La liturgia della Parola della solennità di Tutti i Santi, come abbiamo ascoltato dalla prima lettura (Ap 7,2-4.9-14), si apre con la visione dell’apostolo Giovanni che contempla la gloria di Dio davanti al quale c’è una “moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione e tribù, popolo e lingua”: una universalità di salvezza, di grazia, di santità che oggi la Chiesa ci invita a contemplare.
Contemplare la santità non significa soltanto stare a guardare verso il mistero di Dio e riconoscere quanto noi siamo difformi e lontani dall’assomigliare a questa ricchezza di grazia che ci viene presentata, quanto essere consapevoli che verso questa meta siamo tutti chiamati e resi capaci di raggiungerla proprio con la grazia che viene da Dio. Una santità che non è destinata a esprimersi solo nella gloria eterna di Dio, ma una santità che siamo chiamati a vivere quotidianamente nel mondo.
Il Concilio Vaticano II, raccogliendo una sensibilità che sempre più si è manifestata nella Chiesa in questi ultimi secoli, ha detto una cosa fondamentale e cioè che tutti i battezzati, nessuno escluso, è chiamato, siamo chiamati alla santità. Tutti abbiamo ricevuto da Dio quel dono di grazia che ci permette di rispondere concretamente ogni giorno all’appello che il Signore ci ha rivolto di essere simili a lui, santi, dice Gesù, come il Padre è Santo: “siate santi come io sono santo”.
Si tratta di un appello che risuonava già nell’Antico Testamento e che veniva letto dal popolo di Israele come separazione da tutto ciò che c’era nel mondo. Santità uguale separazione, singolarità, qualcosa cioè di non comune a tutti.
L’immagine e l’indirizzo che il Signore Gesù ci dà è in un’altra direzione: santità come capacità di accogliere un dono di grazia che il Signore ci ha già fatto nel giorno del nostro battesimo, che viene arricchito con la vita sacramentale, intensificato nell’ascolto della parola di Dio; che viene esercitato attraverso la carità perché questa santità possa innervare, sostenere dal di dentro, la vita del mondo. Quindi non una santità separata dal mondo.
Certamente la santità non è adeguamento al mondo; ricordiamo infatti le parole di Gesù “voi siete nel mondo ma non siete del mondo”. Quindi una santità che non è adeguamento al minimo; una santità che è relazione costante con la grazia di Dio perché questa grazia che ci è donata possa animare dal di dentro la vita di tutti. La nostra vita personale e comunitaria, la vita del mondo.
In fondo al cristiano è affidato questo compito: far sì che le cose di questo mondo possano essere animate dalla santità, cioè possano assomigliare sempre di più a quel mistero di amore che Dio vuole si realizzi nel cuore e nella vita di ogni persona. Far sì che l’amore di Dio non sia una faccenda solo di qualcuno, per i migliori, per i più bravi, per i più buoni, ma sia dono di salvezza per tutti. Ecco il significato di questa grande moltitudine, immensa moltitudine di ogni nazione e tribù, popolo e lingua. Una santità che si estende a tutti; una santità che deve animare tutti, che deve rendere capaci tutti di glorificare il Signore.
In questo senso c’è dunque un cammino da fare; ce lo diceva il salmo responsoriale. E’ un cammino faticoso: c’è da salite il monte del Signore, e il monte del Signore non è soltanto il monte della trasfigurazione, ma anche il monte della croce. Salire il monte significa metterci in questo impegno di crescita che non si deve fermare mai. “Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo”, chi può arrivare alla santità? Tutti, nessuno escluso.
Abbiamo avuto un esempio di questa santità diffusa nel mondo anche attraverso la beatificazione, qualche settimana fa ad Assisi, di Carlo Acutis, un ragazzo di 15 anni. Aveva capito una cosa fondamentale: che Dio stava al centro di tutto, che per essere felici bisogna vivere in comunione di amore con il Signore e che questa comunione di amore col Signore si traduce nella concretezza della vita di tutti i giorni, nelle relazioni col prossimo, nella semplicità, nella cordialità, nel fare tutto per amore, nel fare tutto nel nome del Signore.
Sapendo di essere tutti figli di Dio, possiamo così scoprire qualcosa in più, quella relazione ancora più profonda che si disvelerà per noi quando vedremo Dio faccia a faccia e lo contempleremo così come Egli è.
Ma per arrivare al traguardo a cui sono arrivati i santi, cioè tutte le persone buone che veramente hanno amato Dio e hanno accolto il suo amore, c’è bisogno di vivere quotidianamente secondo lo stile che Gesù ci ha presentato nel testo evangelico delle Beatitudini. Non è facile. Il mondo sta andando in direzione diversa rispetto alle Beatitudini. Gli pseudo valori che oggi guidano tante nostre scelte, se facciamo un serio esame di coscienza e della situazione di vita del mondo della cultura di oggi, vanno in direzioni diverse rispetto alle Beatitudini che abbiamo ascoltato.
“Povertà in spirito” è il fidarsi di Dio, il non essere pieni soltanto di noi stessi, e rendersi conto che la nostra forza, le nostre capacità sono talmente fragili che basta un virus come quello che stiamo vivendo in questo periodo, perché tutto si frantumi.
La potenza della scienza e delle conquiste tecnologiche, sono cose belle, ma non sono tutto; non sono ciò che permette all’uomo di essere un superuomo; è l’amore che permette all’uomo di superare se stesso, cioè di superare il proprio egoismo e rendersi pienamente aperto all’azione della grazia di Dio.
Per cui sappiamo bene che anche quando c’è da attraversare momenti di difficoltà c’è una consolazione che non è di questo mondo. Non sono parole che ci scambiamo gli uni gli altri, illudendoci magari di darci forza. E’ la consolazione di Dio, cioè la piena consapevolezza che Dio non ci abbandona, non ci lascia, perché è colui che ci accompagna. E così pure la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore, l’impegno in un servizio di pace e di carità verso tutti, la disponibilità a prenderci sulle spalle la nostra croce o quelle che altri ci mettono sulle spalle per portarle insieme al Signore Gesù.
Alla fine del testo delle beatitudini di Matteo si dice: “beati voi – è una espressione che si rivolge a ciascuno personalmente – quando vi insulteranno vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. E conclude: “rallegratevi ed esultate”, perché c’è una ricompensa, un punto di arrivo, che è la pienezza della gloria di Dio nel cielo.
Credo che abbiamo bisogno di questa consapevolezza non soltanto nelle vicende di pandemia che stiamo attraversando, ma anche per i tanti atti di violenza che anche in questi giorni hanno insanguinato la vita di non poche comunità nel mondo.
Come si vince il male? Coi proclami, con norme più severe? Può anche essere. Il male si vince però solo col bene; non c’è altra arma per vincere il male che c’è nel mondo. E il bene è dono che abbiamo già ricevuto; il bene è già ricchezza che è a nostra disposizione: l’amore che siamo chiamati a donare a tutti.
Chiediamo l’intercessione di tutti i Santi e prima di tutto della Vergine Maria Madre di tutti i Santi, Madre di Gesù che è il santo per eccellenza, perché i Santi, i nostri Patroni, ci accompagnino nel cammino, e guardando a loro anche noi possiamo acquisire sempre più la fiducia che dove sono arrivati loro possiamo giungere anche noi.
La santità che loro hanno ricevuto e trafficato efficacemente è dono e ricchezza che anche noi possiamo inserire nella vita di ogni giorno, dando sapore nuovo alla nostra esistenza. (da registrazione)
