nel 30° anniversario della loro istituzione nell’Arcidiocesi di Pisa
Seminario Santa Caterina – 17 novembre 2017
Come ben sappiamo, il tempo scorre veloce e certi avvenimenti si allontanano sempre più dalla nostra memoria per diventare per qualcuno fatti così lontani nel tempo da perderne la consapevolezza e di cui è possibile trovare traccia soltanto negli archivi, anche se, come nel caso presente, sono trascorsi soltanto trenta anni. E’ questo il caso dell’istituzione del Ministero straordinario della Comunione avvenuto ufficialmente nella nostra diocesi il 7 febbraio 1987 durante una solenne concelebrazione svoltasi in cattedrale, quando l’Arcivescovo Mons. Plotti conferì per la prima volta il mandato a 117 persone ( di cui 70 religiose e 47 laici – 26 uomini e 21 donne).
Chi vi parla è testimone diretto di tale avvenimento e in qualche modo ne fu pure il responsabile perché all’epoca ero incaricato dall’Arcivescovo della cura dell’Ufficio diocesano per la Liturgia.
La celebrazione del febbraio 1987 fu il frutto di un cammino di preparazione che l’arcivescovo Mons. Plotti aveva annunciato con una sua lettera nell’autunno del 1986. Una lettera che ancora può essere motivo di riflessione e di verifica di una storia che dura ininterrottamente dal 1987 e che ha visto la generoso disponibilità di una schiera innumerevole di religiose e di laici, uomini e donne; una schiera che nel tempo si è andata accrescendo e diversificando fino a giungere all’attuale consistenza numerica di circa 418 persone con una forte prevalenza, di donne, ma non più religiose, bensì laiche.
Tale istituzione non rispondeva solo alla diminuzione numerica del clero, bensì alla volontà di sviluppare e fare crescere la ministerialità di tutto il popolo di Dio. “Una ministerialità preziosa per favorire la pietà verso l’Eucaristia, culmine e centro del culto cristiano e per dare ai fedeli, specialmente infermi, in modo particolare la domenica “Pasqua della settimana” una maggiore possibilità di accedere alla Comunione”.
L’Arcivescovo Plotti chiariva che questo ministero non era “una sostituzione ma una integrazione del ministero sacerdotale. Infatti, poiché la possibilità di istituire ministri straordinari della Comunione è solo per il bene dei fedeli e per casi di vera necessità, i sacerdoti devono ricordare che non sono affatto esonerati dal loro compito di distribuire l’Eucaristia ai fedeli che ne fanno legittima richiesta e specialmente di recarla ai malati”.
L’Arcivescovo scriveva ancora che “Il ministero straordinario della Comunione non può e non deve venire inteso come una specie di onorificenza: è un servizio di carità per il quale i fedeli designati devono distinguersi per fede, vita cristiana e condotta morale; questi devono pure essere impegnati nella attività pastorale, e per la necessità poi di avvicinare gli infermi debbono avere l’attitudine, già sperimentata, a trattare con malati e anziani e a stare loro vicini con simpatia”.
Per ricordare questo trentesimo anniversario, credo che possa esserci utile riprendere alcuni dei concetti espressi nel 1986 da mons. Plotti per rileggerli alla luce del cammino fatto dalla nostra Chiesa in questi tre decenni.
1.Una prima riflessione riguarda il perché della istituzione di questo ministero. Se una delle motivazioni era e rimane, accentuata, la carenza di ministri ordinati, essa pur tuttavia non è la motivazione fondamentale. E’ ormai consapevolezza comune che la compagine ecclesiale è formata da tutti i battezzati e che ciascuno di essi ha carismi e doni specifici ai quali corrispondono responsabilità specifiche da condividere con tutti gli altri carismi e ministeri. Quanto più si è consapevoli della specificità dei doni ricevuti, tanto più ci si rende conto che non pochi servizi ecclesiali non sono propri soltanto dei ministri ordinati, ma possono esserlo anche di ogni singolo battezzato.
E’ il caso della responsabilità dell’annuncio della Parola di Dio di cui è responsabile in prima battuta, ma non esclusiva, il ministro ordinato, perché ogni battezzato è chiamato ad annunciare a tutti la Parola che salva, che a sua volta ha ricevuto da chi lo ha preceduto.
Ed è ancora il caso della educazione e formazione alla fede delle giovani generazioni che è compito precipuo dei genitori, ma che deve trovare risonanza e impegno all’interno dell’intera comunità credente, nella quale se al sacerdote compete in modo particolare la cura spirituale, ad ogni altro cristiano che voglia vivere in pienezza la propria appartenenza ecclesiale, compete l’offerta di un accompagnamento che manifesti in concreto il compito formativo che è di tutta la comunità credente.
Per quanto riguarda l’Eucaristia, se è compito del vescovo e del presbitero presiedere la celebrazione eucaristica e fare ciò che il Signore ci ha comandato di ripetere in “memoria” di Lui, non per questo, il cristiano che partecipa all’Eucaristia, non può non sentirsi “responsabile” del fatto che il Corpo di Cristo debba essere recato a chi per malattia e anzianità non può più partecipare fisicamente alla Mensa eucaristica domenicale.
Ciò non significa che i laici debbano diventare una specie di “surrogato” dei ministri ordinati, bensì collaboratori di essi, perché soprattutto i più fragili e più deboli possano essere sostenuti dalla forza del sacramento dell’Eucaristia che è il dono più grande e prezioso che il Signore ha fatto alla sua Chiesa.
2. L’esercizio di questo servizio esige ovviamente uno stile di vita cristiana pienamente integrata tra impegni familiari, lavorativi ed ecclesiali, tra vita spirituale e vita sociale ed ecclesiale, tra consapevolezza dei contenuti della fede e loro applicazione nella vita quotidiana, tra vita di preghiera e testimonianza della carità. Detto in altre parole, il ministro straordinario della Comunione è chiamato a dare testimonianza di una vita cristiana esemplare, che cerca di corrispondere il più possibile a quanto il Signore chiede a tutti nel suo Vangelo.
Una esemplarità che non si improvvisa, ma che è frutto di un cammino di vita spirituale percorsa in una coerente fedeltà a quanto il Signore ci va interiormente suggerendo mediante il dono del suo Santo Spirito. Questo ci spinge a domandarci: che tipo di spiritualità è chiamato a coltivare il Ministro straordinario della Comunione? Quali sono gli strumenti necessari e indispensabili per crescere in questa spiritualità?
Sicuramente si tratta di utilizzare tutti gli strumenti che il Signore ci ha donato e che la Chiesa da sempre ci offre per vivere in pienezza le esigenze della vita cristiana, tenendo conto che il servizio al quale si è stati chiamati esige pure degli accorgimenti che permettano di relazionarci con la comunità cristiana nella sua più ampia estensione e con le singole persone alle quali siamo inviati, nella consapevolezza che il servizio affidatoci è svolto a nome e per mandato della Chiesa stessa e che le circostanze del suo esercizio esigono modalità che non possono essere lasciate alla fantasia personale di ciascuno.
Occorre che chi compie questo servizio possieda una umanità a tutto tondo, cioè sia ricco di quelle virtù umane che aiutano ad allacciare e a mantenere relazioni buone con il prossimo, soprattutto con coloro che portano su di sé i segni spesso dolorosi della fragilità e della malattia. Sappiamo bene che gli ammalati e gli anziani, figure fragili per la condizione nella quale si trovano, hanno soprattutto bisogno di relazioni di ascolto, di prossimità e di accoglienza. Portare l’Eucaristia non può essere soltanto una distribuzione di “qualcosa” di sacro, bensì il dono dell’amore divino che deve rivestirsi anche dei segni della fraternità e della amicizia che viene offerta gratuitamente nel nome del Signore. Detto in altro modo, la distribuzione dell’Eucaristia agli anziani e agli ammalati, sia nelle case che nei luoghi di cura, non può mai diventare un gesto meccanico, ma deve poter essere sempre accompagnato dalla disponibilità dell’offrire tempo, ascolto e fraterna attenzione.
A questo proposito può esserci utile meditare di tanto in tanto la parabola del buon samaritano, facendo sempre più nostri i verbi con i quali l’evangelista Luca mostra la disponibilità di colui che si ferma ed ha compassione di chi era incappato nei briganti ed era stato lasciato mezzo morto lungo la strada: “vide, ebbe compassione, si fece vicino, fasciò le ferite, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in albergo, si prese cura di lui”. (cfr Lc 10,29-37). Questi verbi sono come incorniciati da due espressioni simili pronunciate da Gesù e che vengono riportate all’inizio e alla fine della parabola: “Fa’ questo e vivrai”; “Va’ e anche tu fa’ così”. In fondo si tratta di dare concretezza al comandamento dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo: il grande comandamento, nel quale la seconda proposizione è simile alla prima.
Portare e distribuire l’Eucaristia, soprattutto agli ammalati, in qualche modo, è dare concretezza nella forma più profonda che si possa immaginare, al grande comandamento dell’amore, nella consapevolezza che questo servizio si rivolge contemporaneamente al Signore Gesù che è presente con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità e al prossimo che può così nutrirsi di quel Pane del cielo che “porta in sé ogni dolcezza” e che rivela il grado d’amore con il quale il Signore ha amato e continua ad amare l’umanità intera: “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13).
In altre parole si potrebbe dire che la spiritualità del Ministro straordinario della Comunione è quella della misericordia, che si nutre della misericordia del Padre per manifestare a chi ha più bisogno, il volto misericordioso di Dio che si rende visibile nel volto di Cristo Signore che ha dato la sua vita per noi. E se è vero come è vero che nessuno può dare agli altri ciò che non ha, per manifestare questo volto di misericordia occorre che ciascuno di noi si lasci abbracciare dalla misericordia del Padre, unendosi sempre più strettamente al Signore Gesù, così da lasciarsi compenetrare dal suo amore che redime e rinnova.
Tutti quanti abbiamo bisogno di questa trasformazione d’amore. Nessuno potrà mai affermare di essersi lasciato abbracciare così strettamente da Cristo da essere diventato una cosa sola con Lui. Le resistenze dei nostri limiti e delle nostre miserie piccole e grandi sono tali che molti aspetti della nostra vita lasciano a desiderare davanti a Dio, nonostante il nostro impegno nella ricerca della santità. Per questo, se da una parte, portando l’Eucaristia alle persone che visitiamo, le invitiamo a ripetere con noi le parole del centurione: “O Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (Mt, 8,8), è anche vero che questa salvezza è già parte di noi; è in noi; anzi noi siamo già completamente avvolti da questo abbraccio di salvezza che ci rende amati da Dio e quindi, anche se indegni, capaci di compiere il nostro servizio d’amore ai fratelli.
Credo che chi da tempo ha fatto e fa l’esperienza di questo servizio, può testimoniare che è andata crescendo in sé la consapevolezza del mistero nel quale l’esercizio di questo ministero l’ha introdotto: il mistero di un amore che donato si amplifica e che se chiede un grado sempre maggiore di adesione a Gesù e al suo Vangelo, nello stesso tempo ci rende capaci di andare oltre il confine al quale siamo giunti, per un orizzonte che si allarga sempre di più e che progressivamente ci fa toccare con mano la bellezza e l’ampiezza dell’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza umana come scrive l’apostolo Paolo agli Efesini: “siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (3,18-19).
3. Strumenti per alimentare e sostenere questa spiritualità – che potremmo chiamare spiritualità della gratuità e del dono – come già accennato, sono quelli che la Chiesa da sempre propone a chi voglia corrispondere alla chiamata che il Signore ci rivolge a diventare santi: l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione all’Eucaristia, la preghiera personale e comunitaria, l’amore di carità rivolto a chi si trova nel bisogno in piena sintonia con le proposte pastorali della Chiesa diocesana.
Si tratta di strumenti che abbiamo sempre avuto a disposizione e che certamente ciascuno di noi utilizza ogni giorno, magari partecipando alla Messa quotidiana, oppure, per chi non ha questa possibilità mettendosi personalmente in ascolto della Parola di Dio proposta dalla liturgia del giorno; sapendo dedicare con puntualità e perseveranza tempi distesi alla preghiera e alla adorazione eucaristica, ma anche cercando di aiutare quanti si impegnano nel servizio della carità a non perdere mai il riferimento alle sorgenti dell’amore che sgorgano dal Cuore di Cristo. E tutto questo sempre vissuto in pena sintonia con la Chiesa alla quale si appartiene: diocesi e parrocchie in una relazione fattiva e responsabile con il vescovo e con i nostri sacerdoti.
Questa è una annotazione che diventa sempre più necessario sottolineare, perché la tentazione di “metterci in proprio” anche nel servizio che stiamo offrendo nella nostra Chiesa, non è del tutto improbabile. Per evitare questa tentazione occorre mantenere sempre attivi e freschi i nostri rapporti ecclesiali con tutti: con il vescovo e i sacerdoti, con i catechisti e gli operatori della carità, con chi si occupa delle Liturgia e che si occupa della animazione giovanile, con chi fa parte dei tanti gruppi e associazioni che sono presenti nelle nostre comunità, perché nessuno corra il rischio di procedere per la sua strada senza mai entrare in relazione vera con tutti gli altri, e quindi senza contribuire in maniera visibile al clima di comunione che deve contraddistinguere le nostre comunità cristiane.
In un modo tutto speciale la sollecitudine a far crescere il senso di appartenenza ecclesiale rendendo sempre più esplicito il nostro essere Chiesa e il nostro agire a nome della Chiesa per il mandato ricevuto che è all’origine del nostro ministero, dobbiamo realizzarla in questo anno giubilare del 900° anniversario della dedicazione della nostra Cattedrale; un anno nel quale siamo chiamati a meditare e riflettere sul tema della Chiesa, a pregare in modo speciale per la nostra chiesa diocesana e ad operare perché in essa cresca e fruttifichi la comunione che viene da Dio e che è anima di una autentica vita di comunità.
4. Affermava un documento della CEI del 1980 circa l’Istituzione dei Ministri straordinari della Comunione: “Il servizio dei Ministri straordinari che reca il duplice dono della Parola e della Comunione eucaristica, se preparato e continuato nel dialogo di amicizia e di fraternità, diventa chiara testimonianza della delicata attenzione di Cristo che ha preso su di sé le nostre infermità e i nostri dolori”. Credo che tutto questo si sia realizzato e stia ancora realizzandosi nella nostra Chiesa pisana, grazie a voi tutti. Un servizio tanto prezioso quanto nascosto che non si misura quantitativamente e che permette a tante persone di incontrarsi il più spesso possibile con il Signore Gesù nel sacramento dell’Eucaristia e che ha consentito a tanti anziani e ammalati di sentirsi ancora parte attiva della propria comunità ecclesiale e di mantenere le lampade accese in attesa della festa nuziale al momento dell’arrivo dello Sposo divino.
Il Signore vi ricompensi per tutto il bene che avete fatto e vi renda sempre più generosi non solo per continuare il vostro servizio, ma anche per coinvolgere altri che spinti dal vostro esempio abbiano la pazienza e la costanza di prepararsi adeguatamente attraverso la Scuola di Formazione Teologico Pastorale ed un sempre più coinvolgente cammino di fede per estendere questa rete di misericordia ad abbracciare per quanto possibile tutti quei fratelli e sorelle che fragili e deboli per l’età e la malattia sono però parte del tesoro della Chiesa quando, grazie anche a voi si affidano con fiducia alla volontà del Signore e unendo la propria sofferenza alla sofferenza del Signore, collaborano con efficacia d’amore alla salvezza del mondo.
