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All’Assemblea diocesana dell’Azione Cattolica

Seminario S. Caterina – 19 febbraio 2017

Il titolo che avete dato alla vostra assemblea elettiva “Camminare insieme, con la Chiesa, nel mondo” si pone in una certa sintonia con il Piano Pastorale diocesano che in quest’anno cerca di risvegliare la passione per l’annuncio del Vangelo: “Una Chiesa che annuncia il mistero di Cristo” e che si appresta, nel prossimo anno, a rileggersi e ripensarsi rispecchiandosi nell’icona di Maria Vergine e Madre e che infine desidera indirizzare lo sguardo di tutti i suoi figli verso la patria celeste, dove Cristo sarà tutto in tutti nella pienezza dell’amore del Padre.

Volendo riprendere i termini che avete usato per intitolare la vostra assemblea, credo sia importante domandarci che cosa significhi davvero camminare; insieme con chi vogliamo camminare e verso quale meta vogliamo indirizzare il nostro cammino.

Non dobbiamo dimenticare che Gesù, accommiatandosi dai suoi discepoli, non ha detto loro di rintanarsi nel Cenacolo, e nemmeno di evitare di entrare in contatto con chi la pensava diversamente da loro; bensì ha detto chiaramente: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”(Mt 28,18-20).

Anche l’evangelista Marco sottolinea il mandato di Gesù ai suoi: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (16,15); un mandato al quale, senza indugio, segue l’azione: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Una conferma-rafforzamento che avviene a Pentecoste e che Gesù aveva promesso prima di salire al cielo: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”(At 1,8).

  • Camminare

La prima parola da mettere a fuoco è il verbo camminare-andare che ci fa ricordare la parola uscire tanto usata da Papa Francesco. Non è il tempo di stare fermi. La nostra cultura, del resto, è una cultura in continua evoluzione, che cambia in maniera rapidissima e che spesso non si ferma su niente, non approfondisce nulla e rimane ferma alla superficie delle cose.

Si tratta di un pericolo anche per noi. L’andare senza conoscere la via da percorrere sarebbe un girare a vuoto; un lasciarsi portare dal vento delle mode o dalle sollecitazioni di un modo di pensare che è come il volare delle mosche da un oggetto all’altro, senza fermarsi su nulla. Il camminare non è solo un muoversi, ma è il muoversi in maniera equilibrata, cioè con la capacità di mantenere l’equilibrio, tenendosi forti sulle gambe e avendo a disposizione le scarpe adatte al tipo di strada che si vuole percorrere. Non solo: per non girare a vuoto c’è pure bisogno di sapere dove si vuole andare e andando, che cosa si vuole fare. Cioè c’è bisogno di progettare il nostro viaggio, conoscere la strada, dopo aver individuato la meta.

Agli apostoli Gesù chiede di andare in tutto il mondo con l’attenzione ad allargare lo sguardo a cerchi sempre più ampi: “da Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Qualche volta la voglia di andare o la fretta, rischiano di farci guardare chissà dove, dimenticando l’ambiente stesso nel quale viviamo. Altre volte ci fermiamo a considerare solo il nostro piccolo mondo e ci dimentichiamo che siamo chiamati a raggiungere anche gli estremi confini della terra.

Si tratta di una preoccupazione che anche il Papa esprime nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium quando dice: “Nella cultura dominante il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza”(EG 62).

Se è vero che il peso specifico della cultura dominante è molto forte, “Se parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, ciò si deve anche ad alcune strutture e ad un clima poco accoglienti in alcune delle nostre parrocchie e comunità, o ad un atteggiamento burocratico per rispondere ai problemi, semplici o complessi, della vita dei nostri popoli. In molte parti c’è un predominio dell’aspetto amministrativo su quello pastorale, come pure una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione”(EG 63). E’ un rischio che voi stessi avete messo in evidenza nel vostro documento assembleare: è ovvio che c’è bisogno di una struttura associativa portante, ma guai quando la preoccupazione per la struttura spegne l’ardore e l’entusiasmo per l’incontro personale, per un annuncio che sia comunicazione da cuore a cuore della propria esperienza di fede.

  • La relazione con le persone

Questa difficoltà si risolve nel cercare sempre e comunque la relazione con le persone. Una relazione che non è scontata perché stiamo vivendo oggi la tragedia della frantumazione delle relazioni, quale frutto velenoso dell’individualismo esasperato.

Si tratta di una presa di coscienza urgente e necessaria: stiamo respirando tutti, senza esclusione di alcuno, un clima di individualismo sempre più pesante, che sta segnando negativamente sia i rapporti familiari che tutti gli altri rapporti interpersonali a livelli più ampi sociali ed ecclesiali. Da qui la crisi dell’associazionismo, della vita comunitaria civile e politica, della ricerca del bene comune, della possibilità stessa di mettere in atto quei correttivi che aiutino a remare contro la deriva dell’isolamento, della solitudine e quindi dell’emarginazione e dello scarto.

Non dobbiamo neppure dimenticare che uno dei motori più forti per questa deriva è l’esaltazione esasperata dei diritti individuali (non più personali), “perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice”(EG 59) e l’uomo è ridotto oggi “ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo”(EG 55) con la conseguente “negazione del primato dell’essere umano”(EG 55). In questo modo si è instaurata “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole” in cui “gli interessi del mercato divinizzato” vengono “trasformati in regola assoluta” (EG 56).

Il progetto evangelico, invece, è il disegno di un Dio che non se ne è stato da solo nella sua felicità divina, ma che si è fatto uomo ed è entrato nella nostra storia, per cercare l’uomo e intrattenersi con lui. E questo da sempre, sia quando nel giardino di Eden Dio cerca Adamo e gli chiede: “Dove sei?”; sia quando il Verbo si fa carne e viene a porre la sua tenda in mezzo a noi. La relazione /incarnazione è dunque la categoria che ci riguarda come cristiani e che deve guidare il modo nel quale cerchiamo di incarnare la nostra fede nella vita di ogni giorno. Un cristiano che non cerca relazioni, è insignificante, come sarebbe insignificante una Azione Cattolica che non si ponesse in relazione umilmente, ma anche con entusiasmo, con la realtà ecclesiale e sociale nella quale è inserita.

Siamo davvero in relazione con chi ci sta accanto, personalmente e comunitariamente? Ci preme che il messaggio che ci è stato affidato possa giungere a tutti?

Un rischio che corriamo e che diventa tanto più pericoloso quanto più siamo abituati alle modalità comunicative del nostro tempo è che i nostri rapporti, da reali, concreti, da cuore a cuore, diventino progressivamente sempre meno reali e sempre più virtuali. Il cristianesimo, cioè il rapporto di fede con Gesù, non è mai stato e non può diventare un rapporto solo virtuale. La riprova sono i sacramenti e la concretezza della Parola di Dio che va diritta al cuore di ogni persona. Gesù toccava le persone che gli chiedevano di essere guarite; le guardava negli occhi; le cercava con lo sguardo; le ascoltava e queste gli toccavano il mantello; gli lavavano i piedi con le lacrime e glieli asciugavano con i capelli, come Gesù stesso fa con gli apostoli nell’Ultima Cena, fino a consegnarsi loro nel pane e nel vino dell’Eucaristia.

La virtualità del nostro tempo rischia di vanificare le relazioni, di far sbiadire la bellezza del rapporto interpersonale; di allontanarci gli uni dagli altri e di farci perdere il desiderio di intessere quelle relazioni che se pure difficili, danno senso al vivere comunitario e al valore dell’associazionismo.

Ciò non vuol dire che non sia opportuno servirci adeguatamente dei mezzi più moderni per comunicare, ma non dobbiamo accantonare la fatica della relazione diretta, dell’incontro reale, del confronto vero che non si nasconde dietro i “messaggini” o una delle tante possibili adesioni anonime a prese di posizione altrui. Ciò sarebbe fuggire dall’incontro; schierarci dietro la complicità dell’anonimato; un tirare il sasso, nascondendo poi la mano.

  • Insieme: il valore della comunione

Sottolineare il valore e l’importanza della relazione, significa esplicitare quell’avverbio che avete messo accanto al verbo camminare: “insieme”. Insieme a chi? Prima di tutto insieme al Signore che ha promesso di rimanere con noi, ogni giorno, fino alla fine dei tempi. Vorrei sottolineare che non siamo noi a chiedere al Signore di camminarci accanto; è Lui che ha deciso e promesso di camminare con noi. Spesso però, questo suo stare insieme con noi, non avviene secondo modalità che siamo noi a decidere. Un po’ come successe per i due discepoli che la sera di Pasqua andavano da Gerusalemme verso Emmaus: spesso il Signore si unisce a noi nel cammino della vita, senza che noi ce ne accorgiamo. E può anche accadere che magari ci lamentiamo della sua assenza, proprio con lui che ci sta accompagnando, senza che gli occhi del nostro cuore riescano a scorgerlo e a riconoscerlo: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Isarele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24,21). E Gesù ci ripete: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!” Non c’è il rischio che anche noi, come Chiesa, e voi come Azione Cattolica, perdiamo la sapienza della fede per acquistare la stoltezza della logica del mondo e che questa perdita di sapienza ci renda lenti nel credere che il Signore non cessa mai di accompagnarci? Non corriamo forse anche noi come Chiesa e voi come Azione Cattolica il rischio di credere di più alle nostre logiche umane e assai meno alla logica del Vangelo che passa inesorabilmente attraverso la via della croce, cioè del sacrificio, del dono di sé e della gratuità più totale? 

In Evangelii Gaudium 64  il Papa afferma: “Il processo di secolarizzazione (in atto) tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti”. Tutto questo si combatte intensificando il nostro rapporto con il Signore e con i nostri fratelli nella fede, non certo assecondando la tentazione all’isolamento e all’individualismo.

  • La vita spirituale come vita nello Spirito.

Parlare di rapporto con il Signore significa dare valore alla nostra vita spirituale come vita nello Spirito; alla ricerca costante della comunione con Dio nella vita di tutti i giorni; alla alimentazione di questo rapporto attraverso la preghiera personale e familiare; alla preghiera liturgica e alla partecipazione ai sacramenti della confessione e dell’Eucaristia.  E’ importante domandarsi: si partecipa alla S. Messa solo la domenica o almeno qualche volta anche durante la settimana? Si medita personalmente e comunitariamente in famiglia la Parola di Dio? Si prega con il Rosario? Ci si ferma almeno di tanto in tanto in chiesa in adorazione silenziosa davanti all’Eucaristia?  Se coltiviamo questo cammino con Gesù, saremo anche capaci di riconoscerlo quando Egli cammina con noi, anche se non nei modi e nelle forme che ci aspetteremmo.

Non è sempre Gesù che cammina con noi, quando qualcuno ci cammina acanto nella povertà, nella malattia, nel disagio, ma noi non ce ne accorgiamo? Guai, quando questi modi di camminare del Signore con noi non convergono l’uno nell’altro! Il risultato sarebbe la separazione della fede dalla vita e l’estraneazione del Signore dal nostro agire quotidiano.

Camminare insieme al Signore è condizione irrinunciabile per imparare a camminare di più e meglio col nostro prossimo. Avete anche aggiunto: “camminare insieme, con la Chiesa!”

Mi permetto di aggiungere alla particella “con” anche il termine “nella” Chiesa.

Infatti, l’Azione Cattolica, come ben sappiamo, non è una associazione “altra” o “parallela rispetto alla Chiesa; bensì è realtà di Chiesa; è un modo per esprimere da fedeli laici il vostro essere Chiesa. Non si tratta di sottolineature aggiuntive o di sottigliezze lessicali: è questo un modo per esprimere la vostra vocazione nella Chiesa.

C’è sempre il pericolo di smarrire questa consapevolezza del vostro essere Chiesa e del vostro essere nella Chiesa particolare, che per voi, è la nostra Chiesa pisana. Se così non fosse l’Azione Cattolica perderebbe la sua peculiarità e la sua identità più profonda e cioè quella di essere Chiesa e non soltanto una associazione di laici cattolici come tante ce ne sono.

Proprio questa specifica identità vi permette di avere come fine e come meta del vostro camminare con Cristo e con i fratelli, lo stesso fine e la stessa meta della Chiesa: la pienezza della santità e la straordinaria grandezza della carità come totale comunione d’amore con il Signore e con i fratelli.

Si tratta di una meta alta ed entusiasmante che non ci porta fuori del mondo, estraniandoci dal vivere, dal soffrire e dal gioire del prossimo, ma che bensì ci radica sempre più profondamente in questo nostro tempo nel quale la Provvidenza di Dio ci ha posti a vivere e a santificarci, animando cristianamente la nostra storia quotidiana.

L’essere nel mondo, non è una specie di condanna che il Signore ha pronunciato su di noi; è bensì l’espressione di un compito e di una missione che ci è stata affidata. Il Concilio Vaticano II in Gaudium et Spes (43) “esorta i cristiani di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo” (…) “Il distacco che si costata in molti tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo” (…) “Il cristiano che trascura i propri impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna”.

E dice ancora il Concilio in Lumen Gentium (31) : “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita, e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi spetta particolarmente di illuminare e di ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore”.

Tutto questo si traduce nell’interessarci concretamente della vita dei fratelli, delle questioni sociali, delle situazioni di marginalità, delle ingiustizie che rovinano il bene comune e di come, non da soli, ma insieme, da laici, sia possibile offrire il proprio contributo alla crescita comune.

  • Camminare insieme, con la Chiesa, nel mondo

Si tratta di un programma estremamente esigente e impegnativo, ma per il quale il Signore ci offre grazia e forza, se lo vogliamo. Il Papa nella Evangelii Gaudium ci mette in guardia da un pericolo che è reale per tutti: quello dello scoraggiamento e della perdita di fiducia. A volte, dice il Papa, “si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione sebbene preghino, una accentuazione dell’individualismo, una crisi di identità e un calo del fervore. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro”(78)

Sappiamo bene che la cultura corrente “trasmette una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa e un certo disincanto”(EG 79). Da qui deriva una specie di complesso di inferiorità che conduce a relativizzare e a nascondere la propria identità cristiana e le proprie convinzioni. Alla fine “non sono felici di quello che sono e di quello che fanno, non si sentono identificati con la missione evangelizzatrice, e questo indebolisce l’impegno. Finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono”(EG 79).

Le tentazioni degli operatoti pastorali di cui il Papa parla in EG dal 76 al 109, potrebbero anche essere le tentazioni di chi si impegna in Azione Cattolica. Ciascuno potrà confrontarsi con queste pagine. Insieme ai pericoli, il Papa indica pure le possibilità che vengono offerte per superare tentazioni e fragilità.

Ma c’è una osservazione con la quale desidero chiudere questo mio intervento ed applicarla alla nostra Azione Cattolica diocesana: una osservazione che riguarda nelle parole di Papa Francesco le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma che può essere applicata anche al vostro “ministero” associativo: “In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine”(EG 107). Vita, fervore ed entusiasmo per Cristo è ciò che ci chiede il Papa e lo chiede ad anziani e a giovani: “Gli anziani apportano la memoria e la saggezza dell’esperienza, che invita a non ripetere stupidamente gli stessi errori del passato. I giovani ci chiamano a risvegliare e accrescere la speranza, perché portano in sé le nuove tendenze dell’umanità e ci aprono al futuro, in modo che non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale”(108).

Anziani e giovani, insieme con Cristo, sempre giovane e con la Chiesa sempre capace, con Cristo, di offrire bellezza e gioia in ogni tempo. E’ l’augurio che faccio anche a voi Azione Cattolica di Pisa.