il portale della Chiesa Pisana

Incontro con le Suore della Diocesi

Seminario Arcivescovile, 22 novembre 2015

Il tema che vi accompagna negli incontri di spiritualità e di formazione permanente durante questo anno pastorale è ovviamente quello della misericordia. Un tema che è in consonanza non solo con il Giubileo che ci apprestiamo a celebrare, ma anche con il nostro Piano Pastorale diocesano che in questo anno ci vuole aiutare a crescere come “Chiesa che si china sulle ferite dell’uomo”. Una chiesa che vuole diventare sempre più segno credibile di quel discepolato al quale Gesù ci chiama perché sappiamo riconoscerlo in quanti soffrono, hanno fame e sete, sono nudi e stranieri, sconsolati e tristi ed hanno bisogno di fratelli e di sorelle che siano pronti, come il buon samaritano, a fermarsi nel loro cammino per relazionarsi con loro e di loro prendersi cura con affetto fraterno.

Parlerete e mediterete sulla misericordia di Dio nei nostri confronti e sulle opere  di misericordia corporale e spirituale che siamo chiamati a compiere con generosa disponibilità.

Io desidero inserirmi in questa vostra riflessione a partire da alcuni passi del discorso che Papa Francesco ha rivolto il 10 novembre scorso ai Delegati del Convegno Ecclesiale Nazionale riuniti a Firenze in Santa Maria del Fiore, per cogliere in quale modo siamo chiamati ad esercitare la misericordia verso noi stessi, verso chi vive accanto a noi nella vita comunitaria e a cerchi sempre più ampi, verso chi condivide la nostra vita ecclesiale e sociale.

Il Papa ha ricordato che al centro della nostra riflessione non può che esserci la persona di Gesù; Gesù nella sua umanità che mostra in se stesso il volto del Padre suo invisibile e che ci vuole suoi imitatori. “Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo. E’ la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. E’ il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: “Voi chi dite che io sia?”.

Guardare a Gesù è un atto di grande coraggio. Spesso amiamo fermarci a guardare altri volti e a riferirci ad altri esempi che non potranno mai raggiungere la grandezza e la bellezza del volto di Cristo. Guardare a Gesù significa non avere paura di registrare la nostra personale difformità rispetto a Lui. A volte, per non sentirci troppo lontani dalla perfezione della carità alla quale siamo chiamati, finiamo per fermarci a considerare le difformità del nostro prossimo, sentendoci così in qualche modo “giustificati” nelle nostre inadempienze. E così rischiamo di non avere misericordia né nei nostri confronti né nei confronti del prossimo. Perché avere misericordia verso noi stessi significa riconoscerci imperfetti, sempre bisognosi di crescere nella imitazione del Signore; sempre inadempienti verso le esigenze di quella santità alla quale siamo stati chiamati e che abbiamo accettato di cercare responsabilmente accogliendo la chiamata alla fede e alla vita consacrata. Ed essere misericordiosi verso il prossimo significa avere la capacità di accoglierlo così come è, e non rifiutarlo quando ci accorgiamo che non risponde alle nostre aspettative e al nostro modo di intendere il disegno del Signore e la sua volontà su di noi.

Guardare a Cristo è crescere nella consapevolezza che ciò che ci fa grandi non è la nostra intelligenza o la nostra presunta capacità, bensì il fatto che il Signore ci ha “scelti, fatti santi e amati”, come scrive Paolo ai Colossesi (3,12), facendoci capaci di Lui, cioè in grado di accoglierlo nella nostra vita e di farlo essere il fondamento portante di tutta la nostra esistenza.

Guardare a Cristo è comprendere che anche noi siamo chiamati a “svuotarci” come Lui si è svuotato assumendo la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7) e che ci chiede di avere in noi stessi i sentimenti che furono in Lui: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”(Fil 2,5).

Nel suo discorso fiorentino il Papa enumera tre di questi sentimenti sui quali vogliamo confrontare la nostra vita personale, e la nostra vita comunitaria all’interno delle fraternità di appartenenza e in rapporto alla più larga comunità ecclesiale e sociale.

Il primo sentimento è l’umiltà. “Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”(Fil 2,3). E’ proprio vero che consideriamo gli altri superiori a noi stessi? O non succede piuttosto che spesso guardiamo agli  altri dall’alto in basso, più con l’atteggiamento della commiserazione che non con quello della valorizzazione di ogni briciola di bene che ciascuno possiede? Quante difficoltà sorgono nella vita comunitaria perché ad un certo punto si decide di chiudere l’audio nei confronti di chi ci sta accanto, al quale o alla quale anche se parlasse con le lingue degli angeli o compisse miracoli, di fatto gli chiudiamo ogni possibilità di relazione perché abbiamo deciso di ignorare quanto dice e quanto fa, anche se detto e fatto bene. E da questi atteggiamenti: quanta sofferenza nasce e prospera!

Spesso è più il tempo che consumiamo e la fatica che facciamo per preservare la nostra pretesa identità o la nostra autorealizzazione di quanto invece investiamo per la crescita nella santità  sia per quanto riguarda noi stessi, sia per quanto riguarda le nostre comunità.  Cerchiamo davvero la gloria di Dio o non piuttosto la nostra soddisfazione individuale?

Un secondo sentimento di Cristo, dice il Papa, è il disinteresse, secondo la parola dell’apostolo Paolo: “Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri”(Fil 2,4). Detto in altre parole, ciò che dovrebbe interessarci davvero è la felicità di chi ci sta accanto. Ed invece, quante volte, anche vivendo sotto lo stesso tetto, pregando nella stessa cappella, mangiando alla stessa tavola, alla fine, ciascuno pensa solo per se stesso! Chi davvero vuole vivere la santità cristiana non può essere autoreferenziale, cioè guardare solo a se stesso, pensando solo per sé. Chi pensa solo per sé è come chi comincia a girare su se stesso, con velocità sempre maggiore e che alla fine non può che sbandare travolgendo tutto e tutti in un vortice che distrugge. Cercare la felicità e il bene degli altri, significa essere sempre pronti ad uscire da noi stessi, a staccarci dal nostro io egoista per andare incontro al nostro prossimo con lo stile della condivisione amicale e con la gioia che nasce dal dono di se stessi.

Ma c’è anche un altro pericolo – e questo è ancora più sottile e infido – e che riguarda non solo la singola persona, ma la nostra stessa vita comunitaria, e cioè che mettiamo la nostra sicurezza nelle strutture che ci sono state consegnate dalla storia e che spesso diventano delle gabbie dalle quali non riusciamo più ad uscire, quasi fossimo stati condannati all’ergastolo. Quante comunità si trovano nella condizione stessa degli ergastolani, cioè dei condannati alla prigione a vita che cercano un po’ di libertà esclusivamente in quel piccolissimo spicchio di cielo che intravedono oltre le sbarre della propria cella! Quante strutture – edifici, opere, attività – rischiano di essere ormai per la Chiesa e per non poche istituzioni ecclesiali un ergastolo!  E solo perché non si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà del nostro tempo per poter capire che occorre cambiare metodi e stile di azione apostolica e non per cambiare il carisma del proprio istituto, bensì per rimanervi fedeli. L’ergastolo peggiore lo si ha quando abbiamo identificato il carisma fondazionale con alcune opere che tradizionalmente sono state portate avanti nel tempo di generazione in generazione, ma che di fatto, non sono più capaci di significare quella presenza salvifica di Cristo buon Samaritano che agli inizi della singola congregazione era evidente ed aveva entusiasmato il cuore di tanti e di tante che avevano donato la propria vita per realizzare quel modo di essere fedeli all’appello evangelico.

Le strutture, da se stesse, non possono offrire che una falsa protezione, così come le stesse regole della vita comunitaria, da sole, soprattutto quando scadono in abitudini consolidate, spesso finiscono per essere più un inciampo che non un sostegno se progressivamente si svuotano dal di dentro di quell’afflato dello Spirito Santo che le aveva ispirate. 

In altre parole, non basta una fedeltà formale alle regole e alle costituzioni della vita religiosa se invece di essere scala di Giacobbe verso l’incontro con Dio, diventano paletti che si intersecano e si stringono a formare una specie di inferriate che sembrano proteggere da intrusioni esterne, ma che di fatto non permettono neppure di aprirsi all’azione della grazia per immettere nel mondo la forza rinnovatrice del Vangelo. E a questo proposito, quanto equilibrio è necessario! Quanta saggezza viene richiesta soprattutto in chi ha la responsabilità di guidare una congregazione o un istituto religioso, per riuscire sempre a discernere ciò che è davvero strumento di perfezione da ciò che rischia di diventare impedimento alla testimonianza del Vangelo!

Un terzo sentimento di Cristo che il Papa ci propone è quello della beatitudine. “Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo”. Possiamo applicare questa espressione a noi stessi, a ciascun membro delle nostre comunità religiose, alle stesse comunità in quanto tali? O non è più facile vedere facce scontente, comunità nelle quali si vive con grande fatica il rapporto interno perché non ci si parla e non si comunica o addirittura in cui ci si coalizza gruppo contro gruppo, sprecando energie, serenità e la grazia del Signore? Quante volte succede che mentre negli incontri con la gente siamo pieni di attenzione e di cortesia, all’interno della comunità siamo solo bravi a farci dispetti o comunque ad ignorarci reciprocamente? Se siamo carenti di beatitudine vuol dire che c’è bisogno di cambiare qualcosa in noi stessi, prima di tutto, ma anche nello stile delle nostre relazioni interne. E’ possibile andare alla stessa mensa eucaristica, cibandoci dello stesso Corpo del Signore, se poi in realtà, siamo gli uni staccati dagli altri e con in più la pretesa di sentirci a posto quasi che il disagio e la difficoltà dipendesse sempre da chi ci sta accanto? Quante volte sappiamo chiederci perdono reciprocamente prima di andare all’altare per l’Eucarestia? O anche prima di sederci alla stessa tavola per prendere cibo insieme? Quante volte succede che la nostra gente semplice, umile, che non ha fatto studi teologici, che non ha fatto né noviziato né seminario è più capace di perdono di quanto non lo siamo noi all’interno delle nostre comunità cristiane e religiose?

A questo proposito diceva il Papa a Firenze: “Anche nella parte più umile della nostra gente c’è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile” (…) “Per essere beati, per gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: “Gustate e vedete com’è buono il Signore” (Sal 34,9).

La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo”: coltiviamo davvero la pazienza dell’attesa, fatta di laboriosità, di impegno e di sacrificio? A volte sembra che il sacrificio abbia dimora nelle nostre case; così pensa tanta gente guardando alla vita comunitaria nei conventi e nelle case religiose. Ma è proprio così? E’ più sacrificio piegarsi all’obbedienza religiosa in case in cui non manca niente, nemmeno il superfluo; dove non si è contenti finché ciascuno non ha i suoi strumenti di comunicazione – ultima generazione – che se anche non vengono passati dai superiori religiosi si trova sempre il mondo di farseli regalare da pie persone più o meno pressate dagli interessati, oppure c’è più sacrificio in certe famiglie nelle quali non si riesce più a pagare l’affitto o le bollette della luce e magari non si mandano più i figli a scuola semplicemente perché non si riesce più nemmeno a garantire la cena oltre il pranzo? Che cosa vuol dire sacrifico? Ma anche: che cosa vuol dire voto di povertà?

Dice ancora il Papa: “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione”. Al posto del termine chiesa possiamo mettere anche i termini comunità, congregazione, istituto religioso: il discorso non cambia. E aggiunge: “Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente”. Con queste parole, il Papa ci presenta una sfida che non possiamo eludere. Quella di saper riconoscere il Signore che è sempre presente nella storia e nella vita del mondo.

Sappiamo che è certezza di fede che la storia della salvezza è in perenne svolgimento e che non è cessata con l’ascensione del Signore Gesù al cielo. Di fatto, dopo l’Ascensione c’è stata la Pentecoste; e la Pentecoste è l’inaugurazione della presenza misteriosa ma reale dello Spirito Santo come guida della Chiesa e come Datore dei doni e dei carismi necessari perché la Chiesa possa svolgere la sua missione nel mondo e nella storia. Dio è sempre in azione nello scorrere del tempo e nel susseguirsi delle generazioni. Ma siamo capaci di accorgerci di questa presenza? Sappiamo riconoscerla e accoglierla? Forse tutti quanti abbiamo la nostra vista spirituale annebbiata dalle innumerevoli contraddizioni che ci opprimono e ci spaventano e che stendono come un velo di nebbia su tutto ciò che ci circonda. Per questo abbiamo bisogno di pulirci gli occhi e di rimuovere questa coltre di nebbia oscura. Abbiamo bisogno di ritrovare quello che è un genuino sguardo di fede che ci permetta di non correre quei due rischi o tentazioni che sempre il Papa ha elencato nel discorso di Firenze: la tentazione pelagiana e quella dello gnosticismo.

Sembrano parole per noi incomprensibili e lontane nel tempo, ricordo di antiche eresie. In realtà si tratta di “tentazioni” come le chiama il Papa assai vicine a noi, perché legate alla cultura del nostro tempo. 

Parlare di una tentazione pelagiana significa dire che il rischio che corriamo è quello di mettere la nostra “fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività”. In realtà si tratta di un atteggiamento che finisce per non dare più spazio all’azione dello Spirito Santo. Se contiamo infatti più su di noi che sulla forza della grazia di Dio, finiamo per cercare solo nel passato – in quelli che pensiamo essere stati tempi migliori dei presenti – il rimedio ai mali odierni, rifugiandoci in un “sogno” che non ritorna più. Non dobbiamo dimenticarci che il Signore è sempre con noi; ci accompagna; ci vuol bene e non abbandona mai la sua Chiesa, bensì la guida e la custodisce mediante il suo Santo Spirito che opera attraverso coloro che Egli ha posto a reggerla e a condurla verso la pienezza del Regno.

Anche nelle nostre comunità, quanto siamo capaci di affidarci di cuore all’azione provvidente del Padre? Quanto siamo docili all’azione dello Spirito Santo? Ben ricordando che affidarci a Dio non significa disinteressarci di collaborare con tutte le nostre forze all’azione della grazia, bensì mettere noi stessi e tutte le nostre capacità al servizio della volontà del Signore, come la vela di una nave che innalzata sull’albero della stessa viene gonfiata dal vento e porta la nave verso la sua meta. E tanto più il vento le fa acquistare velocità quanto più la vela è saldamente fissata all’albero dal quale pende. Ciò significa non stare mai sulla difensiva, a conservare quel poco che ci è rimasto, bensì vuol dire affrontare a testa alta e con il cuore semplice ed umile le sfide che ci vengono poste per offrire risposte che possano soddisfare le domande che sempre più prepotenti salgono dal cuore delle persone, ricordando quanto dice l’Apostolo Paolo: Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”(1Cor 9,22).

Seconda tentazione di cui parla il Papa è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento chiaro e lucido che rischia però di perdere il contatto con la realtà vera, cioè con quel mondo e quella storia con la quale dobbiamo confrontarci ogni giorno. Si soccombe a questa tentazione quando qualche idea spirituale o anche qualche esperienza interiore finisce per diventare un assoluto nel quale ci si rinchiude dando spazio e piena libertà al proprio soggettivismo. Questo può accadere anche nelle nostre comunità nelle quali, qualche volta, c’è chi corre dietro ad esperienze particolari che diventano onnicomprensive e fanno perdere il senso della realtà, cioè di quella ricchezza/povertà che è la vita nella quale il Signore ha posto la sua tenda, quando si è incarnato per la nostra salvezza. Una vera spiritualità non può risolversi in uno spiritualismo disincarnato, incapace di immettere la Parola che salva nella realtà della vita di tutti i giorni.

Potremmo allora domandarci: in che modo è possibile vincere queste tentazioni? In che modo possiamo mantenere la nostra vita consacrata nella realtà del nostro tempo, senza volare via in uno spiritualismo inconsistente e senza bloccarci nelle gabbie delle nostre strutture umane che impediscono allo Spirito di guidarci personalmente e comunitariamente verso la pienezza della verità?

Il Papa ci suggerisce di non cessare mai di guardare a quanto Gesù ci ha consegnato nel capitolo 25 di Matteo a proposito del giudizio finale: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare” oppure “avevo fame e non mi avete dato da mangiare”, con quello che segue. Le opere di misericordia corporale e spirituale, insieme alle beatitudini sono il modo concreto per vivere la vita cristiana e la consacrazione religiosa a livello di vera santità. Non solo, ma guardando a Gesù impariamo anche la concretezza di come si è chiamati a vivere la santità come “misura alta della vita ordinaria cristiana”: Gesù, mangia e beve con i peccatori; incontra di notte Nicodemo; si fa ungere i piedi da una donna discutibile nella sua professione; conversa con la samaritana e così via. In altre parole Gesù sta in tutte le situazioni  della vita dell’uomo e proprio lui ci insegna come anche noi possiamo stare nel modo giusto nelle situazioni della vita dei nostri fratelli, portando quel di più, quella ricchezza che dà pienezza di gioia e comunica in maniera suadente e serena l’entusiasmo e la spinta per camminare tutti insieme sulla via della santità che è pure misericordia ricevuta e donata.

A tutte voi e a ciascuna delle vostre comunità l’augurio cordiale di saper camminare su questa strada, mai da sole, ma sempre insieme, per essere capo-cordata per tanti fratelli e sorelle sulla via della perfetta carità.