a compimento del percorso condiviso dall’ottobre 2017 al maggio 2018
sulla vita e la condizione del clero diocesano
“Un nuovo Esodo?”
Seminario. 31 maggio 2018
- Il cammino di un anno intero
Su indicazione del Consiglio Presbiterale, l’ Assemblea del Clero del 26 ottobre 2017 fu dedicata a riflettere sulla vita e sulla condizione del clero diocesano, in una forma inedita e unanimemente apprezzata, perché rispondente ad un bisogno sentito da gran parte dei presbiteri diocesani.
L’Assemblea fu preparata, insieme all’arcivescovo, da un gruppo di cinque presbiteri – membri del Consiglio Presbiterale – che introdussero il tema riguardante la vita del presbitero e del presbiterio secondo alcune sfaccettature che, comunicate previamente a tutti i sacerdoti, permisero un dibattito estremamente pertinente e ricco di sollecitazioni.
In seguito, il resoconto di quanto emerso nell’Assemblea divenne oggetto di riflessione per la riunione dei Vicari Foranei del 6 novembre 2017, del Consiglio Presbiterale del 23 novembre 2017, nonché del Consiglio Pastorale diocesano del 15 dicembre 2017. Lo stesso tema, in rapporto alla vita dei Religiosi, fu affrontato anche nell’incontro del CISM diocesano del 12 dicembre 2017. Sempre in questa prospettiva si è collocato il quarto incontro del percorso di Aggiornamento e Formazione permanente del Clero con il Seminario sulla Sinodalità del 1 febbraio 2018.
Ai Vicari Foranei era stato raccomandato di utilizzare nelle riunioni presbiterali vicariali il Sussidio elaborato dalla CEI intitolato “Lievito di fraternità”in modo da facilitare una ulteriore riflessione in gruppi più piccoli ed estesi a tutto il territorio diocesano.
Infine, l’arcivescovo ha guidato, sempre sullo stesso tema, una riunione dei presbiteri in ogni Vicariato, per Pisa Nord Est a Campo il 20 febbraio; per Pisa Nord Ovest in Seminario il 19 marzo; per il Piano di Pisa a San Lorenzo alle Corti il 22 marzo; per il Lungomonte-Pontedera all’Oasi Mariana di Calcinaia l’11 aprile; per le Colline Pisane a Collesalvetti il 12 aprile; per la Versilia alla Rocca di Pietrasanta il 13 aprile; per Pisa Sud a S. Ermete il 17 aprile; per il Barghigiano a Barga il 3 maggio; per la Valdiserchio a S. Frediano di Vecchiano il 9 maggio.
In ciascuno di questi incontri ho provveduto a prendere nota dei singoli interventi e di quanto suggerito, consigliato o richiesto dai presbiteri e diaconi permanenti intervenuti. In tutto sono stati registrati circa 150 contributi senza considerare quanto espresso nei Gruppi di studio svoltisi durante il Seminario sulla Sinodalità in occasione dell’Aggiornamento del Clero.
A questo punto, è ovvio che quanto andrò evidenziando non è farina del mio sacco, bensì spero che possa essere fedele espressione del sentire comune del nostro presbiterio, dei diaconi permanenti e di una qualificata rappresentanza del laicato che fa parte del Consiglio Pastorale diocesano.
Tenendo conto della impostazione data alla Assemblea di ottobre 2017 credo sia opportuno mantenere la ripartizione tematica espressa in quella occasione solo per rendere più facile l’utilizzo del materiale raccolto. Infatti, non sono stati pochi gli interventi che hanno chiesto che su singoli aspetti messi a fuoco, ci si ritorni in altra occasione per non rischiare di affrontarli superficialmente.
Per fare memoria dei cinque interventi che dettero avvio alla riflessione di tutto il presbiterio, ritengo opportuno ricordare rapidamente che nell’intervento di Mons. Franco Cancelli si insisteva sulla importanza della riflessione circa il nostro essere preti che incide sulla qualità della nostra vita di uomini oltre che di sacerdoti. Aggiungeva che sarebbe stato importante investire i vicariati di una ulteriore riflessione perché scaturissero proposte per aiutarci reciprocamente, così che nessuno avesse a sentirsi solo o ad essere lasciato solo nelle difficoltà del suo vivere e del suo operare.
A sua volta Don Tiziano Minnucci esortava ad approfittare della occasione che ci veniva offerta, e cioè che al centro dell’attenzione della assemblea eravamo noi stessi. Occorreva dunque fermarci su realtà concrete per crescere nella comunione in un tempo di grandi trasformazioni, cercando soluzioni diverse dalle modalità usate da sempre, per avviare un “processo” e giungere a nuovi comportamenti e a nuove prassi operative. Aggiungeva che era forte in tutti il bisogno di una maggiore comunione e si domandava che cosa era possibile fare in senso positivo per crescere in questa dimensione.
Don Carlo Campinotti aveva insistito sulla necessità di un cambiamento di mentalità, perché se abbiamo sempre cercato di garantire i servizi pastorali nelle modalità tradizionali, oggi c’è sicuramente bisogno di cambiare. Questo è possibile, valorizzando maggiormente i laici, perché sono molti i servizi che possono essere svolti dai laici, con l’attenzione che questi servizi siano a tempo determinato. Questo per impedire che i laici si sentano come ingabbiati una volta che hanno iniziato a svolgere un compito ecclesiale, in modo che non siano sempre le solite persone a dover fare tutto. Non è impossibile che siano i laici a prendersi cura della propria chiesa sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista della organizzazione di alcuni momenti di preghiera. In questa ottica è indispensabile favorire la crescita delle Unità Pastorali: se queste si risolvono solo in un accorpamento di parrocchie, non funzionano; se invece, progressivamente, creano integrazione tra comunità diverse, possono esprimersi in maniera vitale. Per questo occorre aiutare i laici ad entrare in questa mentalità, anche attraverso un invito pressante del vescovo. Ciò che occorre è che ci sia collaborazione vera tra le varie ministerialità anche se non va dimenticato che il cammino deve procedere con ponderazione e calma, ma nella direzione giusta.
Don Roberto Canale, responsabile del diaconato permanente in diocesi, metteva in evidenza l’importanza di non sottovalutare l‘opportunità del diaconato permanente per la nostra Chiesa, ricordando che il diacono non è una sostituzione del presbitero, ed è una risorsa preziosa se il diaconato viene vissuto in una chiesa più missionaria e più coraggiosa (Cfr E.G). Aggiungeva ancora che circa la vocazione diaconale è necessario che il primo discernimento venga fatto in parrocchia, così come è necessaria una attenzione particolare per il servizio che ciascun diacono è chiamato ad offrire nella Chiesa particolare.
Infine il Rettore del Seminario, Don Francesco Bachi, metteva in evidenza che con la nuova Ratio per la formazione dei presbiteri c’è bisogno di un maggiore investimento di forze per la prevista più ampia gamma del percorso formativo e dei tempi di formazione (cfr. anno propedeutico, percorso di formazione, tempo del diaconato). Ricordava poi che occorre stimolare una maggiore attenzione alla pastorale vocazionale, tenendo conto che ogni azione pastorale non può non essere vocazionale nel senso più ampio della parola, così come c’è bisogno di una maggiore attenzione alla direzione spirituale e alle possibili proposte di discernimento vocazionale specifico.
- “Un nuovo Esodo”
Sulla base di questi interventi, come già accennato, si è sviluppata una abbondante riflessione che ha delineato uno scenario e una necessità che potremmo sintetizzare con una espressione utilizzata da Papa Francesco lo scorso 14 maggio nella Basilica di San Giovanni in Laterano in occasione del suo incontro con la diocesi di Roma. L’espressione è :“ un nuovo Esodo”.
Con un linguaggio immaginifico il Papa ha detto tra l’altro alla sua diocesi di Roma, riprendendo le suggestioni che provengono dal libro dell’Esodo: “Ci siamo accontentati di quello che avevamo: noi stessi e le nostre “pentole”. Noi stessi: e qui c’è il grande tema della “ipertrofia dell’individuo”, dell’io che non riesce a diventare persona, a vivere di relazioni, e che crede che il rapporto con gli altri non gli sia necessario; e le nostre “pentole”: cioè i nostri gruppi, le nostre piccole appartenenze, che si sono rivelate alla fine autoreferenziali, non aperte alla vita intera. Ci siamo ripiegati su preoccupazioni di ordinaria amministrazione, di sopravvivenza. (…) Per uscire, abbiamo bisogno della chiamata di Dio e della presenza/compagnia del nostro prossimo. Occorre ascoltare senza timore la nostra sete di Dio e il grido che sale dalla nostra gente, cercando di capire in che senso questo grido esprime un bisogno di salvezza, cioè di Dio. (…) Occorrerà ascoltare il grido del popolo, come Mosè fu esortato a fare: sapendo così interpretare alla luce della Parola di Dio, i fenomeni sociali e culturali nei quali si è immersi. Cioè imparando a discernere dove Lui è già presente, in forme molto ordinarie di santità e di comunione con Lui: incontrando e accompagnandovi sempre più con gente che già sta vivendo il Vangelo e l’amicizia con il Signore. Gente che magari non fa catechismo, eppure ha saputo dare un senso di fede e di speranza alle esperienze elementari della vita; che ha già fatto diventare significato della sua esistenza il Signore; e proprio dentro quei problemi, quegli ambienti e quelle situazioni dalle quali la nostra pastorale ordinaria resta normalmente lontana”.
Qui il Papa ha fatto riferimento alle due levatrici degli ebrei Pua e Sifra che si rifiutarono di eseguire l’ordine del faraone di uccidere, ancora sulle due pietre per il parto, i bambini maschi degli ebrei. “Per fare questo occorrerà che le nostre comunità diventino capaci di generare un popolo – questo è importante, non dimenticatelo: Chiesa con popolo, non Chiesa senza popolo – cioè capaci di offrire e generare relazioni nelle quali la nostra gente possa sentirsi conosciuta, riconosciuta, accolta, benvoluta, insomma: parte non anonima di un tutto. Un popolo in cui si sperimenta una qualità di rapporti che è già l’inizio di una Terra Promessa, di un’opera che il Signore sta facendo per noi e con noi. (…) Se la guida di una comunità cristiana è compito specifico del ministro ordinato, cioè del parroco, la cura pastorale è incardinata nel battesimo, fiorisce dalla fraternità e non è compito solo del parroco o dei sacerdoti, ma di tutti i battezzati. Questa cura diffusa e moltiplicata delle relazioni potrà innervare una rivoluzione della tenerezza, che sarà arricchita dalle sensibilità, dagli sguardi, dalle storie di molti. (…) Bisogna guardare a questo popolo e non a noi stessi, lasciarci interpellare e scomodare. Questo produrrà certamente qualcosa di nuovo, di inedito e di voluto dal Signore. C’è un passaggio previo di riconciliazione e di consapevolezza che la nostra chiesa deve compiere per essere fedele a questa sua chiamata: e cioè riconciliarsi e riprendere uno sguardo veramente pastorale – attento, premuroso, benevolo, coinvolto – sia verso se stessa e la sua storia, sia verso il popolo alla quale è mandata”.
Anche per noi, penso, che ci sia la necessità di “un nuovo Esodo”, cioè di uscire da un modo abituale di leggere il nostro compito pastorale per rispondere in maniera nuova alle necessità che il nostro contesto sociale ed ecclesiale ci presenta.
2/1. Ministri ordinati, membri e padri del Popolo di Dio
Raccolgo dalle suggestioni offerteci dal Papa alcune indicazioni previe. La prima è che non possiamo pensare a noi stessi, come ministri ordinati, fermandoci a considerare solo la nostra individualità, bensì dobbiamo leggere noi stessi all’interno di questo popolo di Dio, di cui parla il Papa e del quale noi stessi siamo parte essenziale, insieme con tutti gli altri membri.
Si tratta di una consapevolezza che ha sempre bisogno di essere rinverdita e approfondita. Pur sapendo bene di essere membri del popolo di Dio, anche se in funzione di guide, qualche volta non riusciamo a manifestarci come veri compagni di viaggio per tutta la nostra gente e finiamo per adattarci ad una funzionalità che non si coinvolge in quella “rivoluzione della tenerezza” di cui parla il Papa. Diversi interventi hanno sottolineato il nostro essere “preti per la gente e quindi per l’azione pastorale”; che “al centro della nostra attenzione devono esserci le persone, favorendo momenti in cui dare spazio al confronto sulla storia di ciascuno”; che c’è “bisogno di vicinanza umana alle persone ferite” che “c’è ricerca di sostegno, consolazione e forza, più che di una dottrina, mettendoci al fianco delle persone con fraternità e umanità quale gradino per avviare anche un cammino di fede”. Il valore irrinunciabile è quello della “relazione interpersonale”.
Leggere il nostro essere ministri ordinati all’interno del popolo di Dio, significa non dimenticare mai quella “carità pastorale” che è poi elemento indispensabile per la nostra crescita nella santità, quale filo conduttore che dà senso e unitarietà alla nostra vita quotidiana. Molti interventi hanno messo in luce il pericolo della frammentarietà e quindi la fatica di vivere in maniera non disgregata il nostro impegno ministeriale. Il termine “fatica” se da una parte è spia di situazioni difficili, sia per la vita personale del prete che nel suo rapporto con i confratelli e con la gente, dall’altra parte dice anche che non si sta volando nella fantasia che idealizza e snatura la concretezza della vita personale e comunitaria. Spesso anche il Papa dice che c’è una “fatica sana” ed è quella di chi con grande impegno mette in gioco se stesso con generosità e si affatica per l’annuncio del Vangelo, ma una fatica è sana quando sa riconoscere che dopo avere fatto tutto quello che si doveva fare, sappiamo anche dire: “siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. A quel punto, come dice il salmo 131 si può davvero riposare: “Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me. Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia. Israele attende il Signore, da ora e per sempre”.
Leggere noi stessi all’interno del popolo di Dio, significa leggerci come membri di una famiglia nella quale abbiamo il dono e la responsabilità di esserne padri. E sentirci in famiglia, significa non sentirci soli e non vivere da “zitelloni”. In diversi hanno detto che “a volte cerchiamo un consenso che Gesù non ha mai cercato” anche se “c’è sempre bisogno di attenzione al ruolo che il prete volente o no riveste ancora nel contesto sociale”. Anche qui non si può prescindere dalla capacità di entrare in relazione con tutti attraverso la disponibilità all’ascolto.
2/2. Ascoltare il grido del popolo
“Occorre camminare tutti insieme, tenendo conto del passo di ciascuno, cercando di dare ordine nelle cose da fare e mantenendo aperta e viva la nostra relazione con la gente nei cambiamenti in atto”. Il libro dell’Esodo ci dice che Dio ascoltò il grido del suo popolo. Anche noi siamo chiamati ad ascoltare il grido della gente del nostro tempo insieme a ciò che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa, anche attraverso questo stesso grido, letto in parallelo con quanto la Parola di Dio da sempre ci sta comunicando.
In altre parole c’è bisogno di ascoltare con grande attenzione e con sempre più profonda capacità di discernimento la realtà nella quale siamo immersi, ben sapendo che la storia, anche quella più intrigata e disconnessa è pur sempre l’ambito nel quale il Signore compie oggi la sua opera di salvezza. Ciò significa che non possiamo pensare che oggi sia possibile difenderci dal mondo alzando recinti o isolandoci in luoghi caldi e accoglienti, bensì radicandoci sempre più saldamente nel Signore, “affidati alla grazia della sua Parola”, per testimoniare la potenza della sua Pasqua di morte e risurrezione.
Leggere alla luce della Parola la realtà nella quale viviamo, non è fare sociologismo a buon mercato, bensì è comprendere per quanto possibile non solo quali sono gli ostacoli all’annuncio del Vangelo o alla vita della Chiesa, bensì cogliere i punti di forza sui quali far leva per una rinnovata proposta evangelica, ricordando – e ce lo ha detto con forza la solennità della Pentecoste – che lo Spirito Santo soffia come e dove vuole e che come si effuse sugli apostoli, si effuse pure su alcuni pagani che ancora non avevano ricevuto il battesimo.
Come diversi confratelli hanno detto, è ovvio che non possiamo fermarci alle diagnosi, senza poi formulare anche una prognosi e strutturare una terapia, ma il punto di partenza non può non essere che una seria e approfondita conoscenza della realtà nella quale siamo chiamati ad operare, altrimenti corriamo il rischio di fermarci a ripetere ciò che è sempre stato fatto, pur consapevoli della inadeguatezza di certi medicamenti che non riescono più ad incidere sulle malattie del tempo presente.
- La nostra vita di preti : la cura di noi stessi
“E’ necessario avere del tempo da dedicare a se stessi e darsi un ordine per una attenzione alla vita quotidiana anche per quanto riguarda la propria salute”. Si tratta di una osservazione per niente scontata che se non deve diventare una specie di alibi per il disimpegno in nome delle proprie vere o presunte malattie, non può nemmeno essere disattesa con il rischio di una trascuratezza che a volte porta a situazioni personali invalidanti per la superficialità con la quale sono state trattate situazioni di fragilità nella salute.
A proposito della salute dei preti, c’è da ricordare l’opera attenta e premurosa svolta da don Piero Malvaldi, Responsabile della Associazione Diocesana del Clero, al quale va il nostro cordiale ringraziamento. C’è però da raccomandare una più concreta partecipazione a questa cura fraterna da parte dei preti nei singoli vicariati perché il Responsabile diocesano non venga lasciato solo in questo suo impegno. Qualcuno ha richiamato la responsabilità del vescovo e della diocesi nei confronti dei preti anziani e ammalati ipotizzando forme di accoglienza, come una Casa del Clero, che non siamo assolutamente nella condizione non solo di poter realizzare, ma soprattutto di poter mantenere e gestire economicamente. Credo però di poter affermare che nessuno è mai stato abbandonato a se stesso nella sua malattia o infermità e comunque nessuna soluzione assistenziale è stata mai adottata senza il consenso e tanto meno contro la volontà dell’interessato.
Se il discorso vale per la salute fisica, non meno vale per la salute spirituale. Non sono state poche le osservazioni riguardo alla trascuratezza con la quale si vive la propria vita spirituale: la trascuratezza della preghiera spesso è frutto della saltuarietà con la quale si prega con la Liturgia delle Ore, della insignificanza della devozione mariana con l’abbandono del Rosario, della episodicità della meditazione prolungata della Parola di Dio o dell’adorazione eucaristica, spesso, tutto questo, in nome delle cose da fare. Qualche volta affiora una “pigrizia spirituale per la quale non si partecipa ai momenti spirituali comuni proposti dalla diocesi attraverso i ritiri e gli esercizi spirituali annuali” che hanno un “valore tutto particolare quando vi si partecipa insieme”.
A proposito di ritiri e di esercizi spirituali, c’è da osservare, che sia agli uni che agli altri, la partecipazione non è stata corale da parte di tutti i preti. Ai ritiri, – a parte gli anziani e gli ammalati che non possono parteciparvi, di solito mancano sempre gli stessi preti, così come agli esercizi spirituali, che salvo in un caso hanno sempre avuto guide valide e ben preparate, – partecipa una minima parte del clero diocesano, che coincide soprattutto con il gruppo dei preti più giovani che ho sempre esortato a partecipare insieme proprio per alimentare, anche con questa partecipazione, lo spirito di fraternità e di amicizia.
Qualcuno ha proposto momenti di lectio divina da fare insieme in piccoli gruppi di preti. Una esperienza che da anni è in atto si ha attraverso i Cenacoli della Unione Apostolica del Clero (UAC), ma che potrebbe trovare anche modalità nuove nei singoli vicariati con la proposta fatta dal Vicario Foraneo o dal Presbitero membro del Consiglio presbiterale. Perché non pensare ad una mattinata in cui si fa la lectio della Liturgia della Parola della domenica successiva e ci si trova poi insieme intorno alla stessa tavola, possibilmente nella casa di uno dei sacerdoti che partecipano? Qualcuno ha osservato che “mentre in qualche vicariato le case dei preti sono aperte agli altri preti, in altri vicariati, queste non si aprono nemmeno per offrire un caffè in occasione magari di celebrazioni fatte insieme”.
- La comunione presbiterale
Anche solo l’accoglienza tra confratelli nelle proprie canoniche è un segno evidente di comunione presbiterale che si apre all’amicizia. Ma la comunione di cui molti hanno lamentato una evidente mancanza è soprattutto quella relativa alla condivisione pastorale, per cui, ad esempio, non si condividono le scelte che come diocesi abbiamo assunto nella preparazione ai sacramenti. “A volte, tra preti, manca la concordia e l’unità nella prassi pastorale e non di dà segno di serietà” così che molti finiscono per fare a modo proprio senza tenere conto di una prassi che è stata dettata per tutti dalle Note Pastorali pubblicate in questi anni e che sono state condivise nella loro formulazione, a tutti i livelli, negli organismi di partecipazione ecclesiale.
La conseguenza è che la gente divide i preti in buoni e cattivi: i buoni sarebbero quelli che permettono tutto anche secondo i capricci delle persone e i cattivi sono quelli che cercano di fare capire alle persone che certe richieste non sono in linea con quei percorsi di crescita cristiana che tutti siamo chiamati almeno a tentare di realizzare per una vera sinergia ecclesiale. Da qui nascono le fughe da una parrocchia all’altra alla ricerca degli “sconti e delle liquidazioni di fine stagione”, con una perdita di credibilità che alla fine coinvolge tutti, nessuno escluso. Per questo si è invocata una vera e propria “disciplina come assunzione di responsabilità”, dando spazio alla “relazione pastorale tra preti” per cui soprattutto nei casi più complicati non ci si può non consultare e parlare reciprocamente. Uguale attenzione viene richiesta nei “rapporti tra preti più giovani e preti più anziani”, chiedendo sempre più che “si lavori insieme” ed “offrendo agli anziani la possibilità di lavorare secondo le proprie energie e possibilità” che con il passare del tempo scemano sempre più. Si auspica una maggiore interazione tra preti: “imparare a confrontarci può essere un aiuto grande per tutti”, anche per superare certe “solitudini che non trovano il clima di amicizia che si desidererebbe”. Ciò è possibile se ciascuno mostra verso gli altri “bontà, rispetto e comprensione”. Comunque, “un rapporto più profondo e continuato con Gesù” permetterebbe al “modello del buon Pastore che il Signore ci propone, di calarsi in atteggiamenti concreti: questo aiuterebbe molto l’unità fra presbiteri”. Infatti, “se non c’è vita di amicizia e di relazione di vicinanza tra preti non ci è possibile essere buoni testimoni”. Da non dimenticare che “il confronto tra il nostro essere e il nostro vivere ha il suo fulcro nell’Eucaristia che celebriamo”.
Una proposta per far crescere il senso di comunione fraterna è che nei vicariati vengano curate meglio le riunioni tra presbiteri: non possono svolgersi all’insegna della fretta e solo per decidere scelte o strategie di azione. C’è bisogno che da parte dei Vicari Foranei si dia prima di tutto spazio ad un minimo di condivisione sulla Parola di Dio, perché è sempre la Parola del Signore che ci permette una lettura più vera del nostro essere e del nostro agire. Non sarebbe opportuno che la Commissione del Consiglio presbiterale che dà indicazioni per i Ritiri del Clero e per l’Aggiornamento, offrisse anche una serie di testi biblici sui quali fare un tempo di lectio divina per dare inizio alle riunioni dei presbiteri nei Vicariati?
Ugualmente è stato proposto che l’arcivescovo possa essere ancora più presente nelle riunioni di vicariato, magari con un paio di passaggi ogni anno, oltre le assemblee pastorali di vicariato all’inizio dell’anno e l’incontro, sempre di vicariato, con i cresimati e cresimandi.
- Il rapporto con gli altri membri del popolo di Dio: religiosi, diaconi e fedeli laici
E’ proprio su queste tematiche che soprattutto si sono soffermati gli interventi dei sacerdoti. Se da parte dei religiosi mi è parso, in qualche caso, di dover cogliere la fatica a leggere concretamente la propria presenza nella vita della chiesa diocesana in un orizzonte a 360 gradi, a causa di concomitanti impegni all’interno del proprio Ordine o Congregazione, per cui diventano necessarie delle scelte, dall’altra parte è stato però affermato che non è assolutamente possibile, da parte dei religiosi, pensarsi presbiteri se non in relazione e all’interno del presbiterio diocesano che fa riferimento necessario allo stesso vescovo. Ciò significa che da parte dei religiosi, se non viene ovviamente rifiutato un aiuto specie in caso di necessità straordinarie (celebrazioni di Messe o sostituzioni improvvise per celebrazioni varie), si sottolinea l’importanza che i religiosi offrano alla Chiesa particolare il contributo specifico del loro carisma religioso. Da qui l’offerta della propria partecipazione alla vita ecclesiale diocesana, proprio in relazione al carisma specifico che ciascuno possiede.
Circa la vita consacrata femminile si è chiesto più disponibilità dalle suore per il loro inserimento nella azione pastorale. Ciò però non si improvvisa, prova ne è che in qualche caso tale tipo di inserimento si è dimostrato non positivo. E’ vero anche che la presenza di religiose all’interno delle comunità parrocchiali, se ben curata e valorizzata è estremamente preziosa. In qualche caso si è dimostrata carente la conoscenza che si ha da parte dei preti della identità più vera della vita consacrata, per cui risuona ancora vero ciò che diceva San Giovanni Paolo II alle Suore: “La gente vi conosce per quello che fate, ma non vi conosce per quello che siete”.
Diverse osservazioni hanno riguardato il rapporto tra presbiteri e diaconi permanenti. In diversi vicariati il lavoro dei diaconi permanenti è stato detto “buono” e il valore maggiormente sottolineato è stato quello della comunione reciproca. Essi, in molti casi, consentono alla Chiesa di “uscire” ancora di più tra la gente, anche se per il momento “manca ancora un rapporto fiduciale con i diaconi ai quali si chiede poco” rispetto a ciò che potrebbero dare. E’ stato osservato che il “diacono sprona il prete a fare ancora di più”. “Il diacono deve essere valorizzato per il dono di grazia ricevuto in piena intesa con il presbitero e facendo da ponte con i laici”. E’ stato sottolineato che “i diaconi permanenti hanno ragion d’essere in una parrocchia accanto al parroco e non in sostituzione di questi”. E’ stato pure richiesto un “percorso di preparazione più attento specie riguardo allo studio e una migliore formazione alla vita liturgica e pastorale”.
Posso assicurare che non c’è mai stata improvvisazione a questo riguardo e che da dieci anni a questa parte il curriculum di studi è quello previsto dalle norme della Chiesa e avviene presso l’ISSR. Nello stesso tempo non c’è assolutamente alcuna fretta per conferire l’ordine sacro e che i tempi che noi utilizziamo sono molto più lunghi di quelli previsti dalle norme canoniche, anche perché non è in gioco solo la realtà personale del singolo candidato, ma anche quella della sua famiglia, della moglie e dei figli. Qualcuno ha osservato che non ci sono diaconi in servizio in maniera pronunciata nell’ambito della carità. Se questo è attualmente vero a livello di Caritas diocesana, non corrisponde però a verità su scala diocesana, anche se sarebbe auspicabile un coinvolgimento più ampio. Non dobbiamo dimenticare che comunque il servizio diaconale di persone non pensionate non può che essere a tempo parziale.
Le riflessioni più numerose e corpose sono state riservate a cogliere il rapporto tra presbiteri e fedeli laici. Corresponsabilità fra preti e laici e responsabilizzazione dei laici sono stati i termini più ricorrenti. Ciò chiede di saper “riconoscere le qualità altrui” e attivare “uno stile nuovo” per “dare spazio alla corresponsabilità laicale grazie alla relazione e alla condivisione” e ad una “relazione d’amore nell’apertura reciproca”. Ciò si attua concretamente nel “dare consistenza vera ai Consigli Pastorali e ai Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici”. Di fatto “se c’è una resistenza del presbitero cresce anche la resistenza del fedele laico: la responsabilità è condivisa ed è di tutti; per questo occorre dare spazio ad un nuovo stile partecipativo”. Questo stile può crescere se ci abituiamo “a lavorare insieme, dando fiducia e prendendo insieme le decisioni necessarie”. “Il laico può essere corresponsabile se viene stimolato a questo e chiarendo che non tutti sono capaci di tutto” Comunque “è insostituibile la guida spirituale da parte del presbitero”. Un aiuto non indifferente potrebbe venire da “incarichi conferiti a tempo determinato”.
C’è da ricordare che ”i conflitti sono sempre possibili e possono essere superati solo quando, tutti insieme, si cerca quale è la volontà di Dio più che fermarsi alle forme e alle logiche delle maggioranze e delle minoranze”. “Occorre camminare insieme, tenendo conto del passo di ciascuno”. “Occorre creare una giusta interazione tra il pastore e la comunità e non fermarsi solo ad un rapporto funzionale.” “Ciò si traduce in attenzione alla missionarietà senza fermarsi solo ad uno sforzo di conservazione dell’esistente”. “E’ importante riscaldare il cuore della gente, curando la preghiera, l’adorazione, la bellezza in chiesa, la carità, dando la possibilità di far “toccare” Gesù e proponendo cammini spirituali di valore”. “Lo stile non può essere che quello del laboratorio, leggendo in maniera soprannaturale la realtà nella quale si vive, sia tra preti che nei Consigli pastorali”. Ciò significa “sviluppare la ministerialità, individuando le varie disponibilità e lavorando di più nelle U.P. Ciò chiede una disciplina comune, in spirito di umiltà”. “Se da parte della gente, a volte si abbandona il vangelo, però lo si vorrebbe vedere vissuto radicalmente dai preti”. “Tutti in realtà cercano Dio e nel prete cercano il segno della sua vicinanza”. “Il futuro è nella corresponsabilità e nella promozione laicale, investendo sui laici e lavorando insieme con loro”. “Se non mancano difficoltà, non manca neppure il bisogno di incontro, di ascolto e di reciproca attenzione”.
E’ significativo che alcuni preti abbiamo espresso la proposta di attivare sperimentazioni per dei percorsi di formazione laicale tesi ad offrire strumenti specifici per “imparare” ad assumersi responsabilità qualificate per la gestione della vita di piccoli gruppi e soprattutto di comunità che non hanno più un parroco residente. Una strada proposta è quella della utilizzazione della struttura della SFTP che è presente in Diocesi nelle sedi di Pisa, Pontedera, Pietrasanta e Barga. Si tratterebbe di mettere in atto alcune sperimentazioni mirate d’accordo con i preti di alcuni vicariati che soffrono più di altri, in questo momento, la scarsità di presenze sacerdotali. Se un bisogno è quello della guida per la preghiera comune che già, in qualche modo potrebbe avvenire grazie alla presenza dei Ministri straordinari della Comunione, comunque, ad immagine e in analogia con questo ministero, non sarebbe utopico pensare a formare dei laici, uomini e donne, quali guide per la preghiera comune in assenza del presbitero o del diacono permanente. Di fatto è qualcosa che da sempre avviene nei territori di missione dove vivono comunità cristiane in cui il sacerdote si reca solo di tanto in tanto, a volte a distanza di mesi se non di anni.
A questa formazione, di ordine più spirituale e pedagogico, potrebbe e dovrebbe pure accompagnarsi la formazione dei laici membri dei CPAE per la gestione amministrativa delle parrocchie, CPAE che il Codice di Diritto Canonico impone come obbligatorio in ogni parrocchia, secondo le norme esplicitate per l’Italia nel 2005 dalla Conferenza Episcopale Italiana.
- Compiti amministrativi e gestionali
Proprio questa ultima annotazione ci consente di affrontare un ulteriore tema che è ritornato in diversi interventi e che per molti appare come una specie di macigno che le nostre deboli spalle di preti non riescono più a sopportare. Si tratta della realtà amministrativa e gestionale dei beni delle parrocchie che diventa sempre più complicata e faticosa per tutti.
E’ stato sottolineato che “la vita spirituale non va mai dissociata da quella pastorale” (e nell’azione pastorale entra a pieno titolo anche il compito gestionale-amministrativo), come pure che “L’annuncio è credibile se passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa” e che “non ci si deve fermare alla organizzazione” quasi che la Chiesa fosse una specie di “azienda”. E’ anche vero che una parte del nostro impegno ministeriale a volte si arena dentro le problematiche della amministrazione e della gestione delle cose materiali riguardanti chiese, canoniche, tetti da riparare e comunque attività burocratiche spesso di tipo civilistico più che canonico. E’ stata evidenziata la “necessità che cambino alcune strutture per poterci rapportare meglio con il popolo di Dio ed evitare l’isolamento burocratico specie per chi deve curare più parrocchie”. Si è invocata “una formazione sempre più accurata dei preti per poter gestire al meglio i vari organismi e le responsabilità previste dalle norme canoniche”. Si è pure chiesto che “l’aiuto necessario venga offerto dal Centro diocesi” perché “la parte burocratica ed amministrativa è troppo pesante”. Ci si è pure domandati: “Come fare a gestire i beni parrocchiali? E’ prevedibile un centro gestionale diocesano?”. Una richiesta assai forte è stata formulata in questo modo: “Il sistema di gestione delle parrocchie è cambiato e il parroco ne porta tutto il peso che diventa troppo gravoso specie quando si trova ad essere responsabile di più parrocchie: occorre trovare il modo di togliere ai parroci questo peso non sopportabile”. La proposta che nasce da tutte queste considerazioni è la seguente: “E’ possibile costituire una sorta di centro/servizi per la gestione dei beni così da sollevare i preti da questo compito spesso assai gravoso?”.
Stante il fatto che le norme amministrative hanno valenza non solo canonica, ma anche civile, certe strutture, per essere superate abbisognerebbero del cambiamento delle norme concordatarie: cosa assai difficile e improbabile. Per questo, certe responsabilità sono necessariamente in capo a chi è parroco o comunque rappresentante legale degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Però sarebbe pur sempre possibile, attraverso deleghe legalmente valide, affidare certi aspetti amministrativi ad una realtà terza, allo scopo di sollevare i rappresentanti legali degli enti da una serie di compiti, anche se non solleverebbero dalla responsabilità legale. C’è però da dire che nella normalità della semplice amministrazione delle entrate e delle uscite di una qualsiasi parrocchia, tutto sarebbe assai più facile e meno pesante se i CPAE funzionassero davvero e se anche funzionasse seriamente la “prima nota” delle entrate e delle uscite, senza la quale non si può redigere neppure un semplice rendiconto amministrativo annuale ormai indispensabile anche solo per gestire i rapporti con una qualsiasi banca.
Su questa proposta occorrerebbe comunque lavorare per redigere un progetto operativo nel quale calcolare in maniera concreta possibili costi e benefici.
- Conclusione: verso la “Terra Promessa” ?
Non è pensabile che quanto ho cercato di sintetizzare possa esprimere in pienezza il pensiero di tutti e soprattutto possa essere risolutivo delle problematiche che stiamo vivendo; è vero che non sempre le strade che sembrano portare direttamente alla meta sono poi quelle più sicure e agevoli; però è anche vero che certe prospettive hanno bisogno di essere ulteriormente vagliate per un discernimento più oggettivo e maturo.
Il popolo di Israele è giunto alla Terra Promessa, passando per strade impensabili e soprattutto non attraverso la via più facile e diretta fra l’Egitto e la Palestina che era la via costiera del Mediterraneo. C’è sempre in gioco l’incognita delle vie di Dio che spesso non sono le nostre, e dei pensieri di Dio che vanno ben oltre i nostri e che comunque, anche quando a noi non sembra così, sono sempre “pensieri di pace e non di afflizione”.
Questo vale anche per noi oggi. In altre parole c’è sempre bisogno di discernere che cosa lo Spirito di Dio stia dicendo alla nostra Chiesa, oggi, ora, nella attuale situazione storica che stiamo vivendo. Dal momento che il Signore non cessa mai di parlare al suo popolo, dobbiamo porci in ascolto in maniera sempre più disponibile nell’ottica della fede; dobbiamo continuare a confrontarci per poi decidere insieme in quel luogo di confronto e di condivisione che è il Consiglio Presbiterale.
Scusandomi per la lunghezza e ringraziando tutti per l’apporto prezioso di riflessioni e di indicazioni che sono state offerte nei numerosi incontri che abbiamo avuto in questo anno, chiedo ora a tutti voi di pronunciarvi in linea di massima sulle proposte che sono state evidenziate. Grazie.
