raccontano. Una avventura che continua ancora, anche se in maniera diversa.
Come dire a Giuseppe di questa maternità tanto inattesa quanto incredibile? Come presentarmi alla gente? E’ vero: eravamo promessi sposi, ma tra noi c’era sempre stato il massimo rispetto. A superare questo problema ci ha pensato l’Angelo del Signore. E Giuseppe, uomo giusto, mi ha preso con sé nella sua casa.
E veniamo al Natale. Ormai si stava compiendo il tempo del parto e siamo dovuti partire per Betlemme per il censimento. Un viaggio disagiato, soprattutto per le mie condizioni. E poi, il non riuscire a trovare una stanza per alloggiare; il parto, in una stalla, in mezzo agli animali, perché per noi poveri “non c’era posto nell’alloggio”.
Caro Arcivescovo, vorrei che tu facessi presente a tutti che quanto è capitato a me, si ripete continuamente in tutto il mondo, quando non c’è posto per una vita che nasce o ci si chiude nella paura di fronte alla necessità di accogliere chi ha bisogno. E’ facile fare il paragone con i bambini che nascono sui barconi degli emigranti, o che non nasceranno affatto perché indesiderati. Sappi che io mi sento madre di tutti e specialmente di questi bambini per i quali è tutto il mio affetto e la mia predilezione.
Se di quanto era avvenuto a Nazareth solo io posso dare testimonianza, ciò che avvenne a Betlemme fu sotto gli occhi di tante persone, oltre che di Giuseppe. Ancora una volta ci pensarono gli Angeli ad avvertire i pastori, i più poveri di quel tempo; solo loro infatti sarebbero stati capaci di “riconoscere” nel bimbo che era nato, Colui che le Scritture avevano predetto da secoli.
Permettimi una osservazione: gli studiosi hanno esaminato i testi evangelici di Luca e di Matteo che narrano questi eventi, usando perfino il microscopio; ma chi ha capito davvero, ancora una volta, furono i semplici e gli umili, i puri di cuore, cioè coloro che sanno leggere le cose di Dio con gli occhi della fede.
Vennero poi i Magi che seppero interpretare i segni del cielo con la conferma da parte degli esperti in S. Scrittura di Gerusalemme. Anche questa fu una esperienza straordinaria: non ci si capiva con le parole, ma questi sapienti seppero esprimersi con il linguaggio della gratuità attraverso i loro doni. Dopo, però, siamo dovuti fuggire: appena il tempo di adempiere agli obblighi connessi alla nascita di un primogenito, e poi, la fuga in Egitto: l’esperienza dei profughi, dei rifiutati e dei perseguitati.
Tralascio tutto il resto che tu conosci dai vangeli. Ma voglio aggiungere un’ultima cosa: l’epilogo di tutto non è stato lo strazio del Golgota, dove Gesù mi ha fatta madre dell’umanità, bensì la risurrezione e l’inizio di una nuova famiglia che Gesù mi aveva affidato: la Chiesa di cui anch’io faccio parte con il compito di accompagnarla come madre sulle strade della storia.
Se nel Natale tu mi contempli nel presepio mentre sono in adorazione del Figlio di Dio che in me è diventato Figlio dell’Uomo, non dimenticarti, che sono anche madre tua e che anche tu sei mio figlio. E tanto più mi sento madre vostra quanto più vi trovate nel bisogno e nella sofferenza.
Vi sono vicina quando il timore vi attanaglia; quando soffrite per la povertà e la miseria; quando la malattia sembra chiudervi le porte del futuro, ma anche quando pensate di essere sufficienti a voi stessi e di non aver più bisogno di Dio.
Vorrei che tu dicessi a tutti che sempre e comunque, vi voglio bene, e che se vi fidate di Gesù, il futuro non potrà che spalancarsi su quella speranza che è come un’ancora gettata nel cielo di Dio.
Caro Arcivescovo, ti auguro un Natale Santo, il Natale di Gesù Figlio di Dio, Figlio mio e Fratello vostro e cerca, come meglio puoi, di fare arrivare a tutti il mio affetto e la mia benedizione.
Maria di Nazareth, Mamma di Gesù e Madre di tutti.
