con la Consulta delle Aggregazioni Laicali
“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”
Seminario Santa Caterina – Pisa – 19 marzo 2017
Il tema che cercheremo di approfondire in questo incontro quaresimale è dettato dal documento preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che il Papa ha voluto dedicare ad una riflessione su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
La ragioni di questa scelta sono evidenti soprattutto nella realtà del mondo occidentale e in particolare in Italia: i giovani sembrano allontanarsi sempre di più da un rapporto con la Chiesa e con la fede stessa; questa sembra illanguidire e fluidificarsi in una religiosità a buon mercato e il discernimento vocazionale è sempre più disatteso, tanto che il calo delle vocazioni alla vita consacrata e religiosa e ultimamente anche alla vita matrimoniale è diventato talmente macroscopico da mettere a rischio la stessa sopravvivenza della organizzazione ecclesiastica come eravamo abituati a viverla da sempre. A questo proposito basta ricordare, anche nella nostra diocesi, quante sono ormai le parrocchie che non hanno più la presenza stabile di un parroco (66 su 165) e quanti sono i sacerdoti incardinati e residenti in diocesi che hanno superato i 75 anni (età pensionabile): 33 su 127 di cui 6 stabilmente fuori diocesi. Inoltre, nei nove anni del mio ministero episcopale in diocesi di Pisa, ho accompagnato al cimitero 35 presbiteri e ne ho ordinati solo 13.
Nel documento preparatorio del Sinodo, pubblicato a metà gennaio, vengono messi in evidenza i cambiamenti che sono in atto a livello globale e che in modo particolare interessano soprattutto le giovani generazioni per le quali sono sempre più fragili e meno visibili quei riferimenti valoriali che costituivano nel passato un forte punto di riferimento che permetteva di orientare la propria esistenza. Si trattava di valori comuni che univano tra loro le varie generazioni e che insieme davano consistenza a proposte di vita che si muovevano in un alveo condiviso un po’ da tutti.
La frantumazione culturale e l’individualismo esasperato sono ormai la cifra del nostro tempo e non permettono più quella trasmissione di valori comuni che era il collante più potente che univa tra loro le varie generazioni e che consentiva, anche nella diversità delle opzioni ideali, di avere una piattaforma comune sulla quale costruire cammini condivisi. Oggi non è più così e quindi sono saltati schemi consolidati e ben sperimentati e diventa quanto mai difficile e complicato individuare i nuovi punti di forza sui quali poter fare leva per relazioni nuove da intessere con i giovani, grazie alle quali continuare la trasmissione della fede ed offrire gli strumenti indispensabili per un autentico discernimento vocazionale.
Un’altra osservazione generale è che questa crisi, perché si tratta di una crisi epocale, investe tutta la nostra società oltre che la Chiesa o le singole Associazioni o Movimenti, perché si tratta di un fenomeno culturale globalizzato. Infatti non ci sono più zone franche o ambienti protetti che possano passare indenni attraverso la frantumazione spirituale, culturale e sociale che è in atto da tempo, perché i parametri antropologici adottati dalla cultura mondiale non condividono più, anche nel mondo occidentale di matrice ebraico-cristiana, i valori di riferimento della visione antropologica cristiana. Infatti non esiste più una visione unica circa l’uomo e la sua vita, ma una pluralità di visioni, spesso l’una in contraddizione con l’altra, che specie a livello giovanile spiazzano le persone, generando confusione di idee e contraddittorietà di vita, tanto che non di rado, anche gli stessi giovani credenti o presunti tali, di fatto vivono in maniera pienamente “pagana”, cioè in totale dissonanza o in piena alternativa con l’impostazione morale che prende origine dalla professione di fede.
E ovvio che più che fermarci su una diagnosi della situazione attuale del mondo giovanile, che rimarrebbe alla superficie del problema, interessa di più tentare una riflessione che individui i punti di forza che possono orientarci nel mettere in atto proposte concrete che ci aiutino, come Chiesa e come Associazioni e Movimenti, ad affrontare sul serio questo tema che del resto interpella tutti in maniera fortissima, perché nessuno possiede ricette risolutive o pozioni magiche.
L’icona di Giovanni, apostolo ed evangelista
Il Documento preparatorio del Sinodo offre una icona, o meglio un esempio di vita, nella figura di Giovanni, l’apostolo ed evangelista che anche noi vogliamo prendere in considerazione per cogliere indicazione che ci aiutino a tematizzare l’argomento propostoci dal Papa. Infatti, “la figura di Giovanni ci può aiutare a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amore e la vita in pienezza nel dono di sé e nella partecipazione all’annuncio della Buona Notizia”.
Come sappiamo la figura di Giovanni appare come in trasparenza nel Vangelo a lui attribuito. Infatti se il vangelo di Giovanni ci narra la chiamata dei primi discepoli, fra i quali due coppie di fratelli, è solo Matteo a dirci i nomi delle due coppie di fratelli: “Pietro e Andrea” e poi “altri due fratelli, Giacomo figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono” (Mt 4,21-22). Se Matteo ci svela i nomi è però il vangelo di Giovanni che entra nella profondità della vicenda vocazionale che ne riguarda l’autore.
“Fissando lo sguardo su Gesù che passava (Giovanni Battista) disse: Ecco l’agnello di Dio! E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò, e osservando che essi lo seguivano, disse loro: Che cosa cercate? Gli risposero: Rabbì – che tradotto significa maestro – dove dimori? Disse loro: Venite e vedrete. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,36-39).
Secondo la lettura tradizionale di questo testo, uno dei due discepoli del Battista era Giovanni l’evangelista. Si trattava di un giovane che evidentemente viveva il desiderio di una vita piena. Non si contentava della ordinarietà delle cose di tutti i giorni, anche se per mestiere apparteneva alla gente del lago che viveva di pesca. E’ da notare che è il Battista che “fissando lo sguardo su Gesù” lo riconosce come l’Agnello di Dio, cioè come colui nel quale prendevano corpo le antiche profezie che da secoli cullavano l’attesa e l’aspettativa più profonda del popolo di Israele.
Il Battista fissa lo sguardo su Gesù: si tratta di un vedere non tanto materiale quanto spirituale; un vedere che diventa rivelazione di una realtà ancora nascosta agli occhi di Israele: cioè la presenza del Messia in mezzo al suo popolo. Infatti c’è da tenere presente che questo episodio viene subito dopo la testimonianza offerta dal Battista nei confronti di Gesù: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere sopra di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”(Gv 1,32-34).
La parola del Battista è capace di suscitare nei suoi due seguaci il desiderio di andare dietro a Gesù, perché ha in sé la forza della testimonianza che si fonda sulla esperienza diretta del mistero di Gesù. Il Battista ha fatto esperienza di fede in Gesù, garantito dall’intervento divino. Non è geloso della propria notorietà, bensì è consapevole di essere solo la voce chiamata ad annunciare una parola che non è sua e che è il Verbo stesso di Dio. In altre parole, per poter incontrare Gesù c’è sempre bisogno di una qualche mediazione, di qualcuno o di qualcosa che faccia da tramite e che anzi, sia in grado di preparare il terreno all’incontro con il Signore, così come c’è sempre bisogno di un solerte agricoltore che dissodi il terreno e lo ari, per renderlo capace di accogliere il seme così che questo possa fruttificare con abbondanza.
Sentendo il Battista parlare così, i suoi due discepoli “seguirono Gesù”. Hanno già capito il suo mistero? Non lo sappiamo. Però essi si sono messi in moto perché vogliono vedere. “Che cosa cercate?” dice loro Gesù. “Maestro dove dimori?” è la loro risposta, alla quale segue un invito: “Venite e vedrete”. Gesù non si mette a discutere né ad indagare il perché o il per come o a fornire loro l’indirizzo della sua casa: li invita solo ad andare con lui. Saranno loro stessi a vedere dove dimora Gesù.
Che cosa cercate?
“Che cosa cercate?” è la domanda chiave che Gesù rivolge a questi due giovani discepoli del Battista. Che cosa stanno cercando i giovani del nostro tempo? Perché sono tanti quelli che seguono i tanti “guru” più o meno improvvisati che riempiono la scena del nostro tempo? Che cosa cercano? Spesso anche in ambito ecclesiale siamo assai sbrigativi nel liquidare i giovani e la loro ricerca più o meno evidente o più o meno sensata. Siamo pronti a liquidarli perché appaiono seguire logiche diverse dalle nostre logiche di adulti, ma di fatto non ci mettiamo ad ascoltarli; non seguiamo il loro girovagare alla ricerca di qualcosa che dia senso alla loro vita. Spesso il loro girovagare ci destabilizza perché noi stessi in realtà stiamo girovagando nelle questioni che riguardano il senso della vita che non sempre abbiamo avuto o abbiamo ancora il coraggio di affrontare in maniera matura, perché magari rassegnati a “non risposte” che hanno avuto la capacità di anestetizzare le nostre paure e le nostre insicurezze.
Che cosa stanno cercando i giovani d’oggi? E’ ciò che noi adulti cercavamo quando eravamo giovani o è qualcosa di diverso? I nostri giovani hanno dei Giovanni Battista capaci di offrire la loro esperienza di incontro con Gesù così da invogliarli a mettersi alla sua sequela? E soprattutto riescono a percepire in noi adulti la genuinità di fede che sa estendere il contagio della ricerca e inquietare interiormente quando si preferisce rifugiarsi nel quieto vivere della superficialità?
Maestro, dove dimori ?
E’ importante soffermarsi anche sulla risposta che Giovanni e Andrea danno alla domanda di Gesù: “Che cosa cercate?” La risposta è “Maestro, dove dimori?”. I due non hanno ancora fatto conoscenza di Gesù, ma lo chiamano “Maestro!”. Stanno dunque cercando qualcuno che possa insegnare loro qualcosa? E che cosa? In realtà chiedono a Gesù di sapere dove dimora, cioè dove abita, dove sta di casa; quale è il luogo dove è possibile trovarlo.
Questa stessa domanda è l’interrogativo che spesso abita il cuore dei giovani d’oggi che si entusiasmano per Gesù, che apprezzano il suo insegnamento e il suo vangelo, ma che non riescono più a capire dove è possibile incontrarlo perché hanno smarrito, o forse non gli sono state trasmesse le coordinate del suo abitare in mezzo agli uomini.
Se per noi, la Chiesa è il luogo nel quale abbiamo incontrato il Signore e dove ogni giorno possiamo incontrarlo, non è sempre così per i giovani di oggi. Ma dire che la Chiesa non è più un “luogo” di incontro con il Signore significa dire che agli occhi dei giovani essa ha perduto la sua specifica identità e non è più capace di mostrare che il Signore sta proprio in mezzo al suo popolo. Non solo, ma che essa non è nemmeno capace di manifestare che nel suo essere in mezzo agli uomini di ogni tempo è soprattutto depositaria della Parola di salvezza e custode e amministratrice dei Misteri di Dio.
Venite e vedrete !
Gesù invita i due a mettersi in movimento: “Venite e vedrete!” .“Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio”. Il verbo rimanere è un verbo significativo nel linguaggio del vangelo di Giovanni. Il rimanere non è solo l’espressione di uno stare da qualche parte e nemmeno la affermazione di una staticità passiva, ma soprattutto l’indicazione di un incontro che permette l’esperienza di una vera comunicazione reciproca; di una specie di immanenza reciproca che comporta scambio interiore, trasmissione di esperienza, conoscenza, disponibilità ad una comunione che tocca sensibilità, cuore e intelligenza. In effetti nell’incontro tra Gesù e i due discepoli del Battista deve essere accaduto qualcosa di simile perché l’evangelista ricorderà per sempre il momento preciso in cui tutto ciò avvenne: “erano circa le quattro del pomeriggio”. Una annotazione del tutto indifferente alla completezza del racconto, ma che dice la grandezza sconvolgente e straordinaria dell’avvenimento registrato nel racconto evangelico.
L’invito “Venite e vedrete” Gesù lo mette oggi sulle nostre labbra, cioè sulle labbra della Chiesa intesa come comunità dei credenti in Lui. E’ la Chiesa in tutte le sue componenti, cioè in tutti i suoi membri, che è chiamata all’annuncio, che non è solo la pubblicizzazione di contenuti veritativi, ma è prima ancora lo spalancarsi delle porte del cuore di ciascuno e la disponibilità dell’intera comunità ecclesiale alla accoglienza di chi ancora non ha fatto piena esperienza di incontro con il Signore nella fede. Si tratta di quella “Chiesa con le porte aperte” come dice il Papa o “con le porte spalancate” come si intitola il nostro Piano Pastorale diocesano che non vuole rischiare di diventare un club esclusivo, ma che vuole essere una casa, o meglio, una famiglia di famiglie accogliente, dove ciascuno deve potersi sentire atteso e desiderato; dove sia possibile sperimentare la gioia dello stare insieme nel nome di Gesù, scambiandoci reciprocamente il suo amore soprattutto grazie al servizio nei confronti dei più piccoli e dei più poveri.
E ancora: l’invito a Giovanni e Andrea è: “venite”, non “andate”. Prima di salire al cielo, al termine della sua vicenda umana su questa terra, Gesù non mancherà di “mandare” i suoi fino agli estremi confini della terra per annunciare il vangelo ad ogni uomo e donna, ma in questo momento, all’inizio della esperienza evangelica dei due discepoli, l’invito è ad andare con Gesù. Cioè, Gesù chiede loro che si fidino ad andare con Lui, là dove dimora. Di fatto, essi si fidano, vanno, “e quel giorno rimasero con lui”.
In altre parole c’è sempre bisogno di un tempo prolungato perché possa nascere vera conoscenza di Gesù. Quel tempo prolungato che spesso manca nella nostra vita quotidiana. Non potrebbe essere che l’allontanamento di tanti giovani dalla vita ecclesiale dipenda proprio dal fatto che sta venendo meno nella nostre comunità cristiane la disponibilità a mettersi in ascolto dei giovani e che con la nostra fretta non incoraggiamo neppure quella apertura da cuore a cuore, che oggi, per l’individualismo imperante, è più difficile che nel passato, e che invece sta diventando un bisogno sempre più forte? Mi domando perché in alcune scuole dove sono stati attivati degli “sportelli” per l’ascolto, questi sono conosciuti e frequentati dagli studenti, mentre quegli “sportelli” dell’ascolto che un tempo, insieme con la direzione spirituale e la confessione, si identificavano con la vita di parrocchia e la possibilità di intrattenersi con il sacerdote e con gli animatori parrocchiali e i catechisti, oggi sono in gran parte disertati!
Se non dobbiamo dimenticare che l’esperienza della fede non si esaurisce mai soltanto in un rapporto individuale con il Signore, non è però possibile costruire personalità mature di uomini e donne di fede, solo con una azione “a pioggia”, cioè senza che possa crescere e svilupparsi un coinvolgimento seriamente personale. Per questo c’è bisogno di rendere possibile a tutti “il rimanere” a lungo con Gesù, proprio attraverso la nostra opera evangelizzatrice e di testimonianza personale da cuore a cuore.
Il discepolo che Gesù amava: amicizia e familiarità
Che in Giovanni questa crescita nella fede e nella esperienza di Gesù si sia davvero realizzata ci viene testimoniato dal fatto che egli era “il discepolo che Gesù amava”. Nell’ultima Cena ci viene presentato come colui che poteva porre a Gesù, senza timore, le domande più difficili. All’annuncio che uno dei dodici avrebbe tradito Gesù “ I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli chinatosi sul petto di Gesù, gli disse: Signore, chi è?”(Gv 13,22-25).
La relazione di fede che dovremmo favorire tra i giovani e il Signore è la relazione dell’amicizia e della familiarità. Succede davvero così? A volte sembra di dover registrare una specie di timore nel proporre ai giovani dei percorsi formativi che tendano effettivamente alla crescita di questa amicizia. Non di rado, specie fra i più giovani, in molte parti è in essere una specie di “controllo sociale” non dichiarato, ma reale, per il quale un rapporto di familiarità con il Signore sembra addirittura qualcosa di innaturale. Se si va in chiesa, si rimane in fondo alla chiesa; se pure si avrebbe il desiderio di accostarsi ai sacramenti, ci si astiene dal farlo, perché si ha paura che qualcuno possa prenderci in giro; ed è esperienza comune quella del “silenzio” totale ad esempio sulle proprie scelte religiose, sempre per paura di non essere accettati dal prossimo.
Giovanni, non solo è capace di porre a Gesù la domanda che Pietro non ha il coraggio di porgli circa il traditore, ma sarà pure lui a condurre Pietro nel cortile della casa del sommo sacerdote. Così come sarà ancora Giovanni ad essere presente sotto la croce nel momento in cui Gesù morente gli affida sua Madre: “Gesù, allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre!. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19, 26-27).
C’è pure il primato di Giovanni rispetto a Pietro nel giungere al sepolcro non appena le donne portano agli apostoli l’annuncio della risurrezione del Signore: “Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là e il sudario (…) Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risuscitare dai morti”(Gv 20,4-9).
La adesione di fede
La adesione di fede non è mai qualcosa che si improvvisa, ma è sempre un necessario processo di crescita, che spesso esige tempi lunghi e grande pazienza. Lo stesso Giovanni, il più vicino a Gesù, il più sensibile nei suoi confronti, quello che ha il coraggio di rimanere con Gesù sino alla sua morte in croce; colui al quale Gesù affida la Madre sua; anche Lui, dice di sé, che solo quando entrò dopo Pietro nel sepolcro vuoto “vide e credette”. Fino a quel momento anche lui non aveva compreso la Scrittura e cioè che Gesù “doveva risuscitare dai morti”. Probabilmente, come Chiesa siamo poco capaci oggi di far crescere i nostri giovani nella fede, proprio perché, questa ci appare più come un “pacchetto” di verità da accogliere intellettualmente che non come una persona, la persona di Gesù, da incontrare nella amicizia e nella familiarità, da accogliere nella vita, tanto da riuscire a vivere con Lui, di Lui e in Lui in una comunione profonda e capace di coinvolgere ogni aspetto della nostra persona (cuore, sensibilità, intelligenza e volontà) e della nostra esistenza. A questo proposito può essere illuminante per noi riflettere sull’immagine della vite e dei tralci di cui l’evangelista Giovanni ci parla al capitolo 15.
Quando un giovane riesce a sviluppare in sé e nella propria vita questa esperienza di crescita nella fede e di adesione personale alla persona di Gesù, la conseguenza necessaria è che la presenza del Signore viene ad orientare, a sostenere e a vivificare ogni scelta di vita, rendendo possibile un autentico discernimento vocazionale.
Il discernimento vocazionale
L’ultima zumata su Giovanni, a questo proposito, è quella che ci viene offerta al capitolo 21 del suo vangelo in cui si racconta l’apparizione di Gesù risorto sulla sponda del lago di Tiberiade. In quella notte la squadra dei discepoli che era uscita al largo per la pesca non era riuscita a prendere niente. Stanno ritornando a riva. E’ l’alba. Gesù, dalla riva chiede se avevano del pesce. La risposta è negativa. Allora dice loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. E in effetti la rete si riempì talmente di pesci – 153 – che non erano più capaci di tirarla su. E’ qui che interviene Giovanni. “Quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: E’ il Signore!” Solo Giovanni riconosce Gesù nello sconosciuto che si trovava a riva. Una volta giunti tutti a terra, “Nessuno dei discepoli osava domandargli “Chi sei?” perché sapevano bene che era il Signore”(21,12).
Imparare a fare discernimento è una sfida per tutti, non solo per i giovani, ma anche per noi adulti. Ed è una sfida che ci trova impreparati. Lo abbiamo toccato con mano, ad esempio, a proposito di quanto il Papa ha proposto nella Amoris Laetitia, circa l’ammissione o meno alla Eucaristia di coloro che si trovano in situazioni matrimoniali che chiamavamo “irregolari”. Un invito al discernimento che troviamo anche nella Evangelii Guadium e che dobbiamo accogliere con generosa disponibilità non solo per quanto riguarda la risposta vocazionale di ciascuno, ma anche per quanto riguarda la risposta vocazionale dell’intera comunità cristiana. Ciò chiede lo stile dell’ascolto, della accoglienza delle persone, della loro conoscenza e del loro accompagnamento nel proprio confronto con la Parola di Dio per scoprire quella che è la volontà del Signore su ciascuno, così come, soprattutto da parte dei pastori, l’ascolto, l’accoglienza, la conoscenza e l’accompagnamento nel confronto con la parola di Dio delle comunità che sono state loro affidate perché in tutti possa esprimersi pienamente il disegno di salvezza pensato dal Signore per ciascuno e per tutto il suo popolo.
Nell’epoca dell’individualismo più sfrenato, lo stile del discernimento, si è fatto sempre più complicato e difficile e chiede a tutti un sussulto di umiltà e l’abbandono di quella presunzione spesso diffusa di sapere già tutto come fare e ciò che c’è da fare, per mettersi tutti insieme alla scuola dell’unico Maestro.
In fondo questo è ciò che Gesù dice a Pietro al termine del vangelo di Giovanni dopo avergli affidato il triplice mandato di pascere le pecore e il gregge di Dio. “Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: Signore, chi è che ti tradisce?. Pietro, dunque, come lo vide, disse a Gesù: Signore, che cosa sarà di lui? Gesù gli rispose: Se voglio che egli rimanga fino a che io venga, a te che importa? Tu seguimi!”(Gv 21,20-22). Ogni persona ha una storia diversa e una vocazione particolare. Non possiamo mai appiattirci gli uni sugli altri, perché il Signore guarda a ciascuno con uno sguardo d’amore che non è mai in serie e non possiamo trattare tutti indistintamente in maniera ripetitiva e massificante. Per ciascuno occorre una attenzione specifica e un percorso personalizzato; l’accompagnamento nella fede e nella scoperta della propria vocazione esige un intervento specifico. La risposta data da Gesù a Pietro: “a te che importa? Tu seguimi!” è una esortazione scheletrica ma anche ben mirata a non fare niente in maniera seriale, ma a mettere prima di tutto grande attenzione perché ciascuno segua con passione e generosità la propria vocazione. Il primo aiuto che possiamo dare ai giovani è infatti quello dell’esempio personale.
Si tratta dunque di domandarci: siamo tutti noi, esemplari nella nostra risposta vocazionale? Lo siamo come persone? Lo siamo come Chiesa? Lo siamo come associazioni, gruppi e movimenti? E ancora prima, siamo davvero consapevoli della identità della nostra vocazione o anche noi corriamo il rischio di adattarci al minimo?
Guardiamo all’evangelista e apostolo Giovanni, a questa icona che il papa ci presenta: anche noi potremo crescere nella nostra risposta personale e comunitaria ed essere attenti accompagnatori dei più giovani perché possano scoprire la loro chiamata alla fede e in questa chiamata la loro personale specifica vocazione nel seguire Gesù e il suo Vangelo
