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Commemorazione del Ven. Luigi Quilici

Livorno, 29 maggio 2017  

“L’amore merita amore”: dal Cristo crocifisso ai crocifissi della vita.

Il Ven. Servo di Dio Giovanni Battista Quilici

(1791-1844)

Introduzione

Ringrazio la Superiora Generale delle Suore Figlie del Crocifisso, Madre Agnese Didu, per l’invito a ricordare, qui con voi, stasera, il Ven. Servo di Dio Giovanni Battista Quilici. Una occasione che si accompagna all’altra del duecentesimo anniversario della ordinazione presbiterale del Servo di Dio, vissuta insieme con le Suore e con alcuni Amici di don Quilici a Pisa, nella Cappella delle Ordinazioni dell’Arcivescovado, dove don Giovanni Battista venne ordinato sacerdote dal mio predecessore l’Arcivescovo Ranieri Alliata il 13 aprile 1816 – Sabato Santo. Tutto ciò è stato preceduto, per me, dallo studio della Positio e dei Voti dei Consultori Teologi nella Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio nell’ambito della Congregazione delle Cause dei Santi che ha condotto alla dichiarazione della eroicità delle virtù di don Quilici con il Decreto di venerabilità promulgato da Papa Francesco.

Sicuramente tutti voi qui presenti, avete una conoscenza ben più profonda della mia riguardo alla figura del nostro Servo di Dio, sia perché, per voi, è riferimento familiare che ha accompagnato e sta ancora accompagnando la vostra esperienza di vita cristiana e per le Suore, di vita religiosa, sia perché chi vive negli ambienti che hanno visto la presenza di don Quilici, o sono addirittura espressione della sua attività apostolica, questi ambienti ancora trasudano il suo ricordo, tanto che parlare di don Quilici o dell’attività delle Sue Suore in Livorno, in fondo è dire la stessa cosa.

Fra le tante cose che potremmo ricordare, mi è necessaria una scelta. Mi perdonerete se il panorama che potrò delineare sarà assai parziale, ma per una visione davvero completa occorrerebbe riportare tutto ciò che è scritto nelle 946 pagine di testo della Positio di cui troviamo riscontro e attenta analisi nelle 117 pagine della Relatio et Vota dei Consultori Teologi. Trattandosi poi di una Causa storica, un peso specifico non indifferente per una conoscenza approfondita della figura del Servo di Dio, non potrebbe che venire da una seria e approfondita verifica del contesto storico in cui Egli visse. Verifica che non mi è certo possibile fare in questo nostro incontro.

Il panorama storico

Nel panorama livornese della sua epoca, il Ven. Giovanni Battista Quilici è una figura di sacerdote che si staglia in maniera nettissima in una realtà variegata e gravemente degradata sia dal punto di vista sociale e politico che morale e religioso. Giovane sacerdote, in una diocesi che dopo aver mosso i primi passi si trovò per lunghi anni senza un proprio vescovo, il Servo di Dio, pur vivendo in pieno l’esperienza della cura d’anime, come la pastorale del tempo prevedeva ordinariamente, seppe dare vita ad iniziative straordinarie e impensabili per la Livorno di quel tempo.

Fino al 1806 Livorno faceva parte della Arcidiocesi di Pisa, ma si distanziava in maniera assai profonda dal clima umano e culturale della vicina città di Pisa. Se a Pisa la presenza dell’Università e di un clero numeroso e socialmente qualificato soprattutto grazie al Capitolo dei Canonici della Primaziale, assicurava dei punti di riferimento solidi per la cittadinanza, a Livorno, la realtà ecclesiale, pur avendo un riferimento importante nel Capitolo della Collegiata, poi dal 1806 Cattedrale della nuova diocesi, aveva un riferimento religioso determinante soprattutto nella nutrita e significativa presenza di Congregazioni e Ordini religiosi maschili, che costituivano una forte “riserva” di spiritualità e di formazione cristiana e sacerdotale.

L’arco di vita del Quilici, ecclesialmente parlando, si snoda in un tempo di transizione di Livorno dalla appartenenza diocesana a Pisa a quella della nuova Diocesi labronica che, come accennato, per diversi anni fu priva della guida di un vescovo residente. Alla fragilità della struttura diocesana appena nata, contribuì pure la turbolenza della situazione politica. Il passaggio dall’Antico Regime, dissolto dalla Rivoluzione Francese, alla Restaurazione, attraverso la devastante esperienza napoleonica, soprattutto in una città cosmopolita come era Livorno, anche se profondamente attaccata alle proprie tradizioni religiose, ebbe una influenza forte anche sulla accentuazione di quei fenomeni di degrado morale e sociale che furono poi oggetto della passione apostolica di don Quilici. Oggi si parlerebbe di marginalità diffusa a proposito di una serie assai vasta di categorie di persone quali potevano essere ad esempio le prostitute – in una città portuale che aveva una vera e propria organizzazione “industriale” di prostituzione -; oppure per i reclusi nel Bagno penale della Fortezza Vecchia che vivevano in condizioni disumane; o anche per fanciulle e ragazze abbandonate a se stesse e senza istruzione, perché prive di ogni cura da parte delle famiglie.

La stessa formazione al presbiterato di Giovanni Battista Quilici risente di questa difficile situazione. A Livorno non esisteva un Seminario, la cui nascita si dovrà anche proprio alla attività lungimirante di don Quilici. Fa un certo effetto notare che le stesse tappe dell’iter verso il presbiterato sono segnate da una vera e propria frammentazione: Quilici frequenta le scuole dei padri Barnabiti e la chiesa dei Domenicani: in questi ambienti nasce e si sviluppa la sua vocazione alla consacrazione a Dio nel presbiterato e se non diventa religioso è perché Napoleone sopprime gli Ordini religiosi. Si avvia verso il sacerdozio il 7 dicembre 1811. Nel 1812 riceve i primi due ordini minori da mons. Alliata arcivescovo di Pisa. Un anno dopo gli altri due ordini minori sempre da mons. Alliata. Nel 1815 riceve il Suddiaconato da mons. Sardi Arcivescovo di Lucca. Il 30 marzo 1816 il Diaconato da mons. Fazzi, Vescovo di San Miniato e il presbiterato il 13 aprile 1816 da mons. Alliata a Pisa.

Il servizio pastorale di don Quilici

Appena ordinato, don Quilici viene nominato viceparroco nella chiesa di S. Sebastiano dove operano i Barnabiti. E’ nel 1818 che fonda la Confraternita della Dottrina Cristiana con il ramo laicale e il ramo sacerdotale. Si prodiga per il soccorso alle prostitute che desiderano abbandonare la loro vita particolare. Si offre volontariamente come istruttore nel Bagno penale di Livorno ottenendo il miglioramento delle condizioni dei carcerati e favorendo l’approvazione del “Regolamento di istruzione religiosa per i forzati”. Si dedica a favorire la scolarizzazione dei giovani in difficoltà. Fonda l’Istituto “S. Maria Maddalena” per l’educazione delle bambine e delle giovani. Nel 1835 è nominato parroco dei Santi Pietro e Paolo e si adopra con grande determinazione affinché venga costruita la chiesa parrocchiale. Nel 1840 dà vita, con l’approvazione delle Costituzioni, alla Famiglia religiosa delle Figlie del Crocifisso che cura con zelo e con amore. Si prodiga nell’assistenza dei malati del colera. Muore stremato il 10 giugno 1844 e viene sepolto nella cappella della “Madonnina” fuori città, ai piedi del colle di Montenero tra il compianto generale. Solo nel 1932 la sua salma viene traslata nella Cappella dell’Istituto di S. Maria Maddalena.

Cristo crocifisso e i crocifissi della vita

Anche solo una elencazione rapida delle opere compiute da don Quilici ci offre un quadro segnato da una molteplicità impensabile; se da una parte Egli cercò di rispondere alle richieste di aiuto che sorgevano dai vari contesti di povertà e di degrado, di cui Livorno era ben fornita, dall’altra l’azione caritativa del Servo di Dio nasce prima di tutto e soprattutto dal suo cuore sacerdotale e dal desiderio di andare incontro al Cristo Crocifisso nei tanti “crocifissi” dalla vita. 

Faremmo torto a don Quilici se ci fermassimo a considerare solo la molteplicità preziosa delle opere da Lui compiute o avviate sul piano del riscatto sociale delle classi più povere e sfruttate; se la sua attenzione ai poveri e agli esclusi della società è innegabile, non si comprenderebbe però la sua opera se non si facesse riferimento alle motivazioni profonde grazie alle quali consumò tutte le sue energie nelle opere di carità e di misericordia.

La spiritualità sacerdotale di G.B. Quilici

La prima motivazione è sicuramente il suo essere sacerdote. In molte lettere il Quilici fa riferimento esplicito alla forza che gli proviene dal suo essere prete. Scrivendo al cavaliere Mecherini, Responsabile delle carceri del Granducato, dice: “il carattere che rivesto di ministro di Gesù Cristo mi ha costretto a ricorrere alla di lei intercessione. Inutilmente insignito sarei di questo eccelso distintivo, se poi ad esempio del Divino Maestro non mi impegnassi a ricondurre all’ovile la pecorella smarrita”. E’ per la forza del suo sacerdozio che Quilici si mette in gioco per intervenire nel mondo difficile e disumano dei detenuti del Bagno penale livornese.

Quilici vede il suo sacerdozio inserito in maniera radicale nella vita sacramentale della Chiesa ed è in lei e per lei che il sacerdote può vivere la sua vocazione, ne sente tutta la bellezza e ne avverte tutta la responsabilità. Il sacerdote infatti è “cooperatore della gloria di Dio e messo a parte del sacerdozio di Gesù Cristo, per procurare la salute dei prossimi”.

Il termine “cooperatore” è una chiave di lettura della spiritualità di Quilici. Ogni cristiano è chiamato a “cooperare” con il Signore in forza della propria vocazione, anche se questa cooperazione deve essere esercitata in modo diverso a seconda della condizione di vita: Dio ha bisogno di cooperatori per offrire a tutti la sua salvezza. Il prete, in particolare, partecipando del sacerdozio ministeriale, da Dio è reso padre di tutti e non può non preoccuparsi di ogni creatura, specie dei più piccoli e dei lontani. Come il Padre ha mandato Gesù, così Gesù manda i sacerdoti verso tutti i fratelli, perché manifestino a tutti l’amore infinito di Dio in Cristo Gesù. 

I sacerdoti devono essere afferrati da questo amore ardente di cui sono “vicari”, “successori”, “depositari” per renderlo vivente oggi. “Egli li ha fatti vicari dell’amore suo purissimo e successori a quella carità, onde il di lui Cuore divino ardeva di vive fiamme per gli uomini; li ha stabiliti depositari di questo prezioso tesoro; ha in essi perpetuato il sacerdozio, affine di perpetuare il suo amore, quell’amore sì tenero, che correva affannoso in traccia della pecorella smarrita. (…) Il vero amore non può lasciar perire l’oggetto amato; ed i sacerdoti non per altro sono degni di essere distinti col venerabile nome di ministri di Gesù Cristo, se non in quanto procurano la salute dei loro fratelli che amano”. Ed ancora: “L’eccelso loro carattere esige che non risparmino né pene, né affanni, né sollecitudini e neppure la vita medesima, per cooperare alla salvezza di quelle anime, per cui Gesù Cristo dette tutto se stesso” (Regolamento della Pia Unione della Dottrina Cristiana). Non si tratta solo di affermazioni di principio, ma del sentire intimo del Servo di Dio che nella sua vita ministeriale di tutti i giorni non faceva altro che tradurre nella concretezza ciò che portava nel cuore.

Il verbo “cooperare”, come già accennato, se vale in modo tutto speciale per i sacerdoti nel loro rapporto con Cristo, vale anche per i laici che sono chiamati anch’essi a cooperare con il Signore nel loro cooperare con i sacerdoti. Ed è appunto in questa direzione che Quilici si muove nella sua azione formativa rivolta all’intero popolo di Dio. Non basterebbe infatti il lavoro indefesso e generoso del sacerdote se non si attivasse anche la collaborazione laicale. Ciò non risponde solo ad una logica di buona organizzazione del lavoro da compiere, bensì alla logica stessa dell’incarnazione. Proprio nell’incarnazione del Verbo, Dio mostra la centralità e il valore dell’uomo nell’orizzonte della salvezza. E se per Dio la salvezza dell’uomo è il fine dell’incarnazione, il fine dell’uomo è l’incontro con il Padre nel mistero della Pasqua di Cristo suo Figlio. “Grazie immortali si rendano al nostro Dio, che ci ha dato Gesù Cristo, ed in Gesù Cristo ci ha dato tutte le cose (…) Or la voce di questo sangue parla più alto, parla più forte assai del sangue di Abele. La sua voce ha aperto il cuore di Dio ed il tesoro di sue misericordie. Gesù è nostro, tutto è di Gesù; noi abbiamo tutto per lui, non abbiamo nulla se non per lui”.

Gesù è dunque il “Redentore amantissimo” che per la salvezza dell’uomo “ha versato tutto il suo sangue, ha sacrificato la sua vita” (Costituzioni e Regole delle Figlie del Crocifisso) (1838).

Proprio per questo possiamo affermare che il Cristo Crocifisso è al centro della spiritualità del Quilici: la contemplazione di Gesù sulla croce lo porta ad interiorizzarne l’amore e a delinearne i tratti nella propria vita, in maniera sempre più profonda, tanto che il proposito giovanile di essere disponibile al totale sacrificio della vita, non rimane un sentimento generoso, ma solo ideale, bensì si fa scelta concreta quando ad esempio non ha paura di assistere personalmente i malati di colera. E se nel Servo di Dio le forze vanno diminuendo , va invece aumentando la sua donazione d’amore ad immagine di Cristo che dona se stesso: “Io sono contentissimo poiché ogni giorno più mi accosto a Gesù Cristo. Voglia il Cielo! Che abbia tanto coraggio d’ascendere con Lui al Calvario! Speriamolo, giacché io lo desidero!” scrive in una lettera all’Auditore del Governo nel 1837.

Dalla contemplazione del mistero della Croce alla contemplazione del mistero dell’Eucaristia non c’è nessuna distanza; anzi: l’Eucaristia è croce e risurrezione che si dona all’uomo nello scorrere del tempo e delle generazioni. Per questo l’Eucaristia celebrata e adorata è al centro della spiritualità e dell’apostolato di don Giovanni Battista Quilici, il quale è ben consapevole che essa è la sorgente che alimenta ogni opera d’amore, così come ogni azione di carità non è altro che un incontro con Cristo Gesù il cui volto è presente in chiunque ci sta accanto soprattutto se povero ed emarginato.

Da questa contemplazione il Servo di Dio trae conseguenze molto concrete: se Dio ama l’uomo, significa che egli è amabile; se l’uomo ha meritato il sangue di Cristo e il dono della sua vita, merita anche l’amore di coloro che seguono Cristo; se per Gesù ogni uomo ha un valore immenso, non può non averlo per chi si ispira a Lui. Si comprende dunque che l’incontro di don Quilici con i carcerati, con le prostitute e con quanti avevano deviato dalla retta strada, proviene da questa visione teologica: nessuno può mai essere considerato irrecuperabile per quanto peccatore e deturpato dal male; non esiste nessuno definitivamente perduto, perciò a tutti, nessuno escluso, deve essere annunciato il messaggio  dell’amore di Dio. Per il Servo di Dio l’uomo amato dal Redentore, è sempre un uomo concreto, in qualunque situazione si trovi, perché per ciascuno Cristo ha donato se stesso versando il suo sangue. Cadono a questo punto le distinzioni sociali e si apre lo scenario di una fraternità che abbraccia tutti e fa di tutti un’unica famiglia.

La logica dell’incarnazione

La via dell’incarnazione percorsa dal Figlio di Dio per portare l’uomo alla salvezza è anche la via che è chiamata a percorrere ogni azione pastorale. Ciò viene chiaramente testimoniato dal progetto di azione in mezzo ai detenuti che il Servo di Dio aveva ideato con il vescovo di Livorno Gilardoni e che si articola in tre fasi: quella della consolazione, della umanizzazione e dell’istruzione. La consolazione tocca i sentimenti profondi dell’uomo facendolo sentire amato e degno di stima. L’umanizzazione è il processo che permette di percepirsi come persona, capace di scelte e di responsabilità che sempre riaccendono le speranze perdute; l’istruzione è il momento in cui ci si può appropriare o riappropriare delle verità della fede, dei propri doveri umani e cristiani grazie ad una Parola che mette in nuova luce il passato, il presente e il futuro. 

Una testimonianza di questo processo lo si ha nel primo discorso fatto dal Quilici ai condannati nel Bagno penale di Livorno: “Voi forse credevate che Iddio più non si rammentasse di voi, e che il paterno amoroso suo Cuore compassione più non si prendesse delle vostre grandi miserie, ed abbandonati in questo carcere penosissimo, in preda vi avesse lasciato dei supplizi e delle pane, niuna cura prendendosi della situazione infelice della vostra anima. Ma così già non fu, miei amatissimi fratelli, egli anzi sempre vegliò sopra di voi e premuroso di salvare le anime vostre, oh! Quante volte ci sollecitò di venirvi a visitare fra queste vostre catene, per invitarvi a penitenza, per ricondurvi nel retto sentiero della salute!”

La gradualità del cammino, dal recupero umano alla crescita spirituale è presente nei vari ambiti del ministero del Servo di Dio, sia nel recupero delle giovani, che “toccate dalla grazia di Dio”, desideravano liberarsi dalla schiavitù della prostituzione, sia negli interventi educativi nella grande casa sognata e realizzata dal Quilici e dedicata a S. Maria Maddalena. Si trattava di quattro tappe che sono anche oggi estremamente attuali e indispensabili: l’accoglienza, il lavoro, la cultura e l’educazione alla fede. L’accoglienza non può che farsi carico dei bisogni della persona attraverso relazioni umane significative che restituiscano alle giovani e alle bambine la capacità di amare sentendosi amate e curate; il lavoro, attraverso l’apprendimento di un mestiere perché ognuna possa affrontare dignitosamente la propria vita senza dover ricorrere al guadagno di strada; la cultura con il superamento dell’analfabetismo e dell’ignoranza così da potersi esprimere con libertà e spirito critico; l’educazione alla fede con l’accoglienza dell’amore di Gesù, perché solo con lui è possibile spezzare le catene del male.

Anche questa è una pedagogia ispirata alla logica dell’incarnazione che assume tutto ciò che è proprio dell’umano, lo libera dal male, cioè lo redime, e poi lo esalta verso la pienezza della configurazione di ciascuno alla maturità stessa del Cristo. In questo orizzonte non esistono più condizionamenti o frontiere: buoni o cattivi, poveri o ricchi, potenti o umili, livornesi o stranieri, cattolici o eterodossi: tutti sono oggetto dell’amore di Dio; tutti debbono poter scoprire che Dio li ama e li salva, anche se per ciascuno ci sono strade diverse. 

Proprio per questo don Quilici ha il coraggio di rivolgersi ai grandi del suo tempo, in particolare ai governanti del Granducato di Toscana con lettere nelle quali spiega le ragioni del suo tendere la mano in cerca di aiuto e nelle quali con grande umiltà, ma anche con grande chiarezza offre dei contributi preziosi alla individuazione delle strade che la stessa politica granducale avrebbe potuto percorrere per il bene dei cittadini. E non meraviglia che egli venga ascoltato e che riesca a coinvolgere, oltre a illuminati personaggi della politica del tempo anche membri della famiglia regnante, tanto da diventare “cooperatori” e “cooperatrici” del Servo di Dio nel recupero umano e cristiano dei derelitti e delle derelitte della società livornese del tempo.

Le Suore Figlie del Crocifisso

E’ sempre in questo contesto spirituale e in questa direzione che occorre considerare anche la fondazione delle Figlie del Crocifisso, una congregazione tesa a testimoniare l’amore di Cristo fino al dono della vita, così come lo stesso don Quilici aveva fatto mettendo a repentaglio la sua per curare i colerosi in una delle ripetute epidemie che devastarono la città di Livorno.

Anche le Figlie del Crocifisso, radicate nell’amore di Cristo Redentore, devono essere disposte a consumare la propria esistenza per la salvezza del “caro prossimo”, nel quale servono il loro “Divino Sposo e Maestro”. Il nome stesso dato alla nuova Congregazione nata tra tante difficoltà, ne definisce il programma di vita e il cuore della missione. Nelle prime Costituzioni, infatti, don Quilici scrive: “Siccome Gesù Cristo non venne su questa terra solamente per glorificare l’Eterno suo Padre mediante le sue adorazioni e la sua vita tutta santa e perfetta, ma come si esprime S. Paolo, prese altresì la forma di servo, ed in questa qualità ha servito gli uomini con carità così grande, che ha versato tutto il suo sangue, ha sacrificato la sua vita per soccorrerli e liberarli dalle miserie temporali ed eterne, dalle quali erano oppressi, così dietro il di Lui esempio le nostre suore non si contenteranno d’occuparsi soltanto della propria perfezione, ma si consacreranno ancora tutte affatto al servizio del prossimo, se conseguir vorranno il fine del loro Istituto”. “Perciò si chiamano Figlie del Crocifisso, perché in tutto debbono ricopiare in se stesse una vita del tutto crocifissa per suo amore, ed imprimersi nel loro cuore ciò che dice la Sposa dei Sacri Cantici: trahe me post te, cioè debbono andar dietro le orme del loro Sposo Divino”. (Costituzioni e Regole 1839).

Non si tratta di una sequela disincarnata o idealizzata, bensì di uno stile di vita che ha il suo modello concreto nella persona di Gesù: si tratta di imitare Gesù nel mistero del suo donarsi per amore, “ricopiando” in se stesse la carità del loro Sposo e Maestro: “Le Figlie del Crocifisso rimirino sempre il loro esemplare e Maestro Gesù Cristo e considerino quale sia il fine per cui Egli sia venuto in questo mondo, la vita laboriosa che vi ha menato, le pene che vi ha sofferto per amore delle creature; e ad imitazione sua facciano ogni sforzo per ricopiare in se stesse la carità del Divino Sposo e Maestro”( Regolamenti spirituali).

Si tratta di uno stile di vita alto, totalizzante e ricco di gioia se è vero che solo l’amore rende felice il cuore dell’uomo. L’amore, infatti, è l’unica realtà che donata si moltiplica e non si perde, perché ha in se stesso una forza rigenerante che si amplifica, si comunica a tutti e a tutto, divenendo capace di una fecondità impensata e imprevedibile. Non è perciò senza significato che il Quilici aveva previsto per le sue Suore un quarto voto, quello “di esercizio di carità, la più cordiale verso ogni prossimo”, perché esse stesse potessero essere “cooperatrici” di Dio nel comunicare l’amore che salva.

Sappiamo bene, secondo le parole di Paolo apostolo ai Corinzi, che “la carità non si vanta e non si gonfia di orgoglio” (1Cor 13,4), ma pur sempre ha bisogno di esprimersi nelle opere concrete della misericordia, così come deve essere sempre sollecitata, ricordata, incoraggiata e sostenuta. Per questo il Servo di Dio don Quilici, quando pensa all’abito delle sue Suore pensa anche ad un segno che fosse visibile per ricordare prima di tutto a chi lo portava sul proprio abito il contenuto di carità che ne doveva animare la vita. “Alla parte sinistra dell’abito vi sarà una croce di panno colore bianco, nella quale si vedrà il Cuore di Gesù Cristo e queste lettere scolpite a ricamo: J.X.R. AMOR, significanti Amore di Gesù Cristo Redentore. Le nostre suore non dovranno contentarsi di portare inserite sul panno queste belle e significanti parole, ma saranno premurose di averle scolpite nei loro cuori per essere sempre pronte a sacrificare tutte se stesse per il bene del prossimo, a somiglianza del loro Divino Maestro”. (Successivamente la sigla verrà cambiata in J.X.C. AMOR, cioè Amore di Gesù Cristo Crocifisso e sarà lo stemma della Congregazione).

Conclusione

Non mi pare azzardato affermare che la logica evangelica di don Giovanni Battista Quilici che ha animato le sue scelte di vita, il suo apostolato e la sua testimonianza sacerdotale,  ha una corrispondenza molto intensa in non poche pagine della Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco, soprattutto quando esorta ad “avere cura della fragilità” (209-216). Scrive Papa Francesco: “Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cfr. Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della terra. Ma nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita”(EG 209). “E’ indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo, apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati”(EG 210).

Verso chi si rivolgerebbe, oggi, don Quilici, con la sua sensibilità spirituale e con la sua capacità di riconoscere Cristo sofferente nei fratelli e nelle sorelle più fragili? Quali energie susciterebbe intorno a sé per attivare cooperazioni inedite all’interno del mondo ecclesiale? Quali provocazioni offrirebbe ai detentori del potere per aiutarli a provvedere ai più bisognosi e assicurare così la vera dignità di ogni persona?

Se per lunghi anni la figura esemplare del Servo di Dio don Giovanni Battista Quilici è rimasta come sotto traccia nella consapevolezza della Chiesa di Livorno, anche se custodita amorevolmente dalle Suore Figlie del Crocifisso, possiamo ben dire che essa, oggi, è riemersa in maniera consistente e significativa sia grazie alla riscoperta del carisma di fondazione da parte delle Suore, sia per una felice riappropriazione da parte della Chiesa livornese.

Il Venerabile Servo di Dio è senza dubbio un presbitero di alto profilo spirituale che può dire molto anche alla Chiesa del nostro tempo e in particolare ai presbiteri diocesani. Senza tralasciare niente di ciò che apparteneva al compito pastorale di un parroco del suo tempo, don Quilici seppe guardare oltre le cose che da sempre si facevano nello stesso modo; rivolse il suo sguardo d’amore al mondo sofferente che lo circondava, e con il desiderio di aderire totalmente alla volontà divina, si donò ai fratelli sull’esempio di Cristo Crocifisso, sempre pronto a mettere in atto modalità nuove per rispondere all’ansia apostolica che abitava nel suo cuore, e con uno sguardo aperto e lungimirante seppe fondere insieme il servizio all’evangelizzazione, alla catechesi, alla formazione dei nuovi preti, alla cura dei giovani e alla loro educazione con la promozione integrale della donna e la cura e il sostegno alle più diverse povertà. Il filo unificante della sua vita possiamo sintetizzarlo in una espressione: “L’amore merita amore”. All’amore infatti si può rispondere soltanto con l’amore.