ai Capi dei Popoli belligeranti”
Seravezza – 4 dicembre 2017
Ringrazio per l’invito a portare un mio contributo sul tema della pace a partire dalla Lettera inviata ai “Capi dei Popoli belligeranti” il 1 agosto 1917 dal Papa Benedetto XV. Una lettera che in un assordante silenzio dell’intelligenza umana e del desiderio di pace, provocò attacchi assai pesanti contro il Papa proprio da parte di coloro ai quali Egli si era rivolto.
Se per l’Italia si trattava dell’inizio del terzo anno di guerra – il quarto per gli altri Stati coinvolti – gli orrori erano andati crescendo in maniera esponenziale: morti, feriti, non solo fra i militari, ma anche tra la popolazione civile, insieme a distruzioni immani, aumentavano di numero ogni giorno, senza che si delineasse all’orizzonte una possibile fine del conflitto.
La Santa Sede, fin dall’inizio del conflitto si era imposta “una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama di pari affetto i suoi figli”. Infatti, come tante volte era accaduto nella storia europea, anche questa guerra veniva combattuta tra nazioni cristiane e in gran parte cattoliche. Cattolici erano i francesi, gli italiani e gli austriaci, come parte dei tedeschi; sempre comunque cristiani tutti gli altri combattenti. Una guerra che molti non avevano voluto e alla quale molti si erano opposti, ma sicuramente, come sempre, fomentata da chi ne poteva trarre “vantaggi” presunti o reali: annessione di territori, guadagni economici, prestigio politico e soprattutto potere; il tutto rivestito di nazionalismo esasperato travestito di amor di patria e di desiderio di riscatto nazionale.
Non sono uno storico e quindi non ho titoli per approfondire questi aspetti, ma non credo di essere lontano dal vero se diciamo che la guerra, soprattutto in Italia, era stata preparata attraverso una crescente opera di propaganda che aveva toccato i tasti più sensibili del sentire comune, ma che era stata sostenuta da un potentato economico e da una massificazione ideologica, capace, alla fine, di annebbiare anche le menti più lucide, non solo in ambito laico, ma, sia pure per motivi diversi, anche in ambito ecclesiale.
Se il Papa aveva sempre osservato una totale imparzialità, questa però non era certamente indifferenza a ciò che stava avvenendo; infatti la Santa Sede, ma insieme ad essa tanti vescovi, si era prodigata per l’assistenza ai militari e alle loro famiglie “in uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che si potesse, e ciò – dice il Papa – senza accettazione di persone, senza distinzione di nazionalità o di religione, come ci detta la legge universale della carità”.
Insieme all’aiuto umanitario – come oggi si dice – fu “cura assidua, di nulla omettere, per quanto era in potere del Papa, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una pace giusta e duratura”. Tre linee di azione che il Papa portò avanti con grande determinazione, anche se, soprattutto per la terza linea, senza un evidente successo.
Non erano mancati appelli e azioni pubbliche, come non erano mancate soprattutto iniziative segrete attraverso un paziente e continuo lavoro diplomatico. Tutto però era stato vano. “La guerra proseguì accanita per altri due anni con tutti i suoi orrori: si inasprì e si estese anzi per terra, per mare, e perfino nell’aria; donde sulle città inermi, sui quieti villaggi, sui loro abitatori innocenti scesero la desolazione e la morte”.
Proprio per questa crescita esponenziale di distruzione e di morte, il Papa interviene con un gesto coraggioso e inedito: quello di rivolgersi ai Capi dei popoli, non solo auspicando la fine delle ostilità, ma proponendo anche passi concreti per poter affrontare e risolvere problemi aperti che avevano portato alla guerra e che rimarranno ancora in essere nel dopo guerra, preparando addirittura un secondo conflitto mondiale.
Rivolgendosi ai Capi dei popoli, il Papa, più che appellarsi al Vangelo, fa leva sulla tragedia che sta insanguinando l’Europa: “Nessuno può immaginare quanto si moltiplicherebbero e quanto si aggraverebbero i comuni mali, se altri mesi ancora, o peggio se altri anni si aggiungessero al triennio sanguinoso. Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte? E l’Europa così gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta da una follia universale, all’abisso, incontro a un vero e proprio suicidio?” Follia, suicidio: sono termini crudi e terribilmente veri con i quali Benedetto XV connota la guerra che è in atto: come è possibile giustificare una guerra se non come azione di follia e di suicidio? Il Papa non entra affatto nella questione della possibilità che ci sia una “guerra giusta”: ciò che sta avvenendo è “follia universale” è “suicidio” collettivo; è qualcosa cioè che non può trovare alcuna giustificazione.
Il Papa fa presente che il suo intervento non risponde a “mire politiche particolari” e nemmeno a “suggerimento” di una parte o di un’altra dei belligeranti, ma esclusivamente alla sua missione di “Padre comune dei fedeli”, alla richiesta da parte dei figli della Chiesa e alla “voce stessa dell’umanità e della ragione”. Il Papa si mette dunque sul piano della ragione e delle motivazioni che riguardano ogni persona e ogni popolo e non soltanto coloro che riconoscono nel Papa il pastore universale della Chiesa. Il Papa coglie nella sua missione di pastore universale del popolo di Dio una valenza che diventerà sempre più elemento base di tutta una serie di interventi pontifici che attraversano tutto il novecento, fino ai nostri giorni e che soprattutto nei documenti del Concilio Vaticano II rendono sempre più forte e determinato il ministero del Papa e dei Vescovi circa le questioni che mettiamo sotto il titolo di “Dottrina sociale della Chiesa”.
Questa dottrina, che non riguarda solo le questioni legate al lavoro, se parte con Leone XIII dalla “questione operaia” con la Lettera Enciclica “Rerum Novarum” del 15 maggio 1891, giunge fino ad oggi con un orizzonte sempre più largo e con un approfondimento tematico che tiene conto di sviluppi inediti come quello riguardante l’ecologia e culminante nella recente Lettera Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco del 24 maggio 2015. Proprio all’interno della Dottrina Sociale della Chiesa si sviluppa e si chiarifica in maniera sempre più esplicita anche il tema della pace, rispetto ad un mondo che sembra non riuscire mai a superare la tentazione della guerra, diventata sempre più spietata e globale.
La grande novità della lettera di Benedetto XV riguarda in modo particolare alcuni punti – per la precisione 5 punti – che Egli presenta ai Capi delle nazioni quali “capisaldi di una pace giusta e duratura”, lasciando agli stessi capi di “precisarli e completarli”.
Il primo punto riguarda la necessità che “sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto”, attraverso la “diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati”. Non si tratta di una proposta utopica e fantasiosa, ma di un principio che di fatto, in quest’ultimo secolo è stato invocato e proposto ripetutamente, anche se con scarsi risultati, ma che portò alcuni decenni or sono al ridimensionamento degli armamenti nucleari. Il Papa parla anche di “sostituzione delle armi” con “l’istituto dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice”, che in qualche modo ipotizzava la formazione di “arbitri” concertati e deliberati di comune accordo tra le parti.
Il secondo punto riguarda la eliminazione di “ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari” e questo per togliere di mezzo “molteplici cause di conflitto”, aprendo “a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso”. Le barriere creano sempre problemi di relazione interpersonale e sociale e certe “protezioni” forzate, in realtà sono un modo per “controllare” spesso in maniera abnorme la libertà altrui, impedendo la libera circolazione delle persone e provocando un protezionismo culturale e commerciale che spesso risponde a interessi lobbistici e quindi a “cartelli” di potere legati quasi sempre alla finanza e a guadagni facili e inconfessabili. Si tratta di un tema quanto mai attuale e che spesso viene trattato specie a proposito della emigrazione forzata dei “poveri” del mondo, più sul piano della emotività che sul piano di una riflessione che sappia guardare oltre l’immediato. Del resto, già cento anni or sono, l’Italia, in particolare, era soggetta ad una emigrazione forzata di poveri che cercavano lavoro e vita nelle Americhe e che già prima della prima guerra mondiale avevano lasciato le proprie terre proprio per sfuggire alla miseria e alla fame andando in terre sconosciute oltre l’Oceano, con un flusso che continuò ancora molto a lungo e che ha permesso un letterale trasferimento di popolazioni italiane che portarono con sé i nomi stessi dei paesi che avevano lasciato, quasi in un ideale “trapianto” della propria identità sociale.
Al terzo punto, il papa affrontava il tema dei “danni e delle spese di guerra”, confessando che “non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai benefici immensi del disarmo; tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico”. Si tratta di una verità tanto lampante, quanto scomoda che riguarda le guerre di ogni tempo e soprattutto dei tempi moderni, con le quali si attivano guadagni immensi proprio con la vendita delle armi. Un commercio che si auto alimenta proprio grazie alla destabilizzazione politica sempre in agguato e che risponde ad un impero finanziario che spesso non ha né nomi né volti identificabili, ma che condiziona in maniera determinante la stessa vita politica degli Stati.
C’era poi, al quarto punto, il tema della “reciproca restituzione dei territori attualmente occupati”. A questo proposito il Papa chiede che si evacuino totalmente i territori invasi dagli eserciti contrapposti e che soprattutto “di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo, le Parti contendenti vorranno esaminare (le questioni territoriali) con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, delle aspirazioni dei popoli e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del grande consorzio umano”. Ancora una volta, la visione del Papa si allarga ad un orizzonte che si apre a dismisura rispetto ai più ridotti interessi locali, per cogliere interessi superiori, legati a quel “bene comune” che è uno degli assi portanti della Dottrina Sociale cattolica. Un bene comune, che anche oggi, rischia di diventare sempre più sfumato, mentre diventano sempre più pervasivi gli indirizzi sollecitati dai vari potentati finanziari che tirano i fili della economia e della politica mondiale.
Al quinto punto, il Papa invoca “spirito di equità e di giustizia” per tutte le altre questioni che all’epoca impegnavano la politica internazionale a proposito dell’Armenia, degli Stati balcanici e dei paesi che formavano l’antico Regno di Polonia. E’ da notare che il Papa elenca situazioni che forniranno materia per far divampare le pretese territoriali che alimenteranno il disagio internazionale a causa delle divisioni innaturali che usciranno dalle trattative seguenti alla fine della prima guerra mondiale, trattative dalle quali venne esclusa la Santa Sede. Ancora è da sottolineare che soltanto la Santa Sede mise in evidenza la situazione dell’ Armenia dove si è consumata una delle più terribili tragedie del ventesimo secolo, per la quale oggi si parla di “genocidio armeno”.
E’ solo dopo questa serie di considerazioni e di proposte concrete che il Papa usa l’espressione per la quale la sua lettera è diventata famosa, quando invocando la “cessazione di questa lotta tremenda”, dice che questa, “ogni giorno di più, apparisce inutile strage”.
Come ben sappiamo, il Papa rimase del tutto inascoltato, ed anzi, accusato dalle parti avverse, contemporaneamente, come disfattista e partigiano. Benedetto XV assisterà impotente al disfacimento di un’Europa, che a soli 20 anni di distanza, affronterà un nuovo abisso, un altro suicidio – per usare le parole di Benedetto XV – quello della seconda guerra mondiale.
A fare eco a ciò che paventava Papa Benedetto XV, ci sarà, per l’Italia, nell’ottobre del 1917 il disastro di Caporetto che con le sue cifre, manifesterà quanto erano vere le parole del Papa. Dal 24 ottobre al 10 novembre del 1917, infatti, con il rischieramento delle truppe italiane sulla linea del Piave, l’esercito italiano perse 650.000 uomini su un milione e mezzo di combattenti dei quali 40.000 tra morti e feriti, 260.000 prigionieri e 350.000 sbandati, abbandonando nelle mani del nemico ben 3.000 cannoni, cioè la metà di tutta l’artiglieria. Cifre che spaventano, ma che non riescono a tradurre che cosa avvenne nella realtà dei territori che videro lutti e rovine indicibili anche tra i civili coinvolti sui vari fronti di guerra.
A questo proposito mi piace riportare una memoria che appartiene alla mia famiglia e precisamente ad uno scritto del mio nonno paterno Giovanni Battista Benotto intitolato “Ricordi della Guerra 1915-1918”, redatto nel 1968 cinquantesimo della fine della guerra.
Richiamato il 24 maggio 1915, come artigliere da montagna, appartenente alla 14° batteria della Brigata Veneta, peregrinò in varie zone di guerra come il Sabotino, Oslavia, il Monte Santo, San Michele del Carso. Al momento della rotta di Caporetto, metà della sua batteria rimase in mano degli austriaci; il resto “di paese in paese, sotto l’acqua che continuava a cadere, siamo arrivati a Udine. Di qui, sempre sotto una pioggia continua, ci dirigemmo al ponte provvisorio fra Casarsa e Pinzano per poter passare il Tagliamento”. Nella ritirata mio nonno ebbe a passare dal paese di Susegana. Invece di passare il Piave, con un amico andò a trovare la sua famiglia che abitava nei dintorni di Valdobbiadene dove arrivò il 30 ottobre e dove rimase con i suoi familiari – i genitori, la moglie e un figlio, per due giorni, ritornando poi alla sua batteria attestata a Selva del Montello, al di qua del Piave, mentre la famiglia rimaneva al di là del Piave.
Nel mese di maggio del 1918 “si seppe che i tedeschi dovevano fare una offensiva dal Brenta al Grappa e al Montello. Noi da montagna fummo destinati alla difesa del Grappa. La sera del 15 giugno si partì; arrivammo al Grappa la mattina del 16 giugno alle ore 9 circa e ci fermammo nella valletta vicino al ponte San Lorenzo in attesa di prendere posizione nella notte. Io cercai un posticino a fianco di una roccia alta circa tre o quattro metri, piantai un chiodo nella roccia per attaccarvi la pentola per fare la pastasciutta agli ufficiali. Quando la pasta era quasi cotta preparai una tavola provvisoria per poter mangiare. Mentre stavo per colare la pasta ecco che i tedeschi cominciano un bombardamento infernale con sdrapel a doppio effetto: le bombe cioè scoppiavano una prima volta per aria e poi scoppiavano ancora quando arrivavano al suolo. In meno di 10 minuti rimasero fra morti e feriti più di 20 muli della mia batteria, i quali erano riparati ad una cinquantina di metri sotto a noi dove c’era un po’ di piano. Noi soldati ed ufficiali ci eravamo messi al riparo delle rocce che si trovavano là in modo che non ci fu nemmeno un ferito. Mi ricordo che una scheggia di granata passò vicino al mio fianco e picchiò nella catasta dei piatti, rompendomene alcuni insieme alla zuppiera. E’ un gran ricordo quel giorno!” E’ doveroso aggiungere che mio nonno era a capo dei cuochi che provvedevano a preparare da mangiare per gli ufficiali.
Sarebbe troppo lungo riportare quanto mio nonno ha scritto nei suoi “Ricordi”. Aggiungo soltanto un testo che ci riporta alla contro offensiva che si svolse sul Piave negli ultimi giorni dell’ottobre 1918. Il luogo del passaggio del Piave fu dietro la stazione di Pederoba “dove c’era il ponte di barche attraverso il quale erano già passati tre battaglioni di alpini ed un reggimento francese di fanteria. Il capitano comandante della mia batteria, la sera del 26, un’ora prima di partire ebbe uno svenimento per cui fu portato all’ospedale e non se ne seppe più nulla. Rimase così’ a comandare la batteria un tenente. Per tutta quella notte siamo rimasti in attesa di passare da un momento all’altro; invece, durante la notte passarono le altre due batterie. La nostra batteria cominciò a passare alle sei del mattino del 27. A me, che ero con tre soldati e tre muli toccò di passare fra le otto e le nove del mattino proprio nel momento in cui avevano intensificato il tiro i cannoni tedeschi, tanto è vero che ogni cinque minuti arrivavano quattro colpi di cannone o sul ponte o vicino ad esso. Io avevo davanti a me i soldati e i muli e picchiavo con un bastone l’ultimo mulo mentre sentivo un tenente che diceva di fare piano a causa dei tavoloni del ponte. Proprio nel momento in cui facevo l’ultimo passo dal ponte alla ghiaia del fiume, un colpo picchiò nell’acqua, dietro di me. A causa dello spostamento d’aria provocato dallo scoppio mi trovai sdraiato sulla ghiaia. Mi rialzai in piedi e rimettendomi l’elmetto non vidi più davanti a me né conducenti, né muli: allora mi misi a correre per il letto del fiume e dopo circa 400 metri trovai un mulo che cercava da mangiare fra la ghiaia: aveva il basto che gli pendeva tutto su un fianco e guardando bene riconobbi che aveva le casse della mensa ufficiali. Dopo avergli addirizzato il basto lo presi per la briglia e me lo portai dietro; dovendo poi attraversare un ramoscello d’acqua, questo mulo non voleva entrare dentro l’acqua. Chi mi aiutò a fare la traversata fu un ufficiale francese che con un bastone riuscì a convincere il mulo. Per potermi ricongiungere alla mia batteria dovetti passare circa trecento metri di terreno tutto coperto dai morti dei combattimenti dei due giorni precedenti: erano tutti alpini e fanti francesi, e ce ne erano così tanti che non sapevo come fare a scansarli tutti”. L’immagine è davvero tragica e non fa altro che confermare l’epiteto di “inutile strage” utilizzata da Benedetto XV per indicare la follia della guerra, che estese le sue distruzioni alla vita della gente e dei paesi che furono teatro di guerra.
Nel caso di mio nonno, il teatro di guerra di cui ricorda gli episodi più tragici, era anche l’ambiente di vita della sua famiglia; i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza, attraverso i quali peregrinò poi alla ricerca della sua famiglia di cui aveva perso ogni notizia, riuscendo solo a sapere, dopo varie ricerche, alla fine di ottobre, che probabilmente si trovava sfollata nel bellunese. Fu così che “il 9 di novembre – quindi dopo l’armistizio – partii per Trichiana e la sera, verso buio, venni a sapere che la mia famiglia era in una casa sul Col di Navasa. Era già notte fonda e io mi trovavo al fondo della valle senza sapere come fare ad arrivare a questo colle di Navasa. Vedendo poi un lumicino, mi diressi verso questo e trovai una casa. Una della famiglia mi accompagnò nella valle con un lanternino; mi fece attraversare un ruscello che c’era e mi mise sul sentiero che conduceva in cima al monte. Così alle 10 di sera del 9 novembre potei abbracciare babbo, mamma, mia moglie e mio figlio Gioacchino. Dopo due giorni feci ritorno alla mia batteria che si era trasferita a Lentiai dove dopo qualche giorno mi vennero a trovare la moglie e il babbo. Da qui in poi non dico altro, perché prima che si potesse di nuovo tornare a casa nostra sono passati quasi due anni di patimenti tali che così non ne avevo passati in tutti i miei anni di guerra, però, anche questo tempo, con l’aiuto di Dio, lo passammo sempre in salute”.
Dalla grande storia alla piccola storia familiare la distanza non è poi così grande, perché nelle vicende della vita quotidiana non possono che riflettersi e incarnarsi i grandi avvenimenti che a distanza di tempo sono diventati oggetto dei libri di storia, con la differenza che la storia scritta finisce quasi per anestetizzare dolori e sofferenze, mentre la vita narrata fa riaffiorare quel quotidiano che ha toccato nella carne, per sempre, persone concrete, famiglie e parentele, paesi e città, lasciando strascichi indicibili di sofferenza e di dolore .
Guardando allo scorrere del tempo, in questi ultimi cento anni, le “inutili stragi” si sono susseguite senza soluzione di continuità e tutt’ora insanguinano diverse decine di paesi del mondo con una guerra mondiale a pezzi, come ha detto ripetutamente Papa Francesco. Come già ricordato, l’espressione “inutile strage” suscitò il rancore di tutte le parti in lotta nel primo conflitto mondiale, ma resta nella memoria e nella gratitudine degli uomini di pace, mentre un’altra specie di conflitto si sta svolgendo su strade di dolore percorse da milioni di persone: “la crisi umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale” come ha detto Papa Francesco riferendosi ai circa 65 milioni di rifugiati che vagano nel mondo. Una tappa ulteriore di una Via Crucis che sembra non arrestarsi mai nello scorrere del tempo e che ha registrato appelli e grida di dolore da parte di Papi che non possiamo non ricordare. Ricordiamo a questo proposito l’appello angosciato di Pio XII nel 1939 alla vigilia della folle avventura bellica hitleriana: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”, che fu causa di 50 milioni di morti e di incalcolabili distruzioni materiali. Ugualmente ricordiamo la pensosa riflessione di Papa Giovanni XXIII affidata alla Lettera Enciclica Pacem in Terris dell’11 aprile 1963 e l’invocazione di Papa Paolo VI all’ONU nell’ottobre 1965 : “Mai più la guerra!”. Una invocazione che dal 1967 è diventata, sempre per volere di Papa Paolo VI, ogni anno, il primo di gennaio, Giornata Mondiale per la Pace, alla quale si è aggiunta a partire dal pontificato di Giovanni Paolo II, una progressione di attenzione interreligiosa tanto da coinvolgere le grandi religioni in una invocazione corale per la pace culminata negli incontri di preghiera nella città di San Francesco.
E’ in questa linea di continuità, che prende le sue mosse dal messaggio evangelico, che si colloca in maniera determinata e per molti versi innovativa, la posizione di Papa Francesco che recentemente, il 10 novembre, ricevendo in Vaticano i partecipanti al Simposio internazionale sul disarmo promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha fatto eco a quanto affermato da vari vincitori del premio Nobel : “Il solo modo per assicurare una pace mondiale sostenibile e impedire che le armi nucleari si diffondano e vengano usate è abolirle”.
In questa occasione il Papa ha detto: “Considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale ad una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica della solidarietà.(…) Eppure, un sano realismo non cessa di accendere sul nostro mondo disordinato le luce della speranza. Recentemente, ad esempio, attraverso una storica votazione in sede ONU, la maggior parte dei membri della Comunità Internazionale ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra”.
Proprio in questo anno 2017 ricorre il 50° anniversario della Lettera Enciclica Populorum progressio di Papa Paolo VI. “Essa, diceva ancora Papa Francesco, sviluppando la visione cristiana della persona, ha posto in risalto la nozione di sviluppo integrale e l’ha proposta come nuovo nome della pace.” In questo documento si dice infatti: “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”(14).
In effetti, possiamo affermare che la riflessione della Chiesa sul tema della pace, ha portato a cogliere come sempre più inquietante e non più tollerabile il male della guerra, proprio in relazione alle possibilità di distruzione che essa va via via acquistando così come già aveva affermato il Concilio vaticano II nella Gaudium et Spes al n.80: “Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti, e per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni”. E si aggiunge al n. 82: “I reggitori dei popoli (…) dipendono in massima parte dalle opinioni e dai sentimenti delle moltitudini. E’ inutile infatti che essi si adoperino con tenacia a costruire la pace, finché sentimenti di ostilità, di disprezzo e di diffidenza, odi razziali e ostinate ideologie dividono gli uomini, ponendoli gli uni contro gli altri (…) Né ci inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio ed inimicizia, l’umanità, che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quel giorno, in cui non altra pace potrà sperimentare se non la pace di una terribile morte”.
E’ la conversione del cuore insieme con la conversione delle relazioni personali, interpersonali, sociali e internazionali ciò che auspichiamo questa sera, in occasione di questa nostra riflessione. Non è una utopia irraggiungibile e nemmeno un sogno che svanisce al nascere del giorno; è piuttosto un progetto per la piena realizzazione della vita di ciascuno e dell’intera società che solo nella ricerca del vero bene comune e nel rispetto della dignità di ogni persona umana può assicurare la bellezza di un futuro che è affidato non solo ai potenti di turno, ma ad ogni uomo e ad ogni donna che crede e opera perché tutti i popoli della terra, nessuno escluso, possa sperimentare la pace vera nella giustizia e nella solidarietà fraterna.
