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Alla Fondazione Casa Card. Maffi

San Cerbone – 26 maggio 2017

“Abbattere muri – Costruire ponti”

Con il Seminario residenziale di quest’anno siete giunti al dodicesimo appuntamento – per me è il decimo – che la Fondazione “Casa Cardinale Maffi” organizza per offrire a quanti vi operano, la possibilità di una riflessione organica e articolata su tematiche inerenti al servizio che siete chiamati a svolgere e per assicurare uno sviluppo di qualità sia per quanto riguarda la gestione della nostra Istituzione, sia per permettere agli Ospiti e agli Operatori di ricevere e di dare in piena dignità il meglio di sé, sviluppando per quanto possibile, tutte le potenzialità che sono in gioco.

Se alcune relazioni sono state più di tipo tecnico-giuridico, in rapporto a normative e leggi che sono continuamente in trasformazione, altre hanno avuto un taglio più “motivazionale”, perché, se da una parte c’è bisogno di conoscenza e di competenza professionale, dall’altra c’è sempre bisogno di rinverdire i fondamenti di un agire che sia ricco di umanità, di capacità di relazione umana e di autentica spiritualità. Un bisogno, quest’ultimo, che recentemente è stato colto anche in campo laico, sia pure in maniera assai discutibile; infatti il Comune di Pisa, supportato dalla Società della Salute e dalla ASL ha organizzato per la seconda volta un “evento” che ha coinvolto i monaci e le monache buddiste di Plum Village, chiamati a presentare non solo alla cittadinanza, ma specificamente ad operatori nel campo socio sanitario tecniche di “meditazione” e una visione della vita che non è certamente la visione tipica della nostra tradizione cristiana.

Ed è proprio nella direzione di una spiritualità che sia incarnata nella vita che vorrei riflettere brevemente con voi a partire dal titolo che è stato dato a questo Seminario: “Abbattere muri-Costruire ponti”. Un titolo che mi ha fatto venire in mente un brano della lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (2,13-18)  sul quale vorrei soffermarmi. “In Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così Egli ha abolito la legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui, infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito”.

I “due” di cui parla San Paolo sono gli ebrei e i pagani che ugualmente sono giunti alla fede in Cristo. Vivevano esperienze e tradizioni differenti; avevano un retroterra culturale del tutto diverso; diversissimo il loro approccio al tema religioso; diverso il linguaggio e lo stile di vita. Ma ora c’è qualcosa che non solo li accomuna, ma che fa loro sperimentare una novità straordinaria che né ebrei, né pagani avrebbero mai potuto immaginare con le loro forze o le loro capacità naturali. La novità, per loro, è la fede in Cristo. Meglio ancora: è la vita nuova che Cristo ha donato loro grazie alla fede in lui. 

Il muro di separazione di cui parla l’apostolo, non è soltanto una figura retorica, si trattava infatti di quel muro che divideva in due parti il grande cortile del Tempio di Gerusalemme: nella parte più esterna del cortile potevano entrare tutti, ebrei e pagani e lì potevano mescolarsi nei propri traffici e scambiarsi favori nei rispettivi interessi; ma c’era poi una scalinata e un muro oltre il quale i pagani non potevano andare, pena la morte. Se gli interessi economici e sociali potevano unire ebrei e pagani nel cortile esterno del Tempio – un cortile che oggi potremmo dire secolarizzato se non addirittura laicizzato – oltre quel muro cessava la comunanza e si affermava in maniera perentoria la differenza tra i due. Ciò che faceva la differenza era la fede di Israele, cioè l’appartenenza all’Alleanza con il Dio liberatore del popolo eletto. Per andare oltre il muro, occorreva farsi ebrei, cioè accettare la circoncisione con tutte le norme e le leggi dell’antico Israele e di fatto, rinunciare alla propria cultura per assumere, oltre alla fede in Jahwè, anche la cultura ebraica.

Se il muro del cortile del Tempio di Gerusalemme divideva, Paolo, scrivendo agli Efesini afferma che c’è qualcuno che ora, invece, unisce ebrei e pagani: è Cristo, il “Sommo sacerdote” della nuova Alleanza che unisce tutti in un nuovo Tempio. Questo Tempio è Lui stesso. Infatti, il Figlio di Dio, facendosi uomo, nella sua umanità, unisce cielo e terra. Dio è con noi; anzi diventa uno di noi, prendendo sopra di sé tutto ciò che è nostro, e il suo corpo, espressione della nostra umanità, diventa il mezzo attraverso il quale si realizza la riconciliazione tra Dio e l’uomo, e degli uomini tra di loro. Non ci sono più muri di separazione, perché tutti, in Cristo, siamo una cosa sola. Attraverso il dono di se stesso, dono che si è compiuto una volta per tutte nel sacrificio della croce, Gesù ci ha riconciliati con il Padre e tra di noi. Per questo Paolo scrive: “In Cristo Gesù, voi – i cristiani provenienti dal paganesimo – che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo” (Ef 2,13).

Cristo riconcilia tutti attraverso il dono di sé, cioè attraverso il dono della sua vita: il suo sangue è il sangue della nuova alleanza (cfr Lc 22,20) che viene versato per le moltitudini e che dona pace. Anzi, “Cristo è la nostra pace”(Ef 2,14) che elimina in se stesso l’inimicizia che oppone l’uomo a Dio, a se stesso e agli altri uomini. Questa liberazione non riguarda solo l’epoca di Gesù e l’umanità del suo tempo: è liberazione per tutti gli uomini, di ogni tempo; ed è libertà che coinvolge tutti ben oltre la consapevolezza che se ne possa avere. E’ realtà sempre in atto grazie all’azione incessante dello Spirito Santo che chiede però la nostra personale partecipazione e il nostro impegno fattivo. “Per mezzo di Lui – Cristo – possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,18). 

Proprio per questa “possibilità” viene oltremodo esaltata la responsabilità personale: è nelle nostre possibilità, ed è quindi nostra responsabilità, costruire muri e distruggere ponti, oppure demolire muri e costruire ponti. Possibilità e responsabilità per ogni uomo e donna della terra e soprattutto per il cristiano il quale, per costruire ponti e distruggere muri, non è mosso solo da un umanitarismo che rischia sempre di infettarsi di egoismo e che quindi valuta l’agire più in ragione del proprio individuale interesse piuttosto che in ragione del bisogno che l’altro può avere. Il cristiano non può non tenere conto che il suo modello di azione è Cristo Gesù che dona se stesso e in se stesso riconcilia gli opposti, offrendo a ciascuno le ragioni più profonde in base alle quali lasciarsi guidare dalla gratuità del dono d’amore.

Tutto questo non si realizza solo nella sfera della interiorità e nella profondità del nostro rapporto spirituale con Dio, bensì può e deve tradursi nella vita concreta di ogni giorno, attraverso l’animazione soprannaturale del pensare, del volere e dell’agire. Ad esempio ci rendiamo sempre più conto che se la specializzazione tecnica è necessaria, non è però sufficiente. Infatti  mentre andiamo sperimentando una crescita esponenziale di affinamento metodologico e tecnico, spesso si ha un impoverimento drammatico nelle motivazioni e nei contenuti valoriali. Anzi, non di rado, la corsa alla “specializzazione” ha come risultato la frantumazione del quadro di riferimento generale per cui, alla fine, ciò che ne soffre sono proprio le motivazioni valoriali e di conseguenza le relazioni personali tra i vari soggetti in gioco con una crescita sempre più marcata della solitudine e del senso di abbandono.

In altre parole, anche nello specifico delle nostre attività assistenziali, c’è bisogno di abbattere muri e di creare ponti fra le varie discipline del sapere che si applicano all’assistenza perché tutto venga ricollegato e integrato grazie a quel tesoro prezioso che è la consapevolezza di sé, di Dio e del prossimo che passa necessariamente attraverso il cuore delle persone e si testimonia nello stile di accoglienza che siamo chiamati a scambiarci reciprocamente.

E’ ovvio che non è compito nostro elaborare e promulgare leggi che regolino i rapporti tra persona e persona, tra persone, istituzioni e strutture operative. Spesso proprio chi opera nella concretezza della vita di tutti i giorni si rende conto della grave miopia di cui soffrono proprio coloro i quali, nell’orizzonte del bene comune, hanno la responsabilità di elaborare leggi giuste e perfettive per la vita dei singoli e dell’intera società. Ne sono prova, ad esempio, le improvvisazioni legislative di queste ultime settimane a proposito della regolamentazione della “legittima difesa” o della manifestazione delle determinazioni anticipate circa le cure da ricevere in caso di stato terminale. In questi casi non si sono certo creati ponti, bensì l’ideologia e l’intolleranza politica hanno creato muri che, probabilmente, daranno vita a leggi non solo discutibili, ma anche profondamente ingiuste. Il risultato sarà la crescita della presa di distanza fra i vari soggetti in gioco, nonché la terribile responsabilità che verrà addossata sulle spalle di chi si troverà a dover applicare leggi sostanzialmente deficitarie o – ripeto – ingiuste, con tutto il seguito di traumi di coscienza che non pochi dovranno subire.

Muri o ponti possono sorgere o essere abbattuti, quotidianamente, anche all’interno delle nostre relazioni corte, sia in famiglia che nel lavoro, sia nella società civile che nella realtà ecclesiale. Questo avviene in ragione delle virtù che si coltivano o della trascuratezza che si ha nell’esercizio della nostra umanità.

E’ interessante notare che in diversi testi del Nuovo Testamento, specie nelle lettere di San Paolo, pur aspettandoci un richiamo alle tipiche virtù cristiane che non manca mai – fede, speranza e carità (virtù teologali), spesso l’Apostolo richiama i suoi cristiani prima di tutto all’esercizio delle virtù umane ( virtù cardinali ) che sono anch’esse frutto dell’azione dello Spirito di Dio. Un esempio tra tanti è quello che ci viene dalla lettera ai Galati, nella quale San Paolo mette a confronto le opere della carne e il frutto dello Spirito: “Sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e cose del genere (…) chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”(5,19-22). 

E’ interessante notare che se Paolo parla delle opere della carne al plurale, poi parla del frutto dello Spirito al singolare, sottolineando che ciò che proviene dal richiamo degli istinti più bassi non favorisce l’incontro e non costruisce unità, bensì allarga le fratture e le contrapposizioni in un plurale che è accozzaglia di interessi disordinati. Ciò che invece viene dallo Spirito di Dio è sempre dono che unisce, raccoglie in unità, facendo sperimentare la bellezza dell’incontro e della fecondità. Il motivo di questa diversità di risultati è chiaro: “La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste”(Gal 5 17). Cioè il contrasto è prima di tutto dentro il cuore della persona, nel profondo dei suoi desideri e della sua volontà a causa del peccato che sta sempre accovacciato alla porta del cuore. Non dobbiamo meravigliarci se anche dentro di noi ci troviamo a sostenere questa lotta tra desideri contrari. Lo stesso Paolo confessa di trovarsi in questo dilemma per cui dice: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto”(Rm 7,15).

Questa contrapposizione tra bene e male, tra desideri buoni e desideri malsani, tra virtù e vizi è un retaggio che fa parte del nostro bagaglio personale e sociale sul quale, però siamo chiamati a lavorare con fiduciosa speranza. Non si tratta di una sfida impossibile, bensì di un lavoro nel quale occorre impegnarci ogni giorno e non solo a livello personale, ma anche a livello comunitario e nel nostro caso quindi anche a livello di Fondazione. 

Infatti sono tante le occasioni nelle quali è possibile costruire ponti e abbattere muri sia per quanto riguarda la nostra azione personale, sia per quanto riguarda lo stile con il quale impostiamo le stesse attività istituzionali. A volte la fatica può nascere per le obiettive difficoltà che è necessario affrontare, ma a volte le difficoltà crescono perché si fa fatica a pensarci in maniera diversa rispetto ai modelli che da sempre abbiamo seguito e applicato nelle decisioni che dobbiamo prendere ogni giorno. Qualche volta può anche accadere che pur cercando forme innovative sul piano tecnico operativo grazie alle quali migliorare le prestazioni di assistenza che siamo chiamati ad offrire, non abbiamo la stessa lungimiranza nel riflettere e nel pensare non solo secondo logiche consolidate che fanno parte di una abitudine buona che però rischia di diventare rapidamente obsoleta, ma anche secondo logiche che abbiano il coraggio di rifarsi più intimamente a quella identità più profonda che si radica proprio su quei valori dello Spirito di cui parlava l’apostolo Paolo. Per questo occorre che siamo sempre più capaci di esercitarci nel pensare se le nostre pur buone modalità – o presunte tali – non possano sempre essere ricalibrate proprio a partire dai fondamenti che hanno dato origine alla nostra Fondazione e che attingono in maniera indissolubile alle radici della nostra identità cristiana.

Si tratta di una sfida non piccola sulla quale occorre sempre di nuovo misurarci. Il ritenere che si possa già avere fatto tutto il possibile è un atteggiamento rinunciatario che alla fin fine invece di farci procedere rischia di farci tornare indietro. Infatti i muri possono crescere non tanto per la volontà dichiarata di innalzarli, ma anche solamente perché andiamo ammucchiando detriti, cioè situazioni di fatica che non riusciamo a chiamare con il loro nome e che quindi finiamo per lasciare irrisolte, così come può accadere non che distruggiamo volutamente i ponti, ma che non ne curiamo a sufficienza la manutenzione, finché per la nostra disattenzione finiscono per collassarsi.

Il mio augurio cordiale è che, nella Fondazione Casa Cardinale Maffi, ciascuno si metta in gioco sia personalmente, sia in un grande gioco di squadra, perché non ci si blocchi mai in quella forma di passività rassegnata e inconcludente del “si è fatto sempre così”, ma ci si aiuti gli uni gli altri a saper alzare lo sguardo, a misurarci non tra di noi, ma sulla misura alta che ci viene proposta dalla nostra identità cristiana, per riflettere insieme, scoprire e applicare quella “novità” che è insita nel patrimonio ideale e valoriale che ci è stato consegnato e che può darci non tanto soluzioni per un uso istantaneo, ma quelle linee che consentono al seme buono che già possediamo, quella fecondità inedita e veramente innovativa che è la traduzione nella nostra vita e nella nostra attività del messaggio evangelico nel quale riconosciamo i punti cardinali del nostro servizio a favore di coloro che hanno bisogno e che sono ospitati nelle nostre strutture.

Siccome questo, ne sono convinto, è lo sforzo quotidiano di tutti voi che lavorate nella Fondazione, a tutti e a ciascuno desidero rivolgere il grazie mio e della nostra Chiesa pisana, insieme all’incoraggiamento a non perdervi mai d’animo nelle difficoltà, perché se anche le leggi cambiano e ci chiedono sforzi non indifferenti da ogni punto di vista, a noi non manca mai la possibilità di attingere acqua fresca, anzi, acqua viva, alla sorgente inesauribile della Vita che è Cristo e il suo Vangelo. In questo modo saremo sempre costruttori di ponti solidi e resistenti alle intemperie, senza mai arrendersi a pensare che oggi ci si possa difendere innalzando muri che prima o poi sono destinati a cadere e che sicuramente impediscono di spaziare con lo sguardo dell’amore verso frontiere nuove e inedite. Il Signore ci aiuti tutti in questo itinerario non facile, ma sicuramente fecondo. Grazie.