Caro Gesù,
quest’anno preferisco rivolgermi a te piuttosto che ai lettori ai quali, per Natale, ho sempre scritto da queste colonne. E non perché non abbia argomenti importanti da affrontare, bensì perché non vorrei che il mio messaggio diventasse una specie di tassa da pagare, perché a Natale, un vescovo, deve scrivere qualcosa per rivolgersi alle tante persone che sanno che il 25 dicembre si ricorda un avvenimento che ha cambiato il corso della storia.
Per la verità, caro Gesù, ho l’impressione che la distrazione sia diventata una virtù piuttosto che una nota di demerito. Spero che tu non ci rimanga male, ma mi sembra che a molti, questa data, dica assai poco. Ma non perché non provino la gioia, almeno una volta all’anno, di ritrovarsi a tavola con parenti ed amici stretti, ma perché quando ciascuno ritorna a casa sua, dopo un bel pranzo, tira un sospiro di sollievo dato che, anche questa volta, quel che si doveva fare si è fatto.
Non so se ti sei accorto che per Natale, soprattutto nella Notte Santa, le chiese si riempiono più di sempre e che ci sono persone che non potrebbero assolutamente fare a meno di venire in chiesa, magari telefonando in parrocchia per chiedere a che ora c’è la Messa di mezzanotte. Sì, perché ormai, in tante parrocchie, per la mancanza di sacerdoti, la Messa della Notte viene celebrata ad ore diverse, per non far mancare a nessuno la gioia di scoprire che anche quest’anno tu nasci di nuovo per noi.
Sembra una cosa da nulla, ma quando al canto del Gloria la tua immagine di Bambino viene scoperta o portata vicino all’altare, in ciascuno c’è qualcosa che dice nel profondo: possiamo ancora sperare, perché la vita nasce sempre. Sono sentimenti buoni e belli che io credo tu sai apprezzare e per i quali non manchi di sorridere e di far sentire una tua carezza interiore anche a quei cuori che la vita con le sue fatiche ha reso induriti e resistenti alla tua grazia.
Penso che tu sappia che tante persone, e sono tuoi fratelli a doppio titolo, perché esseri umani come te e figli adottivi del Padre celeste, pensano di poter fare a meno, di rivolgersi a te anche soltanto nel tuo Natale. Non ti fanno gli auguri di buon compleanno; anzi qualche volta arrivano a dire che forse sarebbe pure il momento di smetterla con queste cose: presepi, alberi di Natale, canti della tradizione cristiana, perché, dicono, che sono cose che tolgono libertà a chi la pensa diversamente e che sarebbe bene che, sempre in nome della libertà, non si imponessero pubblicamente o fossero del tutto cancellate dai luoghi della vita sociale e culturale, dai luoghi della sofferenza e del lavoro, cioè dai luoghi della vita. Come se tu, invece di donare la vita, provocassi la morte.
Sono convinto che tu vuoi bene anche a queste persone; anzi che gli vuoi ancor più bene proprio perché hanno ancora più bisogno di te e di quello sguardo affinato che permette di vedere oltre l’orizzonte del visibile, per scorgere e fissare sempre più nitidamente la bellezza dell’amore, unica forza capace di cambiare il mondo.
Spero che tu non ti offenda se ti dico che anche a noi, che cerchiamo di vivere e testimoniare il tuo Vangelo meglio che ci riesce, qualche volta sembra che tu stia guardando da qualche altra parte e che da un po’ di tempo il tuo sguardo non si stia posando sulle nostre comunità cristiane, non tanto qui da noi, ma in tante parti del mondo, dove ci sono fratelli e sorelle che vengono perseguitati solo perché sono e vogliono rimanere discepoli del tuo amore. Non ci rimanere male, se ti scrivo in questo modo, ma si tratta di un sentimento assai diffuso.
Io sono sicuro che invece, il tuo sguardo d’amore, non si allontana mai da nessuno, perché se vuoi bene anche a chi non ti vuol bene, tanto più non puoi non voler bene a chi per amore tuo è pronto a donarti anche la vita.
Caro Gesù, sono tanti quelli che ti amano; e in particolare ti vogliono bene i più piccoli, coloro che hanno il cuore puro; ti vogliono bene i poveri e gli abbandonati, quelli che nessuno ricorda e che di fatto sono gli esclusi della nostra società. Chi crede di poter fare da sé e si crede onnipotente, pensa di non aver bisogno di nessuno, mentre tu, che sei davvero onnipotente, hai voluto aver bisogno di tutti, facendoti piccolo e indifeso, abbandonato ed emarginato, povero in mezzo ai più poveri di ogni tempo.
Caro Gesù, alla fine di questa mia lettera ti voglio dire grazie a nome di tutti, di chi crede e di chi non crede, di chi è cristiano e di chi non lo è, di chi festeggia il tuo Natale e di chi non lo festeggia, di chi non solo per Natale, ma ogni domenica viene ad ascoltare la tua parola e cerca di viverla e di chi viene solo per Natale, di chi si sente parte della Chiesa e ne vive la comunione e di chi invece sta ai margini, magari con un piede dentro e uno fuori.
So che tu sai leggere nel cuore di ciascuno anche il minimo moto o anche solo il più piccolo desiderio di disponibilità nei tuoi confronti e nei confronti di chi nella sua povertà porta in sé in maniera indelebile il tuo volto sofferente: accogli il grazie di ciascuno. Si tratta sempre del grazie della tua Chiesa che tutti vuole accogliere in un’unica famiglia in cui il Padre tuo e nostro ci stringe in un unico amore.
Caro Gesù, buon Natale anche a te e a tutti, nessuno escluso, che vuoi abbracciare con il tuo amore.
Con affetto e riconoscenza, tuo Giovanni Paolo, a servizio della tua Chiesa e di quanti vivono a Pisa.
