Per una umanizzazione integrale dell’assistenza:
la proposta cristiana.
San Cerbone – 27 maggio 2016
Papa Francesco, concludendo il discorso in occasione del conferimento del “Premio Carlo Magno” ricevuto in Vaticano lo scorso 6 maggio, diceva: “Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia”.
Si tratta di un testo estremamente denso di afflato interiore e di sensibilità spirituale prima ancora che di desiderio di condivisione umana e che senza citare elementi specifici delle verità teologiche cristiane – se non la parola fede usata una volta – in realtà traduce nei termini del linguaggio corrente la proposta antropologica cristiana in una prospettiva pienamente evangelica. In effetti, per parlare della vita dell’uomo e della società secondo la visione cristiana, a volte non è neppure necessario citare esplicitamente il Vangelo e la dottrina della Chiesa, perché solo un Vangelo che si fa vita e una dottrina teologica che si cala nella quotidianità è davvero capace di offrire impulsi nuovi alla vita del mondo e dare contenuti di senso ad un vuoto interiore che si manifesta sempre di più nella riduzione al minimo di ideali, valori e prospettive di vita autentiche.
Le parole del Papa non sono dunque solo una specie di “manifesto sociale” che accoglie le istanze di tanta parte dell’umanità e soprattutto dei più poveri e di quanti si trovano in difficoltà, ma è appunto una traduzione nello stile della vita di tutti i giorni di quanto proviene dall’insegnamento di Gesù che la Chiesa, ininterrottamente attraverso il tempo e le generazioni, propone a tutti. E non deve meravigliare che la citazione che vi ho riportato manifesti quello che il Papa chiama il suo “sogno” nei confronti dell’Europa, mentre ci stiamo occupando non dell’Europa, ma della Fondazione Casa Cardinale Maffi, perché sostituendo alla parola “Europa”, la denominazione della nostra fondazione, in realtà possiamo delineare quali possono e debbono essere le caratteristiche che rendono la nostra istituzione quella “Casa comune” che permette agli ospiti e alle loro famiglie, ai lavoratori, ai dirigenti e a tutti quelli che per i più diversi motivi entrano in relazione con la Fondazione, di toccare con mano la concretezza di una proposta di assistenza pienamente e integralmente umanizzata secondo la logica del Vangelo.
Per questo mio intervento vorrei dunque utilizzare alcune suggestioni che ci vengono dal discorso del Papa che ho citato. Il Papa ha ripetuto più volte che egli “sogna” una Europa ben diversa da quella che è. Io non amo molto la parola “sognare” perché i sogni, spesso, sono o proiezioni di paure o di desideri anche belli, ma irrealizzabili, che ci portiamo dentro. A me piace di più l’idea di un “disegno” o di un “progetto” che in qualche modo sta già scritto nel profondo della nostra stessa identità personale, familiare e comunitaria e che abbiamo bisogno di scoprire, riconoscere, fare nostro e che siamo chiamati a realizzare perché la nostra “gioia sia piena”, cioè perché possa realizzarsi in pienezza quel “disegno di salvezza” che da sempre Dio ha pensato per ciascuna persona e per l’umanità intera, così che ciascuno, non da solo, ma insieme al suo prossimo, giunga alla piena realizzazione di sé nel tempo e nell’eternità. Parlare di un disegno già presente che siamo chiamati a scoprire e a mettere in atto, non significa lasciarsi legare da un determinismo fatalistico in cui l’essere umano finisce per essere una specie di marionetta irresponsabile, bensì rendersi conto che solo nella accoglienza della nostra identità personale e sociale più profonda è possibile costruire stili di vita armonici e capaci di salvaguardare la dignità di ciascuno e la costruzione dell’autentico bene comune per tutti.
Sappiamo bene che la rivelazione cristiana pone al centro della sua proposta di vita il mistero di Cristo vero Dio e vero Uomo. Il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) al n. 22 afferma: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. (…) Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. (…) Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma associato al mistero pasquale, configurato alla morte di Cristo, andrà incontro alla risurrezione confortato dalla speranza. E ciò non vale solamente per i cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina. (…) Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime.”
Cristo è dunque, per il cristiano, il paradigma, grazie al quale è possibile verificare se il suo agire nel mondo si compie in pienezza, ed insieme, è l’esemplare perfetto che ci dice se il suo impegno di “umanizzazione” sta andando nella direzione giusta, secondo le parole dell’apostolo Paolo che indica agli Efesini la meta alla quale tendere: “l’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”(4,13). Non è dunque una visione riduttiva quella che anima il cristiano, bensì una prospettiva a pieno orizzonte e che nello stesso tempo non si contenta di guardare l’uomo nelle sue relazioni esterne, ma che cerca di non dimenticare mai che tutto nasce, si edifica e si esprime poi in azioni ed iniziative sociali, partendo dal profondo del cuore e da quelle relazioni interiori che si aprono all’assoluto e al soprannaturale e che determinano la qualità dello stile di vita che ciascuno assume nel suo quotidiano. “Dal cuore (dell’uomo), infatti, dice Gesù nel Vangelo, provengono propositi malvagi, omicidi, adulteri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie” (Mt 15,19) e si potrebbe aggiungere che è ancora dal cuore dell’uomo che escono le decisioni che poi si traducono in servizio, gratuità d’amore e dono di sé al prossimo.
Se dunque Cristo è l’unità di misura e l’esemplare dell’uomo perfetto e maturo e se è al centro della persona, al cuore di ogni persona, che bisogna guardare per capire in che modo svolgere in pienezza la missione che è affidata a ciascuno, non sarà mai possibile raggiungere una autentica umanizzazione della nostra professione assistenziale se non siamo disposti a metterci in discussione guardando alla totalità e alla complessità del nostro essere uomini e donne che in prima persona siamo chiamati a realizzare per noi e in noi la nostra piena conformazione a Cristo e ai suoi sentimenti per essere noi stessi, prima di tutto, persone mature.
In altre parole, per rendere sempre più ricco e completo il servizio che siamo chiamati a svolgere, c’è bisogno che la crescita integrale in umanità riguardi prima di tutto noi stessi. Infatti non si può dare ciò che non si ha, così come non è possibile proporre relazioni umanamente mature al prossimo se non partono da persone che si stanno seriamente impegnando a migliorare se stesse, tendendo con determinazione verso la realizzazione di sé secondo un disegno seriamente calibrato. Un disegno che nella cultura di oggi non è affatto scontato e che richiede punti di riferimento precisi, ben individuati e conosciuti.
Per non rimanere nel vago, accenno solo a qualche esempio che è sotto gli occhi di tutti. L’attività legislativa che è in essere attualmente è totalmente in balia di un pensiero culturale che esalta fino al parossismo la libertà individuale e quelli che vengono chiamati i diritti individuali, assai spesso non del tutto in linea nemmeno con la nostra Carta costituzionale o con la Carta dei Diritti dell’Uomo. Spesso, infatti, vengono scambiati per diritti quelli che sono solo desideri legati ad una pretesa realizzazione individuale che prescinde chiaramente dalle relazioni interpersonali e sociali. Ciò ha portato ad esempio, a decisioni assai discutibili e palesemente discriminatorie e ingiuste circa la famiglia a favore delle così dette “unioni civili” con l’apertura surrettizia alle adozioni gay e comunque alla mortificazione sempre più pesante verso la famiglia secondo il modello sancito dalla nostra Costituzione. Ciò è direttamente consequenziale all’idea che si fa sempre più strada, che cioè non si possono porre “argini” al sentire del singolo individuo. E’ ovvio che questo principio ci porterà assai presto ad affrontare insieme all’inizio vita – già minato alle sue radici con interpretazioni giudiziali che riscrivono sia pure a piccole dosi le leggi esistenti – anche il fine vita con nuove produzioni legislative consequenziali rispetto al principio ormai imperante del sentire soggettivo sganciato da ogni relazione interpersonale e sociale.
Se nel prossimo futuro ci troveremo anche nell’ambito socio sanitario assistenziale a dover fare i conti con legislazioni antiumane, già da ora, però, occorre essere chiaramente determinati nel difendere uno stile di assistenza che non si dimentica mai che qualunque sia lo stato di salute o la condizione psicologica o la consapevolezza della persona che noi assistiamo, questa, comunque e sempre è e rimane persona, con la stessa nativa dignità di chi sa difendersi da solo e che semmai, proprio perché deprivata di una serie di possibilità di affermazione autonoma di sé, nell’ottica cristiana, la persona in difficoltà, non solo interpreta e rappresenta al massimo grado la presenza di Cristo Gesù sofferente e crocifisso, ma anche sul piano umano è colui o colei che ha diritto a ricevere il massimo di attenzione e di servizio, proprio perché più debole, più fragile e quindi più bisognoso/a di aiuto.
Nel suo discorso sull’Europa il Papa parla di un “nuovo umanesimo” e di un “costante cammino di umanizzazione”. Di fatto, il Papa ritorna su un tema che aveva espresso anche a Firenze, rivolgendosi alla Chiesa italiana. In ambedue i casi il suo argomentare non si volge alla teoria, ma cerca di mettere in luce gli atteggiamenti pratici e lo stile di vita personale e sociale. E questo perché il Papa ritiene che più che soffermarci sulla teorizzazione di questo fatto, ci sia da esaminare e fare discernimento sugli atteggiamenti che rendono più “umano” il nostro vivere in un percorso che non può mai dirsi concluso. In questo itinerario, dice il Papa “servono memoria, coraggio, sana e umana utopia”.
Innanzi tutto serve avere “memoria”, cioè occorre ricordare, cioè riportare al cuore le nostre radici comuni, per non correre il rischio, non tanto di tagliare il ramo dell’albero sul quale siamo seduti, ma addirittura di far seccare l’albero stesso, cioè la nostra identità. Per la nostra Fondazione, fare memoria significa non solo non dimenticare mai il “grembo” nel quale la nostra istituzione è stata concepita – che è il grembo della Chiesa pisana -, ma operare ogni scelta alla luce del Vangelo che è la Carta fondativa della Casa della Carità voluta da Mons. Pietro Parducci. Fare memoria, poi, per un cristiano, non vuol dire solo ricordare qualcosa del passato e che è stato significativo per un cammino che ci ha condotti al presente; bensì è un modo per rendere vivo nella realtà odierna, con le motivazioni e i valori di riferimento, ciò che è avvenuto storicamente nel passato. Per noi cristiani, fare memoria, è compiere, in memoria di Cristo, ciò che Lui ha fatto nella sua vita terrena e in particolare nella sua Pasqua e che con la potenza dello Spirito è sempre possibile attualizzare in ogni tempo e in ogni generazione in modo tutto speciale nella celebrazione dell’Eucaristia.
Se il culmine del nostro fare memoria è l’Eucaristia, è anche vero che essa si radica in ogni azione personale e sociale quanto più facciamo nostri i sentimenti e gli atteggiamenti di Cristo. Detto in un altro modo: la nostra Fondazione è in grado di essere memoria attiva di una intuizione e di un carisma concesso dal Signore a Mons. Parducci, se oggi, pur essendo cambiate le modalità con cui la Fondazione opera e si esprime, continuiamo a lavorare con le stesse motivazioni di carità, con lo stesso spirito di accoglienza fraterna e di disponibilità generosa con cui questa istituzione è stata pensata e vissuta nelle sue origini e se questo avviene sia a livello personale sia a livello comunitario. Non sarebbe sufficiente solo uno sforzo personale dei singoli operatori, se non ci fosse anche un impegno a livello comunitario a far sì che le strutture operative e le necessarie innumerevoli scelte quotidiane siano fedeli ai valori della carità cristiana. In altre parole, la memoria di cui si parla corrisponde alla testimonianza che concretamente traduce nel nostro tempo ciò che era l’identità fondativa della Casa Cardinale Maffi.
In secondo luogo serve una grande dose di “coraggio”. Cioè la capacità di attingere dal cuore e dalle necessità dell’oggi la capacità di cogliere le esigenze nuove e le possibilità inedite che ci permettono di essere al passo con i tempi sempre nuovi che ci troviamo a vivere. Occorre infatti coraggio per non fermarci a ciò che abbiamo sempre fatto e che riteniamo di saper già fare per cercare vie nuove, modalità innovative, nonché strumenti che possano offrire risposte nuove ad esigenze nuove che vanno sorgendo. Ciò richiede la capacità di non fermarci a ciò che è già stato fatto e rifatto e magari di cui possiamo anche essere esperti; non richiede voli di fantasia, bensì la capacità di sapere leggere e interpretare le necessità emergenti per poter rispondere in maniera appropriata e innovativa. Per far questo serve soprattutto una attenzione ricca di amorevole compassione nei confronti delle nuove povertà e delle tendenze di fragilità che sono in atto nella società, sapendo cogliere con lungimiranza le potenzialità di cui siamo depositari, così che leggendo con intelligenza fragilità e potenzialità e magari facendoci aiutare da chi cerca e scruta professionalmente i dati sociali, siamo in grado di attrezzarci adeguatamente per affrontare le tante sfide che mi sembra di cogliere già presenti all’orizzonte di una società che con la sua cultura punta sempre di più sull’individualismo, ma che già da ora, sia pure forse senza consapevolezza, in realtà sta cercando proprio ciò che noi abbiamo ricevuto nel nostro bagaglio di cristiani: solidarietà, condivisione, gratuità, fraternità.
Comprendiamo allora perché il Papa abbia indicato tra ciò che serve a percorrere un costante cammino di umanizzazione anche una “sana e umana utopia”. In questo senso il termine utopia indica una meta alta che dia compimento all’anelito profondo di ogni persona e della intera società. In questo senso, utopia non è affatto una ideologia, cioè una proiezione esacerbata di forme di pensiero avulse da un umile e concreto riferimento alla persona, e che spesso portano a imprigionare la persona piuttosto che a liberarla, a farla ammalare piuttosto che a preservarne la salute, a impoverirla piuttosto che a farne sviluppare le più autentiche potenzialità. Potenzialità, doni e carismi che il cristiano conosce bene e che per riconoscerne l’autenticità, deve confrontare con gli atteggiamenti, i sentimenti e lo stile di Cristo uomo perfetto, modello e misura della piena maturità umana e cristiana. Maturità umana e cristiana non sono mai in opposizione l’una all’altra, ma anzi, si richiamano a vicenda perché non può esserci piena maturità cristiana se non c’è anche piena maturità umana, e questa rimarrebbe comunque parziale e incompiuta se non approda all’incontro con Cristo e all’accoglienza di Colui che dà forma piena e integrale all’essere umano: lo Spirito Santo, Spirito di verità e Spirito di amore.
Tutto questo fa parte della prospettiva identitaria della nostra Fondazione? Credo che tutto questo sia già presente non solo a livello teorico, ma anche a livello pratico nelle persone che lavorano nella Casa Cardinale Maffi. L’auspicio è che cresca sempre più la consapevolezza che l’amore, così come il Papa lo ha declinato parlando dell’Europa, non è mai una meta acquisita una volta per sempre, ma è il risultato di uno sforzo costante che ciascuno è chiamato a mettere in atto, mai da solo, ma in comunione e in alleanza con chi gli sta accanto, e che la misura alta di questo amore non è qualcosa che più si cerca, più si allontana, ma è un dono che abbiamo già ricevuto dal Signore e che attende che, fidandoci della grazia di Dio, gli permettiamo di entrare in azione perché si sviluppi tutta la sua potenza salvifica e fruttifichi frutti di salvezza che rimangano per la vita. La vita qui su questa terra e la pienezza della vita nel Regno dei cieli.
