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Incontro con gli Insegnanti di Religione Cattolica 

della Diocesi

“Una spiritualità della misericordia 

anche per l’Insegnante di Religione Cattolica?”

Istituto Santa Caterina – Pisa – 4 novembre 2016

Ci stiamo avviando rapidamente alla conclusione dell’Anno giubilare straordinario della Misericordia, ma come è ovvio, lo stile, o meglio, la virtù della misericordia, non può che essere elemento distintivo del cristiano sempre e qualunque sia la sua professione e il suo compito nella Chiesa e nel mondo.

E’ per questo che abbiamo pensato di proporre in questo incontro una riflessione che riguardi il vostro servizio di IRC nel mondo della scuola, nell’ottica della misericordia, con una particolare attenzione a due opere di misericordia spirituale che più da vicino mi sembra possano animare dal di dentro la vostra missione e caratterizzarla spiritualmente: insegnare agli ignoranti e consigliare i dubbiosi.

“Insegnare agli ignoranti”

Per meditare su quella che nella elencazione tradizionale è la seconda opera di misericordia spirituale – insegnare agli ignoranti -, può esserci di aiuto il testo degli Atti degli Apostoli nel quale si narra del diacono Filippo che battezza l’Etiope, un eunuco, funzionario della regina Candace (At 8, 26-40).  Questo etiope stava tornando in patria dopo aver celebrato il culto del Signore a Gerusalemme e sul carro da viaggio, leggeva il profeta Isaia. Filippo gli disse: “Capisci quello che stai leggendo?. Egli rispose: E come potrei capire, se nessuno mi guida? E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: “ Come una pecora egli fu condotto al macello / e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, / così egli non apre la sua bocca. / Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,/ la sua discendenza chi potrà descriverla? / Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.” Rivolgendosi a Filippo l’eunuco disse: Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?. Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù” Sappiamo poi che l’annuncio sfociò nella richiesta del battesimo e della sua amministrazione da parte del diacono Filippo.

Mi pare che questo episodio possa rappresentare come un paradigma – in particolare per gli IRC – di come mettere in pratica questa opera di misericordia spirituale : insegnare agli ignoranti –  che in molti casi può anche corrispondere al comando dato da Gesù agli apostoli prima di salire al cielo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”(Mc 16,15).

E’ un angelo del Signore che parla al diacono Filippo e gli dice di andare verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza. Si tratta di una strada che al momento è deserta. Filippo obbedisce e si mette in cammino.  Il nostro andare, lo sappiamo bene, non è e non può essere una specie di “auto invio”.  Ogni IRC è un mandato, un inviato dalla Chiesa; è un insegnante che riceve dal vescovo il compito di “annunciare” da un punto di vista culturale, nella scuola, i contenuti della fede cristiana cattolica. Se è vero che l’annuncio del Vangelo, come l’impegno a fare il bene e a servire il prossimo, per un cristiano, non è mai qualcosa che si fa solo per rispondere ad un bisogno personale di condivisione e tanto meno per mettersi in mostra, bensì è risposta precisa ad una chiamata da parte del Signore, per un IRC è l’esercizio di una missione che la Chiesa gli affida attraverso il mandato canonico da parte del Vescovo, il quale manda anche là dove a volte può sembrare che non sia proprio il posto più rispondente alle nostre esigenze o a quelle che crediamo possano essere le nostre caratteristiche o le nostre attese.

A questo proposito, facendo riferimento al testo degli Atti, la strada da Gerusalemme a Gaza era deserta ed era verso mezzogiorno, cioè nell’ora meno adatta per incontrare qualcuno. Ma è il luogo e l’ora in cui il Signore chiede a Filippo di fidarsi di lui e di accogliere la sua richiesta di mettersi al servizio del suo disegno di salvezza.

L’Etiope stava leggendo la Scrittura. Può capitare anche a noi di incontrare persone che si stanno interessando del mistero cristiano e che magari hanno la Bibbia o i vangeli tra le mani. Qualche volta questo ci sembra già sufficiente: leggere la Parola di Dio ci sembra che sia già il segno di una consapevolezza acquisita e di una scelta già fatta. Spesso, invece, è solo l’ inizio di un percorso che può diventare il viaggio di una vita intera o solo una vicenda che presto si chiude quasi fosse solo una parentesi di cui di fatto non rimane alcun segno nella vita. 

E’ vero che è lo Spirito Santo il Maestro interiore che illumina le profondità del mistero cristiano e fa sì che lo stesso incontro con la Parola di Dio non si riduca ad una questione culturale, ma diventi occasione di crescita nella fede e di esperienza vitale di Dio stesso. Ma questa Parola potrebbe sempre rimanere una “parola sigillata”, chiusa, ermetica se non c’è qualcuno che rompa i sigilli e la renda davvero fruibile. Quante volte i contenuti della fede vengono trasmessi in maniera deformata dai mezzi di comunicazione sociale o depurati da tutto ciò che in qualche modo va contro la logica del mondo! Basta pensare anche soltanto ad alcune espressioni difficili in rapporto alla vita morale che troviamo nella Sacra Scrittura per renderci conto del bisogno straordinario di luce che tutti abbiamo quando ci accostiamo alle Scritture.

Un esempio di incomprensione delle Scritture ci viene dai discepoli di Emmaus. Essi avevano conosciuto Gesù; lo avevano ascoltato; erano stati testimoni diretti degli avvenimenti pasquali, ma non avevano capito nulla. Ci volle Gesù stesso perché essi comprendessero le Scritture sulla strada verso Emmaus: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”(Lc 24,25ss). 

Guardando a Gesù con i due discepoli di Emmaus comprendiamo in maniera molto chiara quale sia il metodo che anche noi siamo chiamati ad utilizzare. Prima di tutto occorre “accompagnarci” a coloro che vogliamo aiutare a capire, come del resto fece il diacono Filippo con l’Etiope. In altre parole occorre che ci rendiamo disponibili alla relazione con il nostro prossimo, mettendoci accanto, allo stesso livello, camminando insieme sulla stessa strada o salendo sullo stesso carro. In altre parole: non bisogna comportarci solo da “professori” che insegnano, ma anche e soprattutto da fratelli che condividono. E la condivisione parte sempre dall’ascolto. Un ascolto attento, paziente, intelligente e amorevole, capace di silenzio perché l’interlocutore possa pienamente aprire il proprio cuore così che anche la mente sia disponibile ad accogliere un nuovo eventuale messaggio. Avviene sempre così nelle nostre relazioni con i nostri studenti? Siamo disponibili a camminare insieme, o rischiamo di essere piccoli “professori” che magari fanno sfoggio delle proprie conoscenze?

Dall’ascolto paziente si impara anche ad utilizzare il linguaggio più giusto per metterci in sintonia con il compagno di viaggio che il Signore ci ha fatto incontrare. Non possiamo pretendere che gli alunni si adattino ai nostri metodi; bensì dovremmo essere disponibili a scegliere gli strumenti più idonei perché il messaggio che è il contenuto cristiano nella forma culturale che sia chiamati a proporre, possa arrivare nella maniera migliore ai destinatari. Perché questo avvenga occorre che prima di tutto noi stessi siamo disponibili a fare nostro il messaggio di Gesù, assimilandolo nel cuore, nella mente e nella vita perché il nostro dire sia suffragato e sostenuto da una esperienza concreta e a tutto tondo che noi stessi abbiamo fatto o stiamo facendo. Anche i nostri ragazzi sono capacissimi di accorgersi se ciò che diciamo è anche ciò che viviamo – o ci sforziamo di vivere – o invece è solo un dire qualcosa che per dovere siamo tenuti a dire.

Non è detto però che a volte il messaggio del Signore non rimanga in qualche modo sigillato anche per noi stessi. Nell’Apocalisse leggiamo. “E vidi nella mano destra di Colui che sedeva sul trono un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?. Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. Io piangevo molto perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. Uno degli anziani mi disse: Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide e aprirà il libro e i suoi sette sigilli” (Ap 5,1-5). Deve essere nostra ferma convinzione che quando abbiamo messo in atto tutte le nostre capacità di comprensione, la nostra “professionalità” biblica, didattica e spirituale, alla fine dobbiamo riconoscere di essere sempre e soltanto servi inutili che hanno fatto quanto dovevano fare, perché come scriveva Paolo ai Corinzi “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere”(1Cor 3,6). Cioè non dobbiamo mai dimenticare che se siamo chiamati a mettere in gioco tutte le nostre capacità, alla fine è sempre il Signore che guida le cose in modo da realizzare il suo disegno di salvezza.

Per essere validi educatori è sempre opportuno ricordare la parola incisiva di Gesù: “ Non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro Maestro,(il Cristo ) e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,10). In fondo, Colui che insegna a chi non sa è Gesù, il Cristo.

Da questa consapevolezza scaturisce un compito di fondamentale importanza: occorre insegnare sempre a “rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”(1Pt 3,15). Giovanni Paolo II nella Fides et ratio (1998) ha scritto: “E’ illusorio pensare che la fede, supportata da una ragione debole, sia più incisiva; al contrario, cade nel grave pericolo di ridursi a mito o superstizione”(48). Per cui  affermava poi  che “la cosa più urgente oggi è condurre gli uomini a scoprire la propria capacità di conoscere la verità e il proprio anelito di un senso ultimo e definitivo dell’esistenza” (102).

Papa Francesco nella Evangelii gaudium (2013) ha voluto precisare che cosa si deve insegnare a chi non conosce le verità della fede cristiana, puntando al nucleo fondamentale: “Tutte le verità rivelate procedono dalla medesima sorgente divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti perché esprimono più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso il Concilio Vaticano II ha spiegato che esiste un ordine o una gerarchia tra le verità nella dottrina cattolica, perché è diverso il rapporto di ciascuna di esse con il fondamento della fede cristiana (DH 11). Ciò vale sia per i dogmi di fede, sia per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, compresi gli insegnamenti morali”(36). Al n. 39 precisa ulteriormente: “Così come l’organicità tra le virtù impedisce che alcuna di esse sia esclusa dall’ideale cristiano, nessuna verità viene negata. Non si può mutilare l’integrità del Vangelo. Anzi, ciascuna verità si comprende meglio se la si pone in relazione con l’armoniosa totalità del messaggio cristiano, e in questo contesto tutte le verità hanno la propria importanza e si illuminano reciprocamente. (…) Il Vangelo invita innanzitutto a rispondere a Dio amante, che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da noi stessi per cercare il bene di tutti. Questo invito non deve in nessun caso essere offuscato!”.

A questo punto sorgono alcune domande ineludibili: come alimentiamo le nostre conoscenze personali per essere in grado di rispondere a chi ci domanda ragione della speranza che è in noi? Nutriamo la nostra conoscenza di Dio e della fede cristiana soprattutto con la preghiera che ci permette di penetrare con il cuore il mistero che a volte rischia di diventare solo oggetto di conoscenza intellettuale? Sappiamo condire tutto ciò con l’esperienza della carità che radica nel concreto della vita di tutti i giorni le verità che crediamo nella fede e che contempliamo nella liturgia e nella preghiera personale ? Ci poniamo davvero come fratelli e viandanti nella fede accanto ai nostri ragazzi e ragazze che spesso non ci chiedono nulla, ma che attendono anche senza saperlo che qualcuno si accompagni a loro per avere qualcuno a cui porre le domande decisive sul senso della vita e su quella esigenza di assoluto che ognuno porta in sé nel profondo del proprio cuore?

“Consigliare i dubbiosi”

La seconda opera di misericordia spirituale alla quale desidero fare riferimento è: “consigliare i dubbiosi”, che si ricollega in qualche modo all’altra: “insegnare agli ignoranti”. Infatti non possiamo dimenticare che nell’età moderna i così detti “maestri del dubbio” hanno sistematicamente gettato il dubbio su ogni manifestazione del pensiero e dell’agire umano. Un dubbio metodico per il quale non c’è più niente di certo e di sicuro, ma tutto deve essere verificato con prove che spesso applicano il metodo matematico-scientifico a ciò che per sua natura non può essere dimostrato scientificamente o matematicamente. Il risultato è stato quello della svalutazione di ogni riferimento valoriale con la conseguenza che si è progressivamente scivolati nel relativismo, che azzera ogni certezza e che assume come unità di misura solo se stessi, o meglio il proprio individuo modo di pensare, il proprio interesse, il proprio orizzonte di vita senza darsi pensiero che sempre e comunque ci troviamo in relazione con il prossimo, con la natura, con la realtà sociale e con Dio.

Dio è stato il primo riferimento ad essere stato messo tra parentesi e cancellato. Basta pensare a quanto è successo dall’illuminismo in poi: idealismo, positivismo, materialismo, ateismo che hanno generato sistemi politici ed economici che hanno reso ancora più schiavo quell’uomo che avrebbero voluto liberare, perché incapaci di leggere e di comprendere la sua vera identità, il senso del suo esserci nel mondo, il significato della vita umana, la meta alla quale ogni persona è diretta perché incapaci di comprendere la “cava dalla quale siamo stati tratti”, la “pietra dalla quale siamo stati tagliati”.

In questo contesto di squilibrio generalizzato è oltremodo difficile e complicato “consigliare i dubbiosi” ed insieme “mettere in dubbio il dubbio”, cioè ritrovare la radice e il senso della verità della quale abbiamo sempre più bisogno.

Siamo diventati tutti come i due discepoli che nella sera di Pasqua si dirigevano da Gerusalemme ad Emmaus tristi e sconsolati: “speravamo che fosse Gesù a liberare Israele”, “ma ormai sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”… E discutevano tra loro animatamente, mentre rimaneva loro del tutto sconosciuto l’orizzonte della speranza. E’ la tristezza della mancanza di fiducia e di speranza che alberga oggi nella vita di tanti giovani e che condiziona la crescita delle giovani generazioni del nostro tempo. Di fatto, soprattutto esse non sanno più leggere in maniera completa la realtà che stanno vivendo e rimangono alla superficie delle cose per mancanza di occhi che sappiano vedere. “Avete occhi, ma non vedete; orecchi, ma non udite” e spesso si hanno pure “le chiavi del regno”, ma non ci si entra e si impedisce anche al prossimo di entrarci.

In altre parole il tema diventa quello della verità. Che cos’è la verità? Non può non venirci in mente il colloquio tra Pilato e Gesù circa la sua regalità: “Dunque tu sei re? Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”(Gv 18,37-38). Oggi si ha spesso il prevalere delle opinioni sulla verità. Ciò porta alla difficoltà sempre crescente di riuscire a discernere la verità dall’errore e quindi a rinunciare di chiedere consiglio dal momento che ciascuno si sente giustificato nelle proprie opinioni.

Gesù dice di sé :”Io sono la via, la verità e la vita”. E al termine del Prologo Giovanni afferma: “La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”(Gv 1,17-18). E’ dunque a Gesù che dobbiamo guardare: Lui è il centro; Lui è il punto di riferimento obbligato, perché solo Lui è la verità. E’ a Cristo via, verità e vita che siamo chiamati a guardare; è su Lui che dobbiamo rispecchiarci se vogliamo non solo essere misericordiosi con il nostro prossimo, ma anche con noi stessi.

“Misericordiosi con se stessi”

Tutti quanti, infatti, abbiamo bisogno di misericordia, perché tutti ci troviamo in una condizione di “miseria”, frutto e segno del peccato. E’ intelligenza umana e spirituale acquisire consapevolezza non tanto della generica limitatezza del nostro essere uomini e donne, bensì della nostra personale limitatezza, cioè di quelle miserie che fanno parte del nostro personale bagaglio di vita. Perché, prima di tutto, noi stessi dobbiamo essere oggetto di cura da parte di noi stessi. Finché non conosciamo noi stessi nella verità, potremmo anche fare mille cose belle, ma rischieremmo sempre di non intervenire su ciò che non ci fa essere veri. 

Da qui una serie di domande per il nostro esame di coscienza: quali sono i miei limiti sul piano della mia umanità? Che cosa a volte nascondo a me stesso perché non mi accetto negli aspetti negativi che pure mi segnano e mi limitano umanamente? E quali sono i miei limiti e le mie opacità sul piano spirituale? Ci sono degli aspetti della mia vita di cristiano/a che tralascio ordinariamente di affrontare anche in sede di celebrazione del Sacramento della Confessione? Le stesse domande me le devo porre anche sul piano del mio impegno professionale: ci sono delle deficienze che dovrei colmare, ma che preferisco passare sotto silenzio a me stesso, se non nella presunzione di sentirmi già a posto, almeno nella auto giustificazione di una superficialità che alla fine, penso sia retaggio comune?

Queste domande potrebbero riassumersi in una sola: ho davvero misericordia di me stesso, così da impegnarmi seriamente nella mia crescita integrale come cristiano? Non dobbiamo mai dimenticare che se non abbiamo vera misericordia di noi stessi, difficilmente saremo in grado di avere misericordia del nostro prossimo.

In altre parole, la capacità di “curarci” spiritualmente è elemento indispensabile per avere la capacità di preoccuparci seriamente della situazione spirituale del nostro prossimo. Nello stesso tempo, non dovremmo mai dimenticare il consiglio che San Carlo Borromeo dava ai preti di Milano e che troviamo nella lettura dell’Ufficio delle Letture della sua Memoria liturgica: “Eserciti la cura d’anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso”. 

Curare noi stessi vuol dire avere “misericordia”, cioè amare seriamente quel progetto di salvezza che il Signore ha su di noi e che abbiamo scoperto ed accolto accogliendo anche il compito di IRC dopo avere accolto magari già la vocazione al matrimonio e alla famiglia.

Qualche volta anche noi possiamo correre il rischio di “professionalizzare” la nostra vocazione e il nostro servizio nella scuola “facendo cose”, più che immettendoci sempre più profondamente nel mistero del nostro essere in Cristo.

Operare la misericordia spirituale verso noi stessi, significa dunque non fermarci mai alla periferia del nostro vivere per lasciarci invece impregnare e condurre dallo Spirito di Dio che sempre opera in ciò che andiamo vivendo e facendo per dare compimento al servizio che ci è stato affidato. Questo non può che condurci ad una sempre più piena esemplarità di vita e di azione, permettendo al Signore di potersi mostrare in noi al di là dei nostri limiti e delle nostre opacità.

Su questo versante non dobbiamo mai pensarci arrivati, perché la tentazione di ridurre tutto ad efficienza è forte quanto mai, riducendo in questo modo l’efficacia sacramentale del nostro agire. Più diamo spazio libero al Signore, tanto più Egli è libero di agire; quanto più mettiamo in mostra noi stessi, tanto meno riusciremo ad essere trasparenza di Cristo e dell’azione della grazia.

“Misericordia verso il prossimo”

Se il primo dovere è quello di operare la misericordia spirituale verso noi stessi, non dobbiamo trascurare, come è ovvio, la misericordia spirituale verso il nostro prossimo. E un “prossimo” di cui qualche volta rischiamo di dimenticarci sono i nostri stessi “colleghi” nell’insegnamento. Ciò che conta è essere sempre attenti a non perdere alcuna occasione per entrare in quella sintonia di vicinanza spirituale e fraterna che ci permette di offrirci come veri amici a chi può avere bisogno del segno di una attenzione che non è invadenza indebita, ma vera partecipazione reciproca. 

Sono molti i testi della Scrittura che ci richiamano a questa relazione spirituale. Scriveva Paolo ai Colossesi: “Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse da lamentarsi nei riguardi di un altro” (…) “Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre” (3,12-13.16-17).

Il fondamento di questa relazione spirituale tra fratelli sta nel fatto che Dio ci ha scelti, ci ha comunicato la sua santità e ci ha uniti tutti nello stesso amore. C’è una partecipazione soprannaturale alla vita stessa di Dio che circola in noi, facendoci essere in Cristo una cosa sola. Per questo ognuno è chiamato a riconoscere nell’altro un altro se stesso. Ma non perché siamo fotocopia gli uni degli altri, ma perché condividiamo la stessa vita divina che scorre in noi come la linfa vitale pervade tutti i tralci della stessa vite. La tenerezza di cui parla l’apostolo Paolo non è sdolcinatura o sentimentalismo, ma disponibilità a guardarci reciprocamente con l’autentico spirito della bontà, mettendo da parte ogni rivalità, non esasperando le legittime differenze, non interpretando in maniera distorta gli aspetti meno positivi, bensì facendo leva su ciò che ci rende e può renderci se lo vogliamo un cuore solo ed un’anima sola.

Per questo, se vediamo un nostro fratello che in qualche modo si raffredda nel suo impegno, proviamo a metterci accanto, ad accompagnarlo, non con indagini o interrogatori, ma con la disponibilità dell’amicizia che sa ascoltare senza riferire ad altri ciò che si è ascoltato; con la premura di chi sa fare il primo passo e si prende cura delle fatiche altrui; con la saggezza di chi sa ridimensionare i problemi alla loro reale misura, senza ingigantire ciò che già magari si fa grande fatica a portare sulle proprie fragili spalle. A volte basta una telefonata, un saluto, una gentilezza. E se proprio, a volte, non sappiamo da che parte rifarci, mettiamoci a pregare per il fratello e la sorella con perseverante fiducia e magari diciamoglielo pure, chiedendo a nostra volta preghiera da colui o da colei per cui preghiamo.

A questo punto nasce un’altra serie di domande alle quali non possiamo sottrarci. Come esercitiamo la misericordia spirituale nei confronti dei colleghi?  A volte ci vuole una buona dose di coraggio ad intervenire per “istruirci ed ammonirci a vicenda” e soprattutto una grande dose di umiltà per non fare da maestri, bensì da strumenti della grazia dello Spirito Santo che vuole la santità e la pienezza di carità di ogni persona. Tutto ciò seguendo ciò che Paolo scrive agli Efesini: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”(4,1-3). Si tratta dei sentimenti stessi del Cristo, “cercando non l’interesse proprio, ma anche quello degli altri”(Ef 2,4). Tutto ciò per sperimentare la vera carità: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi”(12,15-16).

E’ questo l’augurio che vi faccio al termine di questo anno straordinario del Giubileo della Misericordia.