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Le Conferenze di San Vincenzo de Paoli

e la Chiesa locale

Incontro in videoconferenza con i presidenti e i vicepresidenti 

delle San Vincenzo afferenti alla Conferenza Centrale di Pisa

8 marzo 2021  

L’incontro, sia pure a distanza, di questa sera, si colloca all’interno di un percorso di formazione in particolare per i presidenti e i vicepresidenti delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli afferenti alla Conferenza Centrale di Pisa, promosso dalla Conferenza Centrale e incoraggiato fraternamente dal sottoscritto arcivescovo.

Un modo per dare sostegno, conforto e sempre più profondo spessore all’azione preziosa che state svolgendo a livello locale e che soprattutto in questo tempo di pandemia deve confrontarsi con difficoltà sempre maggiori sia per l’impossibilità di svolgere tutte le attività che solitamente ogni conferenza realizza da sempre, sia per la necessaria prudenza che ha consigliato a non pochi membri anziani di non esporsi troppo in servizi che in qualche modo potrebbero comportare rischi di salute; sia per la accresciuta difficoltà, per motivi sanitari, a recarsi presso le abitazioni delle persone assistite; sia per quel senso di dispersione e di incertezza che sta rendendo complicata la normalità della vita di ogni giorno.

E’ ormai circa un anno che ci troviamo in questa situazione e ancora non riusciamo a vederne la fine. E’ ovvio che questa situazione ci fa correre il rischio di congelare tutto e di aspettare, non si sa per quanto ancora, una “normalità”che appare sempre più aleatoria.

Credo invece che questa situazione, difficile e dolorosa, può essere una occasione preziosa per riflettere e ripensare anche il modo in cui viviamo e realizziamo il nostro impegno di carità verso i fratelli che si trovano nel bisogno. Niente avviene a caso e niente deve essere recepito in maniera fatalistica: nella fede noi sappiamo che quello che avviene, appartiene pur sempre ad una storia di salvezza in cui Dio agisce e chiede a noi di collaborare, magari in modi nuovi, alla sua azione salvifica. Del resto abbiamo toccato con mano tutta una serie di attività nuove che la fantasia della carità ha attivato, dal momento che la pandemia ci ha costretti ad “abbandonare” forme e modi di intervento caritativo che costituivano un rischio per la salute degli operatori e dei volontari. Nel nostro piccolo qualche esempio può chiarirci le idee.

Ad esempio: da oltre trent’anni nella città di Pisa operavano tre mense per i poveri: al Cottolengo, a San Francesco e a Santo Stefano e.m.. Per motivi diversi ci siamo trovati a doverle chiudere per come erano abituate a lavorare, perché non sicure nella loro configurazione logistica. Non per questo i poveri sono rimasti senza mangiare. Anzi. I pasti giornalieri sono aumentati e abbiamo risposto nella maniera più sicura e più dignitosa possibile; ma è diventata evidente ed urgente la necessità di provvedere ad una nuova mensa che in piena sicurezza potesse rispondere a questo bisogno impellente. E pur con non poche difficoltà, perché non si possono inventare le cose da un momento all’altro, stiamo lavorando alacremente per la realizzazione di una mensa che possa non solo distribuire dei pasti, bensì che possa accogliere a tavola le persone in piena sicurezza.  Come si vede, una difficoltà che ci ha messi a dura prova nell’esercizio della carità  sta diventando una opportunità impensabile se avessimo potuto procedere come sempre eravamo andati avanti. Lo stesso è accaduto per la Cittadella della Solidarietà al CEP che sta funzionando ad un ritmo maggiore nonostante le problematiche del Covid19. Credo che la stessa cosa possa e debba avvenire anche per quanto riguarda la vita e l’azione delle Conferenze di San Vincenzo, anch’esse messe a dura prova dall’emergenza sanitaria, che, forse, ha fatto emergere problemi che già da tempo erano presenti, ma che rimanevano sotto traccia dato che in qualche modo, grazie alla generosità dei singoli membri, certe attività continuavano ad andare avanti, sia pure con qualche ridimensionamento, dovuto soprattutto all’età sempre più avanzata di molte e molti vincenziani.

La natura delle Conferenze di San Vincenzo

Anche un solo rapido sguardo allo Statuto tipo delle Conferenze di San Vincenzo, permette di cogliere quali siano le coordinate che sorreggono l’esperienza vincenziana. Cito prima di tutto l’articolo 5: “Sono soci ordinari dell’Associazione coloro che, condividendone gli scopi vogliono vivere la loro fede nell’amore e nel servizio ai fratelli, e vivono volontariamente e in gruppo la vita di preghiera e di azione della Conferenza, partecipando alle riunioni della stessa”.

E’ chiaro che il primo scopo dell’azione vincenziana è il cammino di santità dei suoi membri. Non si tratta quindi, in prima battuta, di fare chissà che cosa, ma operare per la propria santificazione : “vivere la fede nell’amore e nel servizio dei fratelli” non da soli, bensì “in gruppo” nella “preghiera e nell’azione”. Questo aspetto deve essere prioritario se vogliamo che tutto il resto contribuisca al bene integrale dei poveri e alla loro crescita umana e spirituale.In effetti nessuno può dare ciò che non ha. Se il vincenziano non tende in maniera decisa verso la santità, neppure la sua azione potrà avere la capacità di promuovere la carità di Dio in chi riceve il suo servizio. Uno dei rischi più evidenti per chi opera nel mondo della povertà è di fermarsi alle cose che si fanno senza preoccuparsi che queste azioni siano animate soprannaturalmente dalla carità che sgorga dal cuore di Dio.

Credo che sia oltremodo necessario sottolineare questo aspetto soprattutto oggi, nella fase che i così detti “Enti del Terzo settore” stanno attraversando e che è quella dell’adeguamento degli statuti alla natura giuridica civile degli Enti di Volontariato. Di fatto, leggendo i nuovi statuti di diverse conferenze centrali, ci si accorge che non di rado l’aspetto operativo  rischia di diventare predominante rispetto agli aspetti “formativi” inerenti all’esercizio della fede mediante la carità.

Ad esempio, si legge nello statuto riformato di Trieste circa le finalità delle Conferenze di San Vincenzo, è “Rendere autosufficiente ogni persona, promuovendo la sua dignità, mediante l’impegno concreto, personale diretto e continuativo attuato nelle forme e nei modi necessari, per la rimozione delle cause e delle situazioni di bisogni e di emarginazione, individuali e collettive in un cammino di sempre maggiore giustizia”. Si tratta di indicazioni sicuramente innovative che rispondono pienamente alla Dottrina Sociale della Chiesa, ma che non possono essere disgiunte dal dovere preminente di accompagnamento dei membri delle conferenze “in un cammino di fede attraverso l’esercizio della carità”.

Il fatto poi che si dica chiaramente che questo percorso non è un fatto puramente individuale, bensì che si fa insieme, in un gruppo, richiama un rapporto doveroso con la realtà ecclesiale, che, per la verità, nello Statuto tipo viene accennato molto sobriamente quando si dice che “Le conferenze hanno nel parroco od in un altro sacerdote il proprio consigliere spirituale” o “dovrebbero trovare nel parroco od in altro sacerdote o diacono permanente il proprio consigliere spirituale”(art. 15,2 di Trieste), così come il “Consiglio centrale deve essere assistito da un Consigliere spirituale, opportunamente scelto tra i sacerdoti secolari o regolari, in accordo con la competente autorità religiosa”(art. 39). E’ vero pure che l’art. 27.2.b indica tra i compiti del Consiglio centrale anche quello di “promuovere la partecipazione (delle conferenze) alla vita della chiesa locale e la loro collaborazione con le istituzioni pubbliche e private operanti al loro livello”.

Anche solo facendo riferimento a questi pochi articoli statutari, ci si accorge che ci troviamo in un momento di particolare svolta nella vita della San Vincenzo. Sicuramente si tratta di una realtà di natura ecclesiale, ma il necessario inserimento nell’ambito degli Enti del Terzo Settore, se non bene attuato, può rischiare di ridurre ulteriormente il rapporto vitale che le Conferenze di S. Vincenzo hanno sempre avuto con la realtà della Chiesa cattolica nella sua dimensione territoriale. Si tratta di una attenzione che segnalo a voi presidenti e vicepresidenti ai quali è affidato il compito di preservare l’identità più profonda che corrisponde, ecclesialmente, ad un vero e proprio carisma da esercitare nella Chiesa e nel mondo in rapporto all’esercizio della carità.

Ho creduto opportuno fare questa premessa, partendo dagli statuti attualmente in rifacimento, proprio perché se è importante ciò che è scritto sulla carta, è ancora più importante conservare il contenuto ideale che ha permesso alle San Vincenzo di attraversare ben tre secoli di storia.

Uno sguardo sulle San Vincenzo a livello diocesano

Nella Visita Pastorale che mi ha impegnato per diversi anni, ho potuto incontrare quasi tutte le Conferenze di San Vincenzo, e tranne qualche caso particolare, ho potuto toccare con mano la preziosità del loro impegno. Un impegno che è andato avanti nonostante varie difficoltà dovute alla anzianità dei propri membri, ad una certa “fossilizzazione” delle attività sempre uguali a se stesse; difficoltà ultimamente dovute alla riduzione  delle visite a domicilio con un notevole aumento della distribuzione di pacchi alimentari o vestiari in date fisse; ma soprattutto con una evidente precarietà o discontinuità nella formazione permanente dei componenti, dovuta anche ad una fatica crescente nell’avere sempre a disposizione un consigliere spirituale che ne curi la formazione cristiana.

E’ ovvio che da questa situazione possa derivare una crescita del senso di autoreferenzialità rispetto al cammino ecclesiale delle parrocchie, dei vicariati o della diocesi in cui si è inseriti e qualche volta addirittura l’annebbiamento della conoscenza di ciò che viene proposto dalla Chiesa particolare circa l’esercizio della carità. Quando poi cresce  questo senso di individualismo, cresce purtroppo anche il pericolo che all’interno stesso della singola conferenza ci si attardi in contrasti interpersonali, piuttosto di mettersi in gioco a tutto campo nel promuovere la comunione e un vero impegno di carità reciproca.

Sia chiaro che con queste annotazioni non voglio assolutamente sconfessare nessuno, bensì vorrei trovare il modo migliore per aiutarci reciprocamente a crescere nella santità, ad operare nella ricerca costante del bene comune, a trasmettere a chi verrà dopo di noi l’autentico carisma vincenziano, in una esperienza di profonda comunione, sia all’interno delle singole conferenze, sia tra queste e le parrocchie di appartenenza, e soprattutto con la diocesi e con le sue strutture pastorali.

San Vincenzo e Chiese diocesane

Arriviamo perciò alla riflessione che giustifica questo mio intervento e questo nostro incontro e cioè, in che modo è possibile fare crescere le relazioni di vera comunione tra le San Vincenzo e le nostre Chiese diocesane?

Prima di tutto faccio notare che ho usato il plurale e non il singolare parlando di “chiese diocesane”. Se l’Associazione delle Conferenze ha un carattere sovra diocesano perché addirittura internazionale, ciò non significa affatto che l’internazionalità sia in contrasto con la realtà delle singole chiese particolari. Anche la Chiesa è “cattolica”, cioè universale, ma essa si manifesta nella sua esistenza concreta nelle singole chiese particolari, cioè intorno al successore degli apostoli soprattutto quando presiede l’Eucaristia insieme al suo presbiterio, ai diaconi e all’intero popolo di Dio. Se ciò non fosse, non si potrebbe più parlare di Chiesa, la quale non è assolutamente una entità astratta, bensì è appunto un concreto popolo di Dio che insieme con i suoi pastori, compreso il papa, annuncia il Vangelo, celebra l’Eucaristia con gli altri sacramenti, vive la carità e sostiene il cammino del popolo cristiano verso la pienezza della santità nel Regno del Signore.

Ciò significa che anche la San Vincenzo, come realtà ecclesiale, non può che muoversi in questa ottica, e cioè è impegnata a fare riferimento all’azione pastorale della Chiesa di appartenenza e del suo vescovo, in intima comunione con i suoi pastori e all’interno dell’intero popolo di Dio, sempre perseverando nella fedeltà al proprio carisma vincenziano.

In termini pratici, ciò significa che l’Associazione San Vincenzo, una delle tante che lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa per il servizio ai poveri, nella Chiesa particolare  e nelle sue strutture pastorali, può e deve trovare un riferimento necessario sia per una serie di attività formative generali, sia per l’implemento della propria vita di fede, sia per un migliore e maggiore coordinamento con tutte le altre realtà che si occupano dello stesso campo di azione pastorale nella sua valenza umanitaria e spirituale. Desidero sottolineare il fatto che questo necessario riferimento alla chiesa particolare, deve esserci non tanto per motivi funzionali, dato che da soli non si riuscirebbe a fare quello che invece insieme ad altri è possibile, ma proprio perché elemento imprescindibile dell’identità ecclesiale è l’esperienza della comunione. Si potrebbe dire che se è vero che l’unione fa la forza, nel nostro caso si deve dire che la nostra vera forza è la comunione.

Per grazia di Dio, questo sta già avvenendo. Credo però che ci sia bisogno di far crescere questo impegno in tutte le conferenze disseminate sul nostro territorio, tenendo conto delle notevoli opportunità formative che ogni diocesi mette a disposizione di tutti i suoi fedeli. Per quanto riguarda la diocesi di Pisa, mi riferisco in particolare alla SFTP e agli itinerari formativi messi in atto ogni anno dalla Caritas diocesana. 

Ciò di cui c’è costante bisogno è che non soltanto ci si preoccupi di formare all’esercizio della carità, bensì di formare ogni singolo cristiano ad una comprensione sempre più piena del messaggio evangelico. Non si tratta infatti solo di imparare a fare delle cose e a farle bene, ma ancora prima a motivarle nel contesto della vita cristiana personale e comunitaria. In altre parole c’è bisogno di una formazione a tutto tondo, fondata sulla Parola di Dio, letta, conosciuta, meditata e vissuta; sulla preghiera e la liturgia che non sia solo una assistenza individuale al rito sacro, ma sia vera e propria partecipazione vitale da esprimere poi nel servizio a Dio e ai fratelli, per cui la vita di ciascuno si colloca consapevolmente in una relazione serena con il prossimo all’interno della propria comunità di appartenenza e di questa con il mondo complesso nel quale viviamo e di cui anche noi facciamo parte.

Quando le motivazioni sono autentiche e le relazioni sono animate dallo spirito di comunione, si è pure capaci di costruire modalità operative nuove, complementari e sussidiarie le une alle altre. E questo tenendo conto, come più volte ho già detto, del particolare dono di grazia (carisma) inerente all’esperienza vincenziana, che è in modo speciale il contatto personale con i poveri all’interno delle loro famiglie e del loro habitat.

Parlando di modalità operative nuove, non voglio assolutamente deprezzare ciò che si è sempre fatto e soprattutto non c’è mai da buttare via niente di ciò che è buono; tuttavia è necessario rendersi conto che il panorama culturale è cambiato e sta ulteriormente cambiando e che è necessaria una profonda riflessione per non auto escluderci da relazioni vitali che aiutando noi, possano pure aiutare altri che si occupano delle stesse problematiche. In questo senso il lavoro di approfondimento  e di studio è quanto mai indispensabile. E’ vero che i “poveri saranno sempre con noi” e che spesso i più bisognosi sono anche invisibili; ma proprio per questa crescente invisibilità, che colloca la povertà di oggi in un contesto assai diverso dal passato, c’è ancora più bisogno di imparare a leggere ciò che sta accadendo. E una singola conferenza, se può rendersi conto di situazioni difficili nella quotidianità dei rapporti interpersonali fra persone che si conoscono, è pur vero che rischia di rimanere sempre più estranea a situazioni ancora più pesanti che però escono dall’orizzonte visibile delle relazioni corte. E qui appare evidente l’urgenza di costruire e fare crescere, là dove ci sono già, quelle reti di conoscenza e di presa di coscienza che nel piccolo orizzonte della propria parrocchia o del proprio quartiere non è possibile mettere in atto in maniera efficiente.

Da qui appare chiaro il valore di una rete che permetta una interazione tra le varie realtà che si occupano di contrasto alla povertà e di aiuto ai più deboli. Non bisogna essere “gelosi” delle proprie iniziative, bensì occorre confrontarci gli uni con gli altri per un bene più ampio.

Per quanto riguarda il rapporto con la chiesa diocesana, sappiamo tutti che lo strumento pastorale della Chiesa particolare per l’esercizio della carità è la Caritas diocesana che poi si inserisce nelle singole realtà territoriali delle parrocchie, delle unità pastorali o dei vicariati. Caritas che non è una concorrente di altre realtà che si impegnano nel servizio al povero, così come ogni altra realtà associativa non è una concorrente dell’azione caritativa della Chiesa locale. Questa consapevole interazione reciproca, mi pare che sia in crescita: non può essere che così. Sarebbe contro testimonianza che si entrasse in conflitto tra realtà diverse. Come ho già detto sopra, la fantasia dello Spirito Santo non può e non deve essere mortificata in nessuna maniera, bensì sorretta, accompagnata ed utilizzata per un bene comune sempre più grande nello spirito della comunione che nasce dalla condivisione dell’unica fede e del dono della grazia divina. E’ in questo contesto che si radica ogni scelta operativa che voglia essere in sintonia con il Vangelo di Gesù, per evitare sovrapposizioni inutili, ma anche sprechi di energie e di mezzi economici.

Anche quando dovessero sorgere difficoltà di relazione, il grembo della Chiesa in cui tutti abbiamo la casa comune, è l’ambito nel quale ci si deve ascoltare e confrontare reciprocamente nella condivisione dell’ascolto della Parola di Dio e dell’Eucaristia, unico Pane spezzato per la vita di tutti. E’ dunque in una visione soprannaturale che debbono essere affrontate possibili difficoltà come del resto ci insegnano gli Atti degli Apostoli. Ogni altra strada sarebbe non una via che porta alla meta della santità, bensì apparenti scorciatoie che hanno come conclusione l’estraneità o il compromesso o comunque uno stile che non è evangelico.

Chiudo queste mie note con un grazie cordiale che rivolgo a tutti voi e tramite voi ai confratelli e alle consorelle delle conferenze di San Vincenzo. Non dobbiamo mai aver paura del nuovo che sorge, perché anche se qualche volta ci troviamo spiazzati rispetto a ciò che eravamo abituati a fare, l’emergere di problemi nuovi è sempre accompagnato da doni di grazia proporzionati al bisogno; e quanto più diamo spazio alla comunione e all’incontro tanto più si rivelerà la potenza della grazia di Dio che va sempre al di là di ogni nostra più rosea speranza.

Sulla via della carità c’è sempre Qualcuno che ci ha preceduto e continua a precederci per primo: è Dio che ci ha amati per primo e che ha mandato a noi il suo Unigenito Figlio perché in Lui avessimo la pienezza della vita. “In questo sta l’amore. Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (…) Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,11.16).