il portale della Chiesa Pisana

Intervista sulla situazione ecclesiale a causa del coronavirus

Dimensione comunitaria

La prima reazione alle restrizioni circa la vita ecclesiale, è stata sicuramente di smarrimento, come sempre con smarrimento e incredulità, soprattutto inizialmente, sono state subite da tutti le norme emanate dal Governo. 

La domanda più ricorrente era: che cosa possiamo /dobbiamo fare per continuare le attività pastorali? C’è da notare che il linguaggio usato dalle norme restrittive dettate dal Governo, non ha assolutamente tenuto conto del linguaggio ecclesiale. Infatti con il termine “cerimonie” si è in qualche modo liquidata tutta la realtà liturgica, e con la parola “assembramenti” si è vietata ogni attività di catechesi e di formazione pastorale. E’ da notare che le norme governative non hanno mai parlato di “attività caritative” che, anzi, di fatto, sono state favorite, senza comprendere che la carità, insieme alla catechesi e alla liturgia sono le tre  note indissolubili che dicono l’identità della fede cristiana. Ritengo che proprio questa non conoscenza della realtà ecclesiale ha determinato delle invasioni di campo paradossali, con il divieto di ogni azione liturgica come la S. Messa ritenuta anch’essa solo una “cerimonia”.

Con l’azzeramento di gran parte dell’attività pastorale ordinaria, è ovvio che c’è stata la presa di coscienza del dovere della Chiesa di continuare la sua missione utilizzando altre forme rispetto alla partecipazione diretta dei fedeli alla vita liturgica e alla catechesi (la carità è continuata indisturbata, sia pure rispondendo alle dovute e necessarie precauzioni sanitarie). 

Da questo azzeramento si è sviluppato un notevole movimento di servizio tramite i mezzi moderni di comunicazione che ha cercato di supplire a ciò che non era possibile fare di presenza: ecco la catechesi a distanza, le forme più diverse per continuare il catechismo della Iniziazione Cristiana con forme appositamente create per l’emergenza; riunioni in video conferenza un po’ a tutti i livelli, e in particolare la trasmissione televisiva delle celebrazioni eucaristiche, non essendoci la possibilità di partecipare di presenza.

Nella diocesi di Pisa, sono state moltissime le parrocchie che ogni domenica hanno trasmesso la S. Messa in streaming; l’arcivescovo ha trasmesso ogni mattina feriale la celebrazione della Messa sui social diocesani, dalla Cappella dell’Arcivescovado, così come la celebrazione domenicale e dell’intero triduo Pasquale con 50 Canale dalla Cattedrale di Pisa, totalmente vuota.

Il cristiano sa bene che la fede non è un fatto virtuale, ma chiede un esercizio reale di prossimità e di coinvolgimento esperienziale; tanto è vero che ciò che è mancato di più a tutti è stata la possibilità di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Nello stesso tempo, proprio questa mancanza, ha reso tutti più consapevoli del valore dell’essere comunità, fatta di persone che hanno un volto e un nome e che sono chiamate a stringersi insieme come unico Popolo di Dio. E’ ovvio che a lungo andare , il pericolo è che ci si assuefaccia alla “virtualità” perdendo di vista un elemento che è strutturalmente fondante nell’esperienza cristiana che è la “sacramentalità”, cioè la traduzione nel tempo e nelle generazioni del grande mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, (cioè il fatto che il Figlio di Dio si è fatto Uomo) da cui il cristianesimo non può assolutamente prescindere, pena il suo svuotamento salvifico.

Se è vero che non tutto il male viene per nuocere, è pur vero che la pandemia ha riproposto in maniera forte il tema della vita comunitaria della Chiesa che non solo va sempre favorita, ma che soprattutto in un tempo come il nostro, nel quale l’individualismo esasperato ha preso il sopravvento su tutto e su tutti, va costantemente educata, riformata, tenendo conto di ciò che avviene nel mondo, ma anche difesa di fronte al suo possibile smantellamento da parte della cultura frammentata ed egoista nella quale siamo immersi.

La Pasqua

Come già sopra accennato, la vita comunitaria cristiana, non è soltanto esigenza sociale per chi professa un credo religioso; è bensì l’esplicitazione di quella “comunione” soprannaturale che ha la sua sorgente inarrestabile nella stessa vita della Trinità. Dio Trinità, è comunione d’amore. Le Tre Persone Divine sono intimamente relazionate l’una all’altra in un unico Amore e sono pure il modello e l’alimento della vita della comunità cristiana. Ciò dice che non è ipotizzabile un cristianesimo che si consumi esclusivamente in un ambito esclusivamente individuale, perché verrebbe a mancare uno dei “segni” indispensabili che manifestano la presenza di Dio Amore nel mondo. Nella comunità cristiana primitiva “l’essere un cuore solo ed un’anima sola”, cioè l’essere tutti uniti nell’Amore reciproco era, come lo è pure oggi, il segno più eloquente della veridicità della fede in Cristo.

Da questo risulta chiaro che non è ipotizzabile – a lungo termine – una vita cristiana piena senza il riunirsi in comunità, che viene sempre di nuovo alimentata e fatta crescere dalla comunione d’amore che proviene da Dio, per opera dello Spirito Santo.

L’aver dovuto celebrare la Pasqua davanti ad un televisore, invece che nella partecipazione comunitaria alle liturgie più belle e più significative dell’anno liturgico, e soprattutto l’impedimento di fatto a poter ricevere l’Eucaristia, ha fatto sentire tutta l’amarezza di quello che è stato chiamato da tanti “digiuno eucaristico” obbligato. Se da una parte c’è stato chi ha attribuito tale situazione ad una specie di presunta “debolezza” della gerarchia ecclesiastica, dall’altra è stato evidenziato da non pochi vescovi e dal papa stesso che questo forzato “digiuno” poteva anche essere considerato un atto di amore fraterno, per non esporre nessuno al rischio di contagio che avrebbe potuto avvenire anche con la più santa intenzione di partecipare ai riti liturgici. Qualcuno, d’altra parte ha pure ipotizzato addirittura la sospensione di ogni liturgia, anche “privata”, da parte del clero, essendo la partecipazione del popolo di Dio una delle condizioni di fondo per il normale svolgimento di ogni azione liturgica, dimenticando in questo caso che la Liturgia è prima di tutto ed essenzialmente atto di Culto verso Dio, che non è mai un atto privato del singolo celebrante, ma è sempre azione di tutta la Chiesa, e che anzi, si celebra a nome del mondo intero, anche se non ci fosse alcun fedele presente.

Queste problematiche hanno messo in luce la necessità di una maggiore conoscenza della liturgia nella sua realtà più profonda e di una conseguente catechesi liturgica da intensificare all’interno dell’intero popolo di Dio.

Qualcuno ha sottolineato che era la prima volta che c’era una sospensione così prolungata della vita liturgica  della comunità cristiana. Nella storia però, ci sono stati altri casi, provocati da guerre e pestilenze, ma soprattutto da persecuzioni religiose, quando per lunghi decenni in diverse parti del mondo – e tutt’ora accade – è stata impedita con la violenza ogni celebrazione cattolica con sanzioni che sono arrivate fino alla pena di morte, come attestano una infinità di martiri che hanno riempito la storia soprattutto del secolo scorso.

Ricerca di senso

Sicuramente è la prospettiva più difficile che ci sta davanti. In molti si dice che il nostro futuro non potrà essere più una riedizione del passato, anche a livello di vita religiosa. Di fatto nel giro di pochi giorni ci siamo tutti ritrovati a non poter vivere come sempre avevamo vissuto, a non poter fare ciò che sempre avevamo fatto e soprattutto ci siamo scoperti fragili e vulnerabili, quando ormai avevamo l’idea di essere pienamente autosufficienti. In effetti la presunzione arrogante di un egoismo eretto a sistema, si è dimostrata senza basi, senza strutture di sostegno ed è franata in maniera impietosa da un momento all’altro.

Una prima costatazione è che ci siamo tutti trovati sotto un peso insostenibile: quello della precarietà e della paura. Da padroni del mondo ci si è scoperti fragili e con i piedi di argilla. Tutti ci siamo visti più poveri e non in teoria, ma in pratica. C’è stata una esplosione di povertà che rischia di diventare miseria condivisa. Per questo basta visionare i dati che ad esempio provengono dalle Caritas Diocesane: manca letteralmente da mangiare e i numeri dei poveri stanno crescendo con percentuali inimmaginabili tre mesi or sono. 

Le strutture sociali, anche quelle che sembravano solide, non hanno retto alla violenza dell’urto del virus. I fiori all’occhiello della sanità – i centri di alta specializzazione di cui eravamo fieri di fronte al mondo – nascondevano l’abbandono del territorio. A questo proposito è da domandarsi perché c’è stato un così alto numero di medici che sono morti a causa del virus e molti meno sono stati gli infermieri vittime del morbo, quando negli ospedali sono proprio gli infermieri che stanno più a contatto con gli ammalati. Quanti sono stati i medici di base vittime del virus? Ed ancora: gli ammalati che sono morti, oltre a cercare il respiro che veniva a mancare, cercavano la presenza di qualcuno che li confortasse e gli fosse vicino: non è questa la manifestazione di quel bisogno di vicinanza e di prossimità che la cultura dell’individualismo ha infranto in questi ultimi decenni e che la pandemia ha riproposto come bisogno indispensabile per tutti?

Sicuramente, se vogliamo superare questo tragico momento e riprospettare percorsi di vita degni della persona umana, c’è bisogno di ridare voce agli ultimi e a chi ha più bisogno, senza arrivare all’assurdo  – che non è mancato – di dover fare la selezione di chi poteva essere curato e chi invece doveva essere abbandonato a se stesso, perché in mancanza di posti nelle terapie intensive, si doveva scegliere chi “salvare” e chi no. 

Un futuro che non tenesse conto del valore inalienabile della persona umana; degli equilibri che la natura esige che vengano rispettati da tutti e non invece sottoposti alla logica del profitto sfrenato dei più ricchi a spese dei più poveri; della ricerca di uno stile di vita più essenziale, ma che permetta a tutti di vivere dignitosamente; della supremazia del bene comune rispetto a beni particolari che spesso rispondono solo a volontà di profitto e di sfruttamento intensivo; perde ogni prospettiva di speranza.

Il futuro verso il quale ci stiamo dirigendo, non è frutto del caso o di “intrallazzi” esterni alla vita dell’umanità e alla volontà di chi ha il compito di guidare la vita delle nazioni e di costruire una economia rispettosa della vita di tutti; è bensì la risultante di decisioni che debbono essere assunte nel rispetto di quei valori senza i quali, appunto, non può esserci futuro e che Papa Francesco ha delineato in maniera chiara e coraggiosa nella “Laudato Sì”. 

Saremo capaci di fare un autentico discernimento su ciò che è successo in questi mesi e su quelle che saranno le conseguenze della pandemia? La speranza è che questo accada. Ma potrà realizzarsi solo se ciascuno si impegnerà a fare la propria parte in un percorso che riguarda tutti e da cui nessuno può pensare di tirarsi fuori. L’auspicio è che anche la comunità cristiana, non solo continui a svolgere la sua missione di “buon samaritano” curando le ferite di tanta gente sofferente, ma anche aiuti tutti a riflettere per trovare strade nuove da percorre tutti insieme nella vera fraternità.